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Tag Archives: Rosi Cortesi

 

sempre sei tu

la mia sola bambina

piccola e cara e unica e bella

 

 

sempre sei tu

che corri incontro

al ritorno la sera

 

 

e ancora di più

con l’anima rincorri

al mattino

all’uscita da casa

 

 

di sotto in su guardi

rubi il respiro

in te lo tieni fino a sera

 

 

quando

nel bacio

me partorisci

alle nostre notti

in-vidiate dai cieli

 

 

 

Si cercano miracoli. Si implora per ottenerli. Si usano come “prove” per le santificazioni. E poi ci si dimentica che già li viviamo e che già li siamo. Basta guardare le stupende stalattiti e stalagmiti delle nostre interiorità e delle nostre complessità, i cieli delle nostre giornate, gli occhi dei nostri incontri. Stamattina un bacio di Rosi valeva mille Lourdes.

E poi chi l’ha detto che sia un miracolo guarire da qualche malattia? Prima di lamentarcene e di chiederne la miracolosa guarigione, perché non proviamo a viverla come il sentiero prodigioso che può donare noi a noi stessi, agli altri, al mondo, a Dio? Anche quella che noi chiamiamo malattia, può essere un miracolo da vivere e da donare, magari proprio a Dio. Vivere è essere l’arte del miracolo, la presenza del suo stupore. La morte stessa può essere vissuta come il grande miracolo della presenza e dell’incontro.

Dio non ha bisogno di santuari o di santi più o meno patentati per creare il miracolo. Nè ne abbiamo bisogno noi per essere miracolo.

Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

 a chi per primo toccherà

 

(vorrei toccasse a me il dovere)

 

prenderà sette sassi

bianchi colore del latte

e segnerà il sentiero

che porta là

dove tutto è bello

e canto e danza

 

ogni mille dei nostri amori

un passo

ogni mille dei nostri amori

un sasso

tutti bianchi

colore del tuo abito da sposa

 

intento starò in attesa

a cantare i nostri respiri

contento di inspirare

come sempre amore

 

l’altro verrà presto

 

(e sarai tu tenera bambina

come sempre a seguirmi)

 

lesta la danza dei sassi

con i tuoi passi volerai 

 

ogni mille delle nostre albe

un passo

ogni mille delle nostre albe

un sasso

di colore bianco

come le luci che destano i giorni 

 

là dove il sentiero si compie

ci guarderemo ancora

e sarà come allora

 

si guarderanno

nude le nostre anime

 

dentro il tuo sorriso

sette saranno i cieli

di colore bianco e bello

come i nostri infiniti

e come Dio

 

Lui ogni eternità

parlerà con noi

e uno a uno

i sette sassi

bacerà

 

 

abbiamo parlato stasera

ci siamo fidanzati

come sempre ci capita

quando annusiamo il mistero

 

abbiamo fatto casa

ci siamo incontrati

ci siamo sposati

come sempre ci capita

quando siamo il mistero

 

l’amore è venuto da sé

né io né tu l’abbiamo cercato

né tu né io l’abbiamo chiamato

era lui l’amore a cercare noi

stupito a volerci

fanciullo a chiamarci

di sotto in su a guardarci

 

ed era felice

 

povero amore,

senza di noi come potrà mai

vivere e sorridere

e ridere ridere

e gridare la gioia?

 

povero grande bellissimo amore,

con noi riconoscente

ha bevuto il nostro vino

nel nostro bicchiere

 

e s’è gustato il nostro cibo

sulla tavola dei nostri incontri

 

ora l’amore cammina nel mondo

al ritmo dei nostri passi

danzando l’attesa

e cantando i nostri due nomi

 

 

Oggi sono 36 anni di matrimonio, tutti gustati e assoporati come i mille piatti che Rosi mi dona ogni giorno, con delizia anche cromatica (sono anche belle da vedersi le sue leccornie). Ogni giorno, a pranzo e a cena, è una goduria, un portento creativo, un crescendo culinario degno di Rossini. Mi lascia ogni volta trasecolato.

