Salta la navigazione

Tag Archives: racconti incestuosi

Le dinamiche incestuose del primo figlio maschio o della prima figlia femmina e la sofferenza dell’altro figlio o dell’altra figlia

Attraverso i motori di ricerca continuano in misura massiccia e impressionante a pervenire richieste riguardanti il problema dell’incesto. L’esperienza clinica del resto mi conferma quanto questo problema sia evento centrale delle dinamiche relazionali familiari. Sempre più frequente è l’emergenza delle dinamiche incestuose all’interno delle famiglie:

1)    il primo figlio maschio è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva della madre, non importa se nella modalità «positiva» della gratificazione materna (il figlio, subendole e/o assecondandole, attua le aspettative o le proiezioni materne, spesso del tutto lontane dal modello di vita e di personalità del padre, come se la madre più o meno inconsciamente dicesse al figlio: “non badare a tuo padre, sii solo come ti voglio io, sii meglio e più di lui, all’opposto di lui, non come lui, non debole come lui, non poveraccio e insignificante come lui, non bestia e porco come lui”, “tu sì che sei un uomo, non come lui che non lo è”, “solo tu sai rendermi felice, sai/puoi dare senso e gioia alla mia vita, sai/puoi occuparti di me e stare con me”) o nella modalità «negativa» della preoccupazione materna (il figlio – rifiutandoli, provocandoli , negandoli – smobilita e scuote dalle radici l’impianto di vita e i “valori” della madre, spingendola più o meno inconsciamente a preoccuparsi solo di lui, come se non esistesse null’altro e nessun altro, come se il marito e gli altri figli e figlie non contassero granché e valessero ai suoi occhi esclusivamente in funzione di quel figlio e dell’ansia che quel figlio le suscita);

2)    la prima figlia femmina è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva del padre: è quella alla quale pensa mentre torna a casa, è spesso l’unica per la quale torna o si affretta a tornare, è il primo sguardo e l’unico sorriso che cerca appena rientra; poco alla volta diventa – più o meno inconsciamente – la sua interlocutrice (“è la sola che mi capisce e mi sta vicina”, “con lei basta uno sguardo e ci si capisce senza parlare”, “meno male che c’è lei”, “se non ci fosse lei, la mia vita sarebbe un inferno”, “lei sì che è buona”, “è l’unica che sa rispondere a quel duce di mia moglie”, “meno male che c’è lei”).

Poco alla volta in molte famiglie si forma una doppia coppia, quella madre-figlio e quella padre-figlia. La doppia coppia rende di fatto inesistente la coppia marito-moglie: ciascuno dei due compensa questa assenza facendo l’una coppia con il primo figlio, l’altro con la prima figlia in un folle incrocio di una doppia dinamica incestuosa. Che poi l’incesto non sia fisicamente “consumato”, spesso questo serve soltanto a coprire, a negare e paradossalmente ad aggravare l’esistenza dell’incesto psicologico.

L’altro figlio o l’altra figlia o gli altri figli diventano sempre più la inutile «quinta carta» della doppia coppia di una mano di poker (nel poker la combinazione della doppia coppia rende di fatto irrilevante il valore, il colore e la cifra della «quinta carta»). I figli «quinta carta» non sono realmente “visti”, “sentiti”, “capiti”, “riconosciuti”, “contenuti”, “seguiti”, “confermati”, “attesi”, “intesi” né dalla madre, né dal padre, anche se e anche quando questa affermazione è vigorosamente negata sia dalla madre che dal padre (in questa negazione i due, paradossalmente, vanno pienamente d’accordo e su di essa di solito fondano la mitizzazione della loro inesistente presenza e sinergia genitoriali). Al figlio o alla figlia “quinta carta” non resta – sempre più di frequente – che la possibilità della malattia o dell’essere più o meno problematici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se sto male, sono obbligati a vedermi e a prendersi cura di me”), dell’autolesionismo fisico o comportamentale (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se loro non mi «sentono» e io mi faccio male o mi faccio del male, almeno io mi «sento», dunque esisto”), della chiusura sociale o emotivo-affettiva (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se prosciugo la mia vita, i miei affetti, le mie emozioni, almeno sparisco, muoio più che se morissi, evito di soffrire ancora e di più”), della fissazione ossessiva sul lavoro o sulla studio (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se mi annullo/affermo nel lavoro o nello studio, annullo la mia incontenibile angoscia e al tempo stesso affermo la negazione della sua incontenibilità”), del suicidio o dell’incidente inconsciamente suicidario (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se da vivo nessuno si occupa di me, almeno da morto mi penseranno e sarò per sempre in loro e con loro”), della dipendenza dalle sostanze o dai comportamenti compulsivi (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non sono di nessuno, almeno sono di qualcosa; se nessuno si occupa di me, almeno la compulsione mi possiede, mi agisce, mi muove”), della rabbia o del controllo anoressico (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non conto e non posso nulla, almeno così mi illudo di controllare e di potere, almeno così sfogo la rabbia della mia insignificanza e della mia impotenza”), dell’incontinenza o del riempimento bulimici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se nessuno mi mette dentro qualcosa e nessuno accoglie qualcosa di me e dei miei vissuti, almeno mi riempio di sofferenza indigeribile e vomito questo mio Sé insopportabile”).

