Salta la navigazione

Tag Archives: psicoterapia sistemica a Bergamo

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

Ricordo qui, per esempio, di come si accede alla dimensione del simbolico e, in essa, alla attivazione della coscienza simbolica, la vicenda terapeutica di Enrico, un bimbetto di 6 anni, che da un lato, con ripetuti gesti di forte e distruttiva aggressività autolesionistica, si riempiva il viso e il corpo di dolorosi e profondi graffi, dall’altro presentava altresì difficoltà relazionali a scuola con i compagni e a casa con la sorella più piccola, il che lo rendeva solo e lo chiudeva in un mondo abitato da fantasie di “scheletri” e “mostri con due teste” (“una buona e l’altra cattiva”) terribili e minacciosi che gli rendevano molto difficile il sonno e che all’inizio, a tratti, egli descriveva come presenze reali.

Enrico era figlio di una coppia altamente problematica: il padre Matteo soffriva di un grave disturbo narcisistico della personalità, che lo rendeva incapace di ogni reale relazione e di ogni vera empatia; la madre Lucia presentava una rilevante fragilità dell’Io e dell’autostima, che – nei confronti del marito – non le permetteva di accorgersi né delle carenze relazionali di Matteo né della sua mancanza di vero affetto ed empatia per lei, e – nei confronti di Enrico – la rendeva madre poco contenente, molto discontinua nella presenza, incapace di adeguata conferma della evoluzione del figlio e delle sue acquisizioni e conquiste.

Come faccio in questi casi, procedetti a un intervento in parallelo sulla madre e sul figlio (il padre, come quasi sempre capita alle personalità gravemente disturbate nel narcisismo, rifiutò l’accesso al confronto terapeutico con la moglie, teso solamente a svalutarla con relazioni extraconiugali tanto ambigue e promiscue quanto esibite; lasciò la moglie e tornò ad abitare con i vecchi genitori gratificato dal loro compatimento).

Con la madre Lucia procedetti a sedute individuali, tese da una parte al rafforzamento dell’Io e alla fondazione di un’autostima adeguata, dall’altra parte al miglioramento della relazione con Enrico, sulla scorta di quanto in parallelo si stava facendo con il bambino, così da abilitare la madre a non ostacolare e, se possibile, continuare a casa l’intervento in atto sul bambino.

 

Con Enrico difatti si procedette a una nutrita serie di sedute di psicomotricità terapeutica, che contemporaneamente lavorarono sul contenimento del bambino e sulla possibilità di esprimere ed, esprimendo, strutturare e integrare la sua aggressività e la sua distruttività.

Poco alla volta la distruttività di Enrico si trasformò in azione costruttiva: da sedute quasi totalmente caratterizzate dall’abbattimento dei mostri a due teste (i cubotti di gommapiuma sovrapposti erano per lui i mostri a due teste da abbattere e distruggere)1 e da esercizi di difficili equilibrismi e salti tra i cubotti2 passò a sedute in cui si faceva sempre più presente il bisogno di costruire con i cubotti grandi edifici e anche, più tardi, una sua casa (che rappresentava ai nostri occhi il primo accesso di Enrico alla identificazione positiva e abitabile del proprio Sé).

Contemporaneamente Enrico, che aveva del tutto smesso di parlare dei mostri a due teste come di presenze reali e che ben presto non si graffiò più e cominciò a stare più felicemente con i compagni a scuola e con la sorella a casa, si lasciò sempre più avvicinare dalla psicomotricista, che all’inizio teneva a distanza e colpiva con le stesse palline e con gli stessi cubi con cui colpiva i mostri a due teste. Più avanti si affidò alla psicomotricista, la quale mai aveva smesso di confermarlo nella sua forza e abilità, lasciandosi contenere e massaggiare da lei, cosa questa che gli permise di cominciare a strutturare e a definire le parti del suo corpo come parti di un intero. È interessante, al proposito, notare come Enrico giunse a chiedere il contatto fisico del massaggio: come la necessaria ricarica di cui aveva bisogno per continuare l’abbattimento dei mostri a due teste.