Per rendere omaggio a 36 anni con la mia Rosi Alma Genetrix (non a caso “alma”  in latino significa “alimentatrice”) metto qui di seguito 36 creazioni di Rosi: 12 Primi; 12 Secondi; 12 Dolci o Dessert. Certo, sono solo una limitata antologia dell’infinito repertorio di questa mia sposa inarrivabile pure come cuoca. Se mi invidiate, siete giustificati.

12 Primi: 1. Lasagne del Re, 2. Crespelle ai funghi (o al prosciutto o agli asparagi), 3. Minestrone al farro, 4. Risottino alle fragole, 5. Pizzoccheri alla valtellinese con formaggi del Colle Gallo, 6. Melanzane alla parmigiana, 7. Ravioli di borragine con salsa di noci oppure Ravioli di zucca, 8. Gnocchi di zucca (o di patata), 9. Risotto con salamella mantovana (o risotto di zucca), 10. Tagliatelle al ragù, 11. Casoncelli alla bergamasca, 12. Torta Pasqualina o torte salate alle verdure.

 12 Secondi: 1. Ossobuco alla milanese, 2. Polenta taragna, 3. Rotolo di tacchino agli spinaci con salsa di peperoni, 4.  Stinco di maiale alla cremonese, 5. Coniglio arrosto con polenta, 6. Arrosto di vitello con patate al forno, 7.  Funghi trifolati, 8. Brasato con polenta e funghi porcini, 9. Carpaccio di pesce spada, tonno e salmone, 10. Sogliole alla mugnaia, 11. Trota al forno, 12. Saltimbocca alla romana.

 12 Dolci o Dessert: 1. Strudel alla tirolese con varianti alla Rosi, 2. Gelato alla panna con salsa calda di fragole (o gelato allo yogurt con salsa calda ai frutti di bosco), 3. Torta di mele (o di pere), 4. Marmellate varie (di pere con noci e cannella; di fichi; di arance; di pomodori verdi; di sambuco; di castagne; di prugne ecc. ecc.) tutte fatte da Rosi e ciascuna abbinata a specifico formaggio, 5. Torta al cioccolato (tipo Sacher) con varianti alla Rosi, 6. Macedonia di frutta con gelato alla panna, 7. Biscotti alla Marisa, 8. Tortelli alla crema, 9. Frittelle di mele, 10. Budini vari con varianti alla Rosi, 11. Crostate varie, 12. Tiramisù alla Rosi.

Capite perchè ho preso il diabete? Si tratta  tra l’altro di un caso  rarissimodi diabete, forse un caso unico: è un dolcissimo diabete … coniugale. E poi dicono che l’amore non uccide.

non so quest’anno come saranno

 

forse rossi di peccato e melograno
o azzurri abissali di marea e d’abbraccio
o giallo sfacciato di provocante limone
o verdi d’amore giocato sul prato

 

non so come saranno quest’anno

 

forse umidi di parto teneri cucccioli
forse prodigiosi forti danzanti destrieri
forse timide tremule tremanti gazzelle
forse aquile estreme alte in ebbra vertigine

 

come saranno quest’anno non so

 

di certo io so
che sempre venti
saranno quest’anno
i tuoi anni,
infinita stupenda anima dell’anima mia

 

 

 

Mi spiace per voi, ma vado a dormire.

Di là  mi aspetta la donna più bella del mondo.

E Dio ogni giorno me la crea sempre più bella.

Quanto a voi, fate quel che vi pare.

A Rosi che mi fa allegro

Come mai farò a non essere allegro?

Mi sveglio la mattina

ed ho lì

accanto a me

il tuo sorriso,

il più bello

e simpatico.

Di giorno respiro le magie di fata

delle tue giornate.