Quasi sempre il ventaglio di dolore possibilità appena descritto si cristallizza in patologie più o meno sedimentate, sempre comunque complesse, dalle mille sovrapposte e con-fuse sfaccettature: a differenza di quanto di solito avviene per il primo figlio maschio o per la prima figlia femmina, per il figlio o la figlia «quinta carta» un suicidio o una morte precoce non sono mai soltanto un suicidio o una morte precoce; l’anoressia o la bulimia non sono mai soltanto una anoressia o una bulimia; la dipendenza o il comportamento compulsivo non sono mai soltanto una dipendenza o un comportamento compulsivo; l’autolesionismo o il comportamento autodistruttivo non sono mai soltanto autolesionismo o comportamento autodistruttivo; l’ossessione della affermazione di sé o il bisogno di negare e di negarsi non sono mai pura e semplice ossessione o puro e semplice bisogno.

Di fronte alla sofferenza del figlio o della figlia «quinta carta» il clinico non deve- più che in ogni altro caso – lasciarsi andare alla tentazione di una diagnosi affrettata, che univocamente inquadri il «caso» in una ben definita ed esclusiva categoria nosografia, non può cioè limitarsi a etichettare il problema come puro e semplice disturbo x o puro e semplice disturbo y. Meno che meno può e deve condurre la terapia secondo paradigmi o protocolli fissi e rigorosamente determinati o predeterminati. La diagnosi deve, più ancora che in altri casi, essere prima di tutto relazionale, deve sapere e potere cogliere le mille e mille sfumature del gioco relazionale in atto. In questo caso ancora di più che in tutti gli altri, lo stesso sintomo può e deve essere letto e interpretato in modo ben diverso da come lo sarebbe in altra situazione; deve essere collegato agli altri sintomi in modo ben più articolato, sapiente e flessibile. Parimenti quella, che di solito sarebbe e dovrebbe essere, per esempio, la corretta strategia terapeutica di fronte alla anoressia di una primogenita femmina, risulta del tutto adeguata per una femmina «quinta carta». L’incidenza del gioco relazionale familiare sulla mancata o carente strutturazione del Sé è molto più complessa per quanto riguarda la patologia di un figlio o di una figlia «quinta carta». Il clinico deve tenerne conto sia nella presa in carico, sia nella diagnosi, sia nella conduzione della strategia terapeutica. È forse questo l’aspetto clinicamente più difficile e, al tempo stesso, più articolato e impegnativo della terapia delle famiglie caratterizzate da dinamiche incestuose.

 

Due padri incestuosi, due figlie bulimiche e due madri che non vedono

 

Primo caso.

Siamo all’aeroporto. Delia sta per partire per la Germania, con una importante borsa di studio. È la realizzazione del sogno.

Il padre, Piero, a parole è contento; però da più giorni se ne sta stranamente triste. Più si avvicina la partenza di Delia, più lui a parole è felice, ma nei fatti è sempre più abbattuto. Dalla sera prima della partenza, non parla più. Mentre accompagna Delia all’aeroporto, continua a tacere, E così, zitto, se ne sta fino all’ultima chiamata per il volo. Quando la chiamata arriva, Piero prende la mano di Delia: il gesto è quello del saluto, l’atteggiamento è quello del cane abbandonato, gli occhi e lo sguardo – di sotto in su – sono quelli della supplica a restare. Piero con la mano pare incollato a Delia, come se non riuscisse proprio a staccarsi da lei; piange silenziosamente. Intanto la madre leggiadra sta lì accanto, ma è come se fosse il personaggio di un’altra storia, che non c’entra nulla con quanto sta avvenendo  sotto i suoi occhi; non vede, non può vedere. Del resto come potrebbe vedere la tristezza e l’abbandono in un evento per lei tanto bello, che, se fosse capitato a lei, chissà quanto l’avrebbe resa felice. In questo periodo, poi, per lei va tutto più che bene: ha finalmente trovato il lavoro che tanto desiderava e che la gratifica al massimo, che la fa sentire importante, bella, “realizzata” come non mai (lei che nessuno nella sua famiglia d’origine prendeva mai in considerazione). Lei legge il silenzio e il pianto di Piero solo come segni di una semplice, normalissima commozione. Non ne può intuire il dramma. Il loro rapporto di coppia non ha mai raggiunto grandi e profondi livelli di intimità. Pur volendosi bene, non si conoscono veramente, meno che meno si sono mai veramente affidati l’uno all’altra. Solo la terapia li porterà a conoscersi, a frequentarsi veramente, a innamorarsi. Per ora, fino a lì in quell’aeroporto, lei non ha mai veramente preso in sé il bambino solitario, incompreso, ferito che sta dentro Piero, un bambino mai confermato dal padre e mai voluto fino in fondo dalla madre, un bambino che più volte ha subito abusanti attenzioni sessuali da un vicino di casa, senza che mai nessuno si accorgesse, che mai nessuno chiedesse, che mai nessuno permettesse a Piero di elaborare il danno subito. Solo Delia ha inconsciamente avvertito, sentito, percepito quel bambino; nelle lunghe ore in cui la madre restava al lavoro, c’era solo lei in casa con quel padre tanto complesso, con quel suo bambino nascosto dentro. Come non essere affettivamente presa, come non prenderlo emotivamente in sé, come non ingravidarsi psicologicamente di lui, di quel bambino abbandonato che nessuno – meno di tutti la madre – ha mai davvero visto e amato. Per una donna, soprattutto per una figlia, non è certo necessario fare l’amore, per ingravidarsi della debolezza bambina del proprio papà, per prendersi carico di lui. Le dinamiche incestuose sanno possedere molto più di un incesto realmente consumato. Basta un suo sguardo da cane abbandonato e solo, ed ecco il gioco è fatto e la sua debolezza bambina ingravida psicologicamente la figlia,