Quando il Sé corporeo di Enrico fu sufficientemente contenuto, confermato e strutturato, il bambino poté finalmente accedere alla dimensione del simbolico: durante la quattordicesima seduta, dopo la solita ma sempre più limitata azione iniziale di abbattimento dei cubotti, Enrico chiede di essere massaggiato per recuperare l’energia spesa nell’abbattimento e, quando attraverso il massaggio il suo bisogno di contenimento del Sé corporeo è appagato, Enrico per la prima volta usa l’espressione “facciamo finta di …” e propone di fare il gioco del bowling utilizzando i legnetti e le palline presenti; poco dopo, a ulteriore conferma dell’acquisizione della dimensione del simbolico, nella fase finale della seduta, Enrico accetta addirittura, per la prima volta, un piano di gioco simbolico suggerito dalla psicomotricista (la quale sfrutta abilmente il casuale ricadere sulla testa del bambino di un telo lanciato in aria da Enrico e dice: “ma qui c’è un fantasma!”) e, dopo un’esitazione (“non dire stupidate, io non sono un fantasma”), sorprendentemente si affida al progetto di gioco della psicomotricista e, con risate felici, accetta di giocare impersonando il fantasma.

 

Che cosa era avvenuto? Attraverso il progressivo consolidarsi di un Sé corporeo finalmente contenuto e confermato come insieme armonico di parti, Enrico aveva potuto accedere alla acquisizione del simbolico: ora, grazie a un Sé corporeo più solido, il bambino «sapeva»3 che non si perdeva se nel gioco si poneva in un ruolo o in un personaggio diversi da quelli che egli si sentiva di essere; «sapeva» che egli rimaneva comunque sé stesso: il ruolo poteva cambiare proprio perché l’identità del Sé non veniva perduta, anzi più il gioco del cambio del ruolo procedeva più l’identità, restando pienamente fedele a sé stessa, veniva confermata dalla e nella sua capacità di agire scegliendo e di scegliere agendo.

 

L’evoluzione terapeutica di Enrico ci insegna come solo la presenza di un Sé adeguatamente contenuto, confermato e strutturato permette sia l’affidarsi all’altra persona, sia la messa in gioco di sé stessi, in una ricerca sempre nuova e più ricca della propria identità. Lasciarsi non significa perdersi, ma significa potersi sempre più ritrovare e identificare. Rinviare ad altro rispetto a sé è, ora, potersi ritrovare in modo nuovo in sé stessi. Se un bambino di sei anni costituisce e attiva queste strutture, potrà da grande, nell’incontro con la relazione d’amore e nell’esperienza della grande notte, assaporare il gusto pieno dei gesti e del letto d’amore.

 

 

1 L’abbattimento e la distruzione dei mostri a due teste avveniva attraverso il lancio di palline o di cubi più piccoli; solo più tardi Enrico poté sentirsi in grado di abbatterli lui stesso, attraverso quel contatto corporeo diretto che all’inizio la mancanza di un Sé corporeo adeguato gli rendeva impossibile.

2 Agli occhi miei e della psicomotricista queste sue evoluzioni rappresentavano il suo difficile e acrobatico muoversi tra la instabilità a tratti quasi schizoide dei genitori e il suo bisogno di vita e di affermazione di sé, tanto che tra noi lo definimmo “l’acrobata della disperazione e della sopravvivenza”.

3 Per bene comprendere il senso di questo «sapere», vedi l’Appendice precedente e tutta la Sezione Seconda.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

Aumentano le seconde nozze (dati ISTAT)

Il solito prezioso amico mi segnala la notizia appena lanciata: “Le secondo nozze, dice l’Istat, che oggi ha reso noto la rilevazione sui matrimoni nel 2007, sono stati 33.070 nel 2007 contro i 31.846 dell’anno precedente. Essi rappresentano il 13,2% del numero complessivo delle nozze celebrate” (“la Repubblica”, 21/4/’09).

Il dato non mi stupisce. Conferma quanto riscontro nella mia esperienza di clinico e, in particolare, di terapeuta della coppia: la prima esperienza di coppia è molto, troppo fragile, quasi sempre del tutto lontana da una costituzione davvero autonoma, psicologicamente adeguata e libera. Lo svincolo dalle famiglie d’origine è sempre più difficile, inquinato come è dalle fortissime interferenze e/o carenze delle famiglie d’origine, che invischiano i figli nella disfunzione dei propri giochi relazionali, condizionandoli gravemente.