Ogni ora poi ti sposo

ogni volta di più.

E la sera mi tuffo nel tuo abbraccio.

M’addormento per sognarti

e sogno di ritrovarti.

La morte sarà il risveglio

per parlare con te di Dio

e con Dio di te.

Come potrò mai non essere allegro?

 

 

quando arriverò là in cima

 

quando arriverò là in cima

come sempre

guarderò nei suoi occhi

fisso e fermo

e vedrò che senso

hanno avuto la sfida e la lotta

 

quando arriverò là in cima

come sempre

scaverò il suo abisso

e io anima di carne

aprirò la carne divina della sua anima

 

gli chiederò il perché

 

poi sul labbro della sua risposta

stupito tremante

starò ad attendere

Rosi la bella

 

 

 

Questa poesiola venne scritta nel novembre ’71 in Svizzera romanda, cinque mesi dopo che conobbi Rosi. Venne musicata da un mio compagno di studi texano, Robert. Ne uscì una canzone, che a Rosi piacque molto.

 

je crois à la terre

qui s’étend dans nos coeurs

je crois à l’envie de revenir

je crois à tes mots silencieux

je crois à toi

en ton sourire

qui s’écrie au de là des eaux

à tes yeux qui prient

dans les arbres

à tes bras qui se lèvent

au-dessus des montagnes

oui je crois

et je me plie

à te regarder

 

 

tu Rosi conosci le piante

sussurri con loro i venti potenti

gli aliti sottili-inavvertiti

tu conosci i gatti e tutti i piccoli esseri

in cui da sempre vivono ritrosia e amore

 

tu delle ore assolate smarrite

devastate dall’ansia

conosci i silenzi e la gioia

 

tu conosci ogni piccolo linguaggio

ogni fiducia abbarbicata in fondo alla vita

tra le tue dita scivola eterno il discorso

 

sillaberemo un giorno

i sussurri delle piante

la protesta muta del gatto

 

 

A Rosi incinta (di Monica, come poi si seppe) – Poesia per la festa della mamma

Mi piaci con questo tuo pancione

che ti cammina davanti

sicuro e pettegolo,

mi piacciono i suoi piccoli movimenti

di terremoto

e di mare.

È questo tuo ventre di attesa il tempo,

questa tua cupola di vita,

questa tua caverna di mistero,

questo tuo riempirti di gioia

e di pane caldo.

Vedrai i suoi occhi di stupore e scoperta,

i suoi piedini piccoli-gonfi,

i suoi sonni totali

e le poppate avide-torrenziali.

Ti troverai femmina nuova

nel vigore insospettato della madre-foresta

quando il latte doni

fresca di vita

e dolce nelle linee di grembo e di accoglienza.

Sei donna grande e tenera bambina,

sei dolce di una dolcezza nuova

dorata, quasi santa di sfumature,

dove la parola tace stupita e ascolta,

dove il gesto torna a decidere lo spazio

e l’amore il tempo.

Le mie mani ti carezzano il viso

nel tempio raccolto

delle dita.

agosto ’74

 

 

 

il tempo e lo spazio

l’uno nell’altro sono esplosi

e poi di nuovo implosi

e poi rapiti e da capo smarriti ed ancora stupiti

 

è stato oggi alle tre

 

quando l’anima di un tuo bacio

violenta

li ha obbligati al nome

e al senso

 

 

 

ho preso lo spazio e gli ho detto

“su, diventa piccola casa”

 

poi ho preso il tempo e gli ho detto

“su, fatti giorno e notte”

 

e nella piccola casa te ho portato

e giorno e notte ti ho donato

 

 

poi ho preso un poco di lago d’argento

poi una valle aperta e magica e bella

poi il tutto ho posto

in cima al monte che si specchia nel lago

 

lì ti ho portato una sera di luna

 

e lì nella piccola casa

lì nello spazio racchiuso

abbiamo baciato il tempo

e carezzato le storie

e dolcemente abbracciato le epoche

 

 

 

Sarà il confine, come sempre, luogo e tempo del vero:

lì le risposte avrò,

e le ricerche saranno il loro senso.