A Delia si bloccheranno le mestruazioni, il sintomo bulimico la farà da padrone, dopo pochi mesi tornerà a casa, vivendo il tutto come dovuto a una propria colpevole e devastante incapacità.

In realtà, come la terapia mostrerà, la coppia genitoriale, incapace di vera intimità e di vera autonomia, inconsciamente da un lato aveva delegato a Delia la gestione ingravidante della parte bambina di Piero, dall’altro aveva richiamato Delia, così che, tornando, potesse di nuovo gestire il proprio ruolo di incestuosa interlocutrice del padre e di provvidenziale liberatrice della madre.

 

Secondo caso.

Gianni, il papà di Erica, è stato anche lui abusato psicologicamente, da un “prefetto”, quando ragazzino era entrato in seminario, provocando in lui un terribile e insuperato corto circuito tra bene e male, tra moralità e immoralità, tra piacere e disgusto, tra identità maschile e omosessualità, tra fede e trasgressione, tra purezza e bestialità. Anch’egli, come Piero, non ha mai potuto né comunicare né elaborare quella esperienza, così che il danno in lui si è dilatato, fino a diventare paura di sé stesso, debolezza, incapacità a farsi valere effettivamente (non sa gestire la rabbia; sa solo litigare, per dispetti fatti e subiti, proprio come fanno i bambini sfigati). Gianni non sa davvero conquistare una donna, ha paura di prendere l’iniziativa, si sente sporco, brutto, inadatto. Anche della sessualità ha una percezione solo abbozzata, confusa; confonde il piacere con la trasgressione e con l’animalità del gesto. Meno che meno sa instaurare con la donna un rapporto di intimità profonda e vera, così che ogni sua relazione prima o poi si rivela inadeguata, non sa mettere radici, dare ed essere continuità. Incapace a prendere in mano la propria vita, di fatto lascia che siano gli eventi e le situazioni a decidere per lui (è questo un tratto frequente nelle personalità abusate).  Ha sposato Lella, la mamma di Erica, sostanzialmente per tre motivi (naturalmente più inconsci che consci): 1) Lella, nevrotica come era, finiva comunque per prendere lei l’iniziativa in tutto, liberando Gianni dalla incapacità a decidere e ad agire; 2) la famiglia di Lella stava del tutto antipatica alla famiglia di Gianni, così che, sposandola, lui riusciva – in quel modo – a ribellarsi a una madre troppo invadente e a un padre inetto, buttando fuori un po’ di quella rabbia e di quei fantasmi che ribollivano in lui; 3) Lella era molto occupata ed emotivamente ingaggiata nel suo lavoro di intellettuale, cosa questa che finiva con il difendere Gianni, preservandolo da ogni rischio di vera intimità con lei.

Anche in questo secondo caso, la coppia genitoriale finisce senza rendersi conto con il delegare alla figlia la gestione della parte bambina del padre, così da renderla di fatto la vera interlocutrice del padre, quella con la quale il padre fa davvero coppia a livello emotivo e affettivo. Anche qui l’incesto non è fisico, ma anche qui la figlia viene psicologicamente ingravidata da questo padre bambino. Per un po’ cerca di sottrarsi a questa dinamica attraverso la modalità difensiva tipica della anoressia restrittiva: va in amenorrea, ha un corpo che attraverso la magrezza tende a “volere” negare l’accesso alla femminilità piena, sta con un ragazzo che difficilmente può interrogarla e farla evolvere come femmina e come donna. Poi, quando Lella – in occasione di un viaggio all’estero – si deve allontanare da casa per una intera settimana, Erica – uniti alla amenorrea – manifesta anche i sintomi bulimici. Che è avvenuto? L’assenza prolungata di Lella (il “prolungata” è naturalmente relativo alla percezione della durata dell’assenza tipica di sistemi familiari disfunzionali) ha di fatto permesso al bambino Gianni di esibire ancora di più la propria tristezza e la propria solitudine e in questo modo di ingravidare Erica di sé. Il vomito bulimico per un verso è la conferma dell’avvenuto ingravidarsi di Erica, per altro verso è il suo inconscio desiderio di liberarsi di quel padre bambino, di vomitarlo fuori, di abortirlo attraverso il vomito e le aride labbra di una bocca invasa dai lancinanti dolori prodotti dai succhi gastrici.