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Tag Archives: remissione del sintomo e anoressia

ANORESSIA E BULIMIA, PRIMA CAUSA MORTE TRA RAGAZZE

Questa notizia è stata appena battuta dalle agenzie: anoressia e bulimia nervosa costituiscono la prima causa di morte per malattia tra le giovani italiane di eta’ compresa tra i 12 e i 25 anni, rappresentano un vero allarme socio-sanitario, colpendo oggi circa 150/200 mila donne.

Come in questo sito ho più volte affermato, l’unica terapia davvero risolutiva per questa grave e micidiale psicosi è, a mio avviso, la psicoterapia sistemica, dato che questo disturbo mentale, prima di essere un problema dell’individuo, è un problema del sistema familiare. La causa è la disfunzione delle relazioni familiari. Volere considerare e curare l’anoressia e la bulimia come problema medico significa non risolvere nulla. Anche qualora avvenga la remissione dei sintomi, non significa che il deficit strutturale che ha prodotto quei sintomi sia scomparso o risolto; significa soltanto lasciare intatto il problema strutturale, con grave compromissione della vita relazionale, affettiva, sessuale dell’individuo e con grave danno per coniugi e figli, senza che sia eliminato il rischio della implosione mortale e suicidaria. Solo una terapia sistemica può – lo ripeto – affrontare e risolvere il deficit strutturale. Vedi quanto su Anoressia e Bulimia ho scritto su questo blog.

Anoressica in cura psichiatrica da 5 anni si suicida gettandosi dalla finestra della sua camera da letto

Un amico mi prega di commentare questa notizia apparsa oggi su “Repubblica”: «Roma, studentessa anoressica si uccide. “Troppi pranzi, le feste la angosciavano”».

L’articolo non dice il nome della ragazza, si limita all’età, 19 anni. Senza commentarle, il cronista riporta le parole della madre: “Mia figlia era in cura da uno psichiatra da quando aveva 14 anni per via dell’anoressia. Le feste per lei, ogni anno, erano uno scoglio insormontabile, difficile da superare: i pasti luculliani, insieme alla famiglia riunita, le mettevano angoscia – ha raccontato in lacrime la donna ai poliziotti – Ma ultimamente sembrava migliorata, pareva ne stesse uscendo. Stamattina, prima di andare a lavorare, l’ho vista di buon umore, serena, e invece… “.

Il messaggio che il lettore riceve da titolo e articolo è grosso modo questo: l’anoressia è una disgrazia che capita; la famiglia ha fatto quanto poteva, si è rivolta a uno psichiatra, che per cinque anni ha curato la ragazza; purtroppo le feste e i pranzi delle feste hanno affossato i miglioramenti in atto (secondo la madre e, forse, lo psichiatra); con le disgrazie non c’è nulla da fare e a chi la tocca, la tocca; anche l’anoressia è tra queste disgrazie.

Penso che sia ora di finirla con notizie tanto devianti. Che anche un giornale di grosso spessore come “Repubblica” (io stesso lo leggo ogni giorno), caschi in questo tranello, è altamente micidiale, perché, facendo mentalità, contribuisce con la disinformazione a favorire il ripetersi di episodi tanto dolorosi e tragici.

L’anoressia – occorre ribadirlo a più non posso – prima di essere un disturbo mentale dell’individuo è un disturbo familiare. Se a monte non si cura e guarisce la famiglia, la ragazza anoressica non guarisce. Curare solo lei (come mi pare si evinca dalle parole della madre), non porta risultati veri; può in determinati casi portare alla remissione più o meno temporanea dei sintomi, può spostare i sintomi, ma non può guarire. E, se non viene guarita, l’anoressia continua a lavorare e a peggiorare la struttura profonda della psiche. Un disturbo mentale di area psicotica (e l’anoressia è una patologia psicotica) o guarisce o peggiora.