 

Lì, sul confine, delle leggi saprò la radice antica,

quella cui Socrate sacrificò la vita

e che sorelle dice e terra e nuvola.

 

Lì vedrò Orfeo che ancora canta il disperato amore

e, con lui, Psiche curiosa.

 

Lì dell’amore gusterò il vero e forte annuncio,

quello che già con te vivo,

 

quando, di sotto in su lo sguardo al tuo occhio levando,

 

ricomincerò con te, come ogni mattina,

il nostro linguaggio a sussurrare.

 

 

lì sul limite

dove il mondo comincia

lì come sempre

saprò la tua bocca

bacerò le tue parole

bacerò i tuoi baci

 

non guardare le mie notti

non sono come le tue abitate

dalla santa luna

né come le tue sanno

l’arte vitale del serpente

o del coniglio l’attento tremore

o d’ogni altro animale il tranquillo accordo

con il pallore della notte

 

lì sul limite

dove il mondo comincia

e cominciano gli altri

lì come sempre

sta la mia dimora randagia

 

so che le cose non sono le cose

so che in ogni paralisi

vive rannicchiato un simbolo

 

so che gli occhi

hanno ciascuno la propria pupilla

e sanno – ciascuno – attingere

l’eterna riconoscenza

 

ma temo e odio e amo e tremo

di non riuscire

 

bacerò le tue parole

con questa voglia di morire

con questa voglia di finire che abita

vestita di colpa e di gioia

il confine

 

c’è in te la memoria presente vivente

dell’antico-sicuro potere

del fuoco e della rugiada

delle grotte e delle redenzioni

 

tu regina di ogni mio abisso

non guardare le mie notti

nel tuo antico potere accogli la paura

abbraccia i miei No di stupido saggio

 

tu bianca e tutta oscura

dà al mio limite

l’oltre che ogni limite annulla

 

 

A Rosi la bella

 

tu sei bella perché sei tu

 

non è il tuo bel viso a farti bella

sei tu a fare bello il tuo viso di rugiada perfetta

 

non sono le stupende tue forme di femmina

a dirti irresistibile

sei tu a dire irresistibili le tue forme

e la femmina

e lo stupore

e la luna

 

non è il tuo sesso di marea e d’oceano

a dirti vita

estasi

amore

sei tu a dare nome al sesso

estasi alla vita

amore all’amore

 

non è il tuo amare a crearti unica

sei tu a creare unico ogni tuo amare

 

non è la tua vita a essere

sei tu che fai vivere l’essere

essere la vita

 

 

le forme delle dee

i visi delle madonne

il sesso delle femmine

gli amori tutti

le vite degli esseri

l’essere dei respiri

il respiro dell’essere

i sospiri della Creazione

vengono stupiti da te ogni mattina

 

ogni mattina supplici

di sotto in su

ti guardano

il tuo sguardo attendono

bellezza attingono in te

 

anch’io ogni mattina

non supplice

abito il tuo sguardo

sono il tuo bacio

da rospo divento e sono

il principe più bello

 

 

Sono – io – i tuoi occhi.

Lì trovo la tensione delle mie albe,

invento gli abbandoni del tramonto.

Lì, durante la luce,

mi nutro del pane gioioso

e del vino efficace.

Lì celebro le mie feste

e dico il mondo.

Nei tuoi occhi ho vinto la morte.

La tua pupilla domina le disperazioni.

Consumo resurrezioni

nell’iride buona.

 

 


Oggi è un giorno di quelli in cui si invecchia
e si sente il peso stanco delle cose.
Ma poi, come ogni notte,
finito il lavoro
salgo di sopra
e poi, come ogni alba,
ti sposo di nuovo.

Noi sorprenderemo complici il sole.

 

 

 

bacio te

bacio il tuo bacio

bacio l’irraggiungibile te

Rosi Cortesi è la più bella

Con buona pace di tutte le donne passate, presenti e future, è lei, solo lei la più bella, l’unica insuperabile bellissima. Lo so: il confronto l’ho fatto. Tutte le donne ho visto e incontrato. In lei tutte ho ritrovato, perché in lei tutte ricevono significato. In lei tutte le donne ho amato, tradendola sempre senza mai averla tradita: ogni Calipso portava a lei, ogni Nausicaa era lei nei suoi sempre nuovi sedici anni.

Quest’anno sono trentacinque anni che l’ho sposata, sono trentasette che l’ho incontrata, il dieci giugno del millenovecentosettantuno. Trentacinque e trentasette dicono le date folli e menzognere: non conoscono Rosi, non sanno che i suoi vent’anni non passano mai. Non è la bellezza a fare bella lei, è lei che fa bella ogni bellezza. Ishtar, Iside, Afrodite, Venus alma ogni mattina timide e clandestine vengono qui a chiederle come si faccia a essere sempre belle, come si possa rubare al tempo l’arma micidiale del divenire, come si riesca di sé tanto a in-amorare il mondo. Rosi le accoglie, parla loro, offre loro un te biondo come i suoi capelli, spalma un velo della sua splendide marmellate su una bella fetta di pane fresco e insegna loro l’arte della bellezza eterna, il potere della femmina assoluta. E, così, felici, se ne tornano sugli Olimpi delle loro mitologie.

Quel giorno, era il 27 ottobre del 1973, nella ancora per lei più bella romanica chiesetta di Pagliaro, in val Serina, la sposai. Come era bella in quel suo bianco vestito che era felice di avvolgerla e orgoglioso di potere impedire al mondo di rimanere altrimenti accecato da tutta la sua bellezza. il mio respiro da tratansette anni è lì fermo all’attimo dell’incontro. Da allora lo stupore ha fermato l’anima mia.

 

per fuggire le belve gli uomini primi

non lasciavano segni sul sentiero

sotto vento attenti se ne andavano

 

anch’io vado così

segni non lascio

sotto vento voglio vivere te

senza che alcuno avverta

il nostro respiro

il profumo dei baci

e dei sussurri

 

non avere fretta

bellezza perfetta resta con me

 

ho sfiorato con le dita

la distanza infinita

della tua ferita

 

ho baciato gli occhi di un mistero

nulla di più vero

 

non svegliarmi

lasciami dormire

 

se mi svegli il sogno svanirà

 

se mi svegli

questo sogno scapperà

come un bambino spaventato

come un bambino abbandonato

 

Preghiera per Rosi

Scritta nel 1978, quando Rosi e io perdemmo al secondo mese di gravidanza il nostro terzo figlio.

 


Le nostre dita impotenti non hanno saputo
abbracciare e tenere
questo nostro terzo figliolo.
Non abbiamo potuto sfiorargli i capelli nel sonno
e indicargli i primi passi, i progetti, i nomi, le attese.
 
 

 

Siamo stati madre e padre
anche al di qua di questa nostra vita misurata
dalla pupilla e dalla mano,
anche là dove le acque e i sospiri
non sanno ancora la luce che occupa gli sguardi,
dove la storia non è necessaria,
dove forse non esiste il dolore.
Questo nostro figliolo ora se ne sta
atemporale come un innamorarsi,
nel nome del Padre
 

 

e nel Suo gesto rinnovato di creazione,
nelle Sue braccia attente

dove ogni uomo è già e da sempre presente,
nel Suo sguardo

che discerne i sentieri sapienti del senso,
nei Suoi occhi

che sanno il volto bello della parola.
Rosi, siamo da sempre e per sempre
 

 

madre e padre di questo figlio
che forse vedremo nel giorno dell’incontro,
quando potremo abbracciare il suo corpo,
sapere la sua voce e il suo sguardo,
sentire i suoi passi, scorgere i suoi cammini
ed essere – solo allora, nell’eterno presente –

il suo passato.
Quel giorno, anche per noi
la storia avrà, come per lui, il sapore
di una promessa ricordata e vicina,
concessa senza l’ansioso desiderio e le vicende.
 