La morte di questa ragazza non è dunque semplicemente una disgrazia che possa capitare a chiunque e comunque. Il problema poteva e doveva essere affrontato ed essere risolto. Non bisognava perdere tempo con terapie individuali, meno che meno con terapie psicofarmacologiche, quali sono quelle che abitualmente attuano gli psichiatri o, più in generale, quanti si affidano a terapie medico-centriche e farmaco-centriche. Se poi, come succede spesso a questo tipo di terapie, si somministrano psicofarmaci antidepressivi, in particolare gli antiserotoninici, non solo non si risolve nulla, ma si aumentano in modo, a mio parere, irresponsabile il rischio e la possibilità del suicidio.

Che le feste destabilizzino ulteriormente situazioni di patologia psicotica, è vero. Io stesso vi ho accennato nel mio post sul Natale. Riunendo nel nome del rituale della festa famiglie caratterizzate da giochi psicotici, si rischia di portare a estremi insopportabili la disfunzione delle dinamiche relazionali, che, come bene sostiene la psicologia sistemica, sono – esse, non la festa come tale! – la causa del disturbo psicotico e, nel caso, della anoressia.

È più che mai il tempo che la stampa dica queste cose.

 

una anoressia non affrontata

 

Quando aveva quattordici anni, Caterina cadde in anoressia. Calò di peso molto più del quindici per cento del peso iniziale (è questo uno dei due parametri sintomatici diagnostici usuali dell’anoressia restrittiva) e perse per alcuni mesi le mestruazioni (l’amenorrea è l’altro parametro sintomatico diagnostico, il più importante). Avvenne in coincidenza con il primo vero ostacolo sociale che dovette affrontare facendo leva unicamente sulle proprie forze (situazioni di questo tipo costituiscono l’esordio tipico di molti disturbi soprattutto di area psicotica; di frequente l’esordio di molte anoressie, bulimie e psicosi coincide con il primo vero impegno sociale e/o con il primo vero allontanamento da casa, per esempio per un viaggio di studio all’estero). Caterina aveva iniziato a frequentare una scuola di formazione professionale, che metteva le allieve di fronte a situazioni di grosso disagio emotivo, difficile da superare senza un adeguato supporto affettivo ed emotivo in famiglia, cosa che lei non aveva. La difficoltà fu ancora più insostenibile, perché in quella esperienza Caterina aveva investito tutto il proprio desiderio di riuscita: sperava che la madre, tutta presa dal fratello maschio secondogenito, si accorgesse finalmente di lei, ancora la vedesse e la guardasse, ponendola al centro della attenzione, come quando il fratello non c’era.

Non solo la madre non si accorse delle difficoltà di Caterina, ma entrambi i genitori non si accorsero neppure della sua anoressia, né tanto meno provvidero ad aiutarla con una adeguata psicoterapia sua e loro. Anzi trassero motivo dai disagi di Caterina per svalutarla ancora di più, cosa che senz’altro aggravò la dinamica psicotica di Caterina.

Oggi, a più di quarant’anni, con i figli adolescenti, Caterina è ripiombata nel suo problema. I sintomi non sono più strettamente anoressici. Il suo problema oggi si manifesta con una specie di bulimia sessuale: Caterina non può fare a meno di farsi abbuffate sessuali con un uomo scelto proprio per la sua virilità brutale, rozza, ossessiva, fondamentalmente auto-erotica, quindi incapace di una vera relazione d’amore. Quella di Caterina è una tremenda dipendenza compulsiva, inconsciamente tesa a colmare quel buco d’angoscia (vedi ” Bulimia e Anoressia come processi psicotici curabili solo con la psicoterapia sistemica “) che l’anoressia non affrontata ha lasciato nella sua anima e che con il tempo si è ulteriormente approfondito: quando esplode, il bisogno di colmare l’angoscia agisce come la crisi d’astinenza per un drogato, così che lei non può sottrarsi all’ennesima abbuffata sessuale. In quei momenti le pesa tutto: la casa, i figli, il marito le diventano insopportabili; vorrebbe non averli; la casa resta in disordine; il frigorifero vuoto; i fornelli spenti; se il figlio ha un esame difficile, lei se ne va in vacanza senza neppure pensare a come sta il ragazzino; fa lei la ragazzina vestendosi con improponibili look che lasciano ben poco all’immaginazione e che creano imbarazzo sia al marito che ai figli. Quando poi, improvvisamente (sempre negli psicotici il passaggio dal prevalere di una parte del Sé all’altra è brusco e repentino, apparentemente non comprensibile) riemerge l’altra Caterina, allora di nuovo riaffiora la bambina che teme la solitudine, la donna fragilissima che non vuole rinunciare al marito e che ha – lei – bisogno dei figli. Ma sono attimi sempre più brevi e destrutturati.