 

 

Siamo, Rosi, madre e padre

prima ancora del nome e del grido,
quando la parola è tutta in sé,
prima ancora che il sorriso sia scandito dalle sere.


Con questo figliolo, nel sussurro del tutto,
ci siamo affacciati di nuovo al mistero:
siamo madre e padre di un essere antico
che ci vede dopo la luce e dopo il buio assurdo,
dopo i nomi e i gesti,
là dove la carne è già fatta parola.
Come i suoi fratelli anche lui è corpo,
anche lui è vissuto nel nostro amore ostinato
 

 

e fatto di corpo e di sangue,
anche lui ha respirato il tuo corpo

di pane caldo e di casa,

anche lui l’ha trasformato come sanno fare i figli,

anche lui per corpus tuum personavit,
così che per corpus tuum habitavit in nobis.
In te lui ha intuito e respirato l’esistere,
proprio come noi, talora, nell’attimo,
intuiamo e respiriamo le epiche e gli amori.
In te ha intuito la storia e la redenzione del tempo.
 

 

Rosi, tu l’hai conosciuto
come presenza, come esserci,
nel saluto di chi giunge e già ti lascia,
e non è necessario il ritorno
per continuare a essere insieme.
E io, Rosi, continuo in te
ad amarlo e l’attendo nella tua presenza.
 
 

 

Di quei quattro giorni
che ci tocca passare qui ‘n terra
quasi tre (o forse già un pochetto di più)
se ne sono andati.

Dopo ci saranno le stelle
e con loro sarà bello parlare

la Rosi aspettando

ed imparando intanto a balbettar l’Eterno,

ch’è la lingua
che s’usa là su
a tu per tu con le tre persone.

 

ci sto bene, Rosi, nel tuo grembo

 

lì sono i due occhi di Monica spillo

di Agostino pane

e di Chiara volpe

 

lì imparo ogni sera amore

ogni mattina vivo resurrezioni

ogni notte respiro infiniti

 

lì dipingo i colori

plasmo le forme

ricreo gli spazi e i tempi

 

lì Dio mi guarda

e poi se ne torna lassù

felice di quanto ha fatto quaggiù

 

ci sto bene, Rosi, nel tuo grembo

 

è bella la vita

quando si guarda in faccia l’impossibile

lì in fondo alle pupille della gioia

vedi e sei le galassie e gli spazi

e gli infiniti

e il gesto magico d’inizio

 

lì dentro al labbro di Dio

c’è il bacio di Rosi

invidiato dagli angeli

 

ha girato intorno al mondo

il mio pensiero

compiendo l’intera sfera degli stupori

amando ogni sintassi

 

sempre la bocca aperta spalancata

 

ma poi

arrivato a te

è lì che gira ancora su se stesso

 

in un clamoroso casqué

Là dove io combattevo i confini,
tu eri e sei e sarai già con me,
tu, la donna che non ama i confini e vede gli infiniti.

 

Là dove io mi cerco,
tu eri e sei e sarai,
perché fin dal midollo dell’eternità
tu sei il mio nome.

E là dove io mi trovo,
tu sei e sei e sei,
e in te risuona la mia voce
e le angosce sono sogni
e gli abissi splendide caverne dalle magiche stalattiti
e le vette piccoli occhi che cinguettano azzurro.

Tu eri e sei e sarai la mia identità,
tu, la vivente,
tu, l’utopia carezzante,
tu, la gioia di ogni adesso,
tu, quando l’attimo riattinge i cieli.