Il marito fa molta fatica a comprendere la situazione; gli è più facile leggere il tutto come un comune fatto di corna coniugali; non riesce ad accettare il fatto che nelle attuali condizioni Caterina non è in grado di vivere un adeguata vita di coppia né coniugale, né genitoriale. Del resto è innamorato di Caterina ed è molto legato ai figli. Solo ora, dopo qualche mese, comincia ad avvertire un poco la gravità del problema: il disagio dei figli del resto comincia ad affiorare inequivocabile, con segni che dicono quanto in quella casa manchino sia una figura materna identificabile, sia una coppia vera anche soltanto sotto l’aspetto genitoriale. Non sapendo del problema della madre, i figli, abbandonati a loro stessi, restano confusi: vivono la propria confusione come dovuta a loro; vivono la propria sofferenza ciecamente, sentendosi loro colpevoli di una madre che non c’è, di una coppia indecifrabile, di una casa senza anima.

 

 

 

 

 

 

 

 

Bulimia e Anoressia come processi psicotici curabili solo con la psicoterapia sistemica

 

L’anoressia e la bulimia (si può anche, più correttamente, parlare di anoressia restrittiva e di anoressia bulimica o, più in generale, di disturbo alimentare) sono quel processo attraverso il quale una persona tende – in modo sempre più riduttivo ed esclusivo – a identificarsi con quel buco d’angoscia che caratterizza il suo Sé e che in qualche modo va controllato e/o riempito, non importa come. Soprattutto nei momenti o nelle situazioni in cui più riaffiora la presenza di questo vuoto, la persona da un lato si illude di poterlo colmare o vomitare con il cibo (ingoiato o divorato non per nutrirsi, ma, appunto, per riempirsi); d’altro lato si illude di poterlo controllare proprio attraverso il controllo del cibo. In entrambi i casi si proietta e si sposta sul rapporto conflittuale e/o dipendente con il cibo la relazione problematica, che il Sé ha con l’introietto genitoriale, a partire da quello materno (per introietto si intende la presenza non adeguatamente elaborata e interiorizzata della relazione con le figure genitoriali). Essendoci in gioco dinamiche di proiezione e di spostamento, il processo non può che essere psicotico, perché tende sempre più a limitare all’evento bulimico o anoressico l’esperienza e il fluire del Sé, isolandolo dal vero confronto con gli altri e con la realtà.

L’anoressia e la bulimia sono, dunque, non uno stato, ma un processo, che può sia evolvere nel vortice del disturbo psichico fino agli estremi del processo psicotico, sia rientrare nel corretto fluire del Sé. Però, questa seconda eventualità accade soltanto grazie a un adeguato intervento psicoterapeutico. A mio avviso, l’unico intervento terapeutico efficace, in grado di potere essere risolutore, è quello offerto dalla psicoterapia sistemica, quello che abitualmente viene chiamata terapia familiare o terapia della famiglia; a mio avviso, gli psicofarmaci e le cure ormonali non servono e di certo non intervengono sulla radice del problema, ma al massimo su alcuni aspetti sintomatici, che ben presto si ripresentano magari con altre modalità. Senza un intervento psicoterapeutico in grado di essere risolutore, la remissione dei sintomi, lungi dal rappresentare la “guarigione”, coincide spesso con il loro spostamento in altre modalità sintomatiche. Sulla base di quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, non esito a dire che dall’anoressia e dalla bulimia si può davvero “guarire” solo attraverso una adeguata psicoterapia sistemica.