I lettori di questo blog sanno, per esempio, come e quanto all’interno delle famiglie agiscano dinamiche incestuose (quantomeno psicologicamente tali), che arruolano i figli (soprattutto il primo maschio e la prima femmina) nella funzione di “coniuge compensatorio” del genitore di sesso (di solito) opposto: mancando una primaria e significativa vita di coppia coniugale i due genitori investono il proprio potenziale emotivo e affettivo non sul coniuge, ma sul figlio o sulla figlia. Non importa se questo avviene nel segno della complicità o in quello del conflitto; da un punto di vista relazionale, ciò che conta è il voltaggio emotivo del coinvolgimento tra genitore e figlio/figlia: se esso è più intenso e significativo di quanto lo sia quello che caratterizza la coppia coniugale, la vera autentica coppia sarà quella tra genitore e figlio/figlia.

La forza di invischiamento delle famiglie relazionalmente disfunzionali (oggi sono, spero di sbagliarmi, la stragrande maggioranza) è fortissima. Spesso il figlio o la figlia, più o meno inconsapevolmente, usano il matrimonio, soprattutto il primo, come lasciapassare per tentare di “andarsene”, per sfuggire a genitori troppo invischianti o controllanti o conflittuali o violenti o assenti, comunque pesantemente condizionanti. In certi casi, quasi sempre inconsciamente, usano il primo coniuge come strumento per aggirare il divieto dell’incesto: il coniuge, solitamente molto debole e improbabile o poco significativo, prima o dopo sparirà del tutto o sarà relegato a un ruolo comunque secondario, così che, al suo posto, subentrerà come effettivo “vero” genitore la nonna o il nonno (oppure, in subordine, lo zio o la zia, secondo uno schema tipico delle società dichiaratamente matriarcali).

Altro caso tipico nei primi matrimoni è la scelta di coniugi che, più che piacere allo sposo o alla sposa piacciono ai loro genitori. È come se, anche nel momento del matrimonio, il figlio o la figlia facessero i “bravi bambini” che seguono i consigli del papà o della mamma e/o ne realizzano le aspettative sociali, culturali, finanziarie, religiose, sessuali. Sono figli non ancora omologati alla fedeltà a sé stessi, al diritto di essere quel che sono e non quel che i genitori vogliono da loro.

Che matrimoni come quelli sopraddetti non possano durare a lungo è prevedibile o perfino auspicabile. C’è da sperare che il fallimento o, per meglio dire, la non adeguata costituzione del primo matrimonio costituisca almeno l’occasione, perché si affronti una adeguata terapia familiare che permetta di recuperare la funzionalità delle relazioni familiari possibilmente di entrambe le famiglie d’origine (non ci si mette insieme per caso).

Molti primi (in particolare) matrimoni sono, poi, delle mosse (inconsce) che una o entrambe le famiglie d’origine operano, per non vedere e non affrontare situazioni patologiche anche molte gravi del figlio e/o della figlia, invischiando o tentando di invischiare il novello sposo o la novella sposa nel “gioco psicotico” della famiglia. Che una figlia anoressica non adeguatamente curata si sposi, può per esempio, costituire per i genitori da un lato l’alibi perché si illudano che la loro figlia sia guarita e che, perciò, loro siano stati bravi genitori, dall’altro la possibilità di scaricare sul nuovo venuto la “colpa” e la responsabilità dei problemi della figlia (“stava così bene, poi ha voluto sposare quello lì, e guarda adesso come sta”).

Per evitare che il risucchio invischiante di uno o di entrambe le famiglie d’origine risulti troppo prevaricante è sempre consigliabile che la giovane coppia abiti il più lontano possibile da entrambe le famiglie d’origine, non dipenda finanziariamente da queste, trovi lavoro fuori dall’ambito di genitori e parenti, non debba con rituali assurdi frequentare abitualmente (magari ogni giorno o ogni sabato e domenica) i genitori. Lo so, tutto questo va contro quella che purtroppo è ormai la mentalità corrente, ma occorre dire queste realtà, che bloccano sempre più le famiglie in una pesante, rigida e patogena paralisi relazionale, impedendo la costituzione di giovani coppie solide. So anche, purtroppo, che, quanto più si afferma questa mentalità, tanto più sarà difficile per due giovani trovare lavoro, casa, autonomia, evoluzione, continuità, stabilità. Queste difficoltà, prima di essere la causa dei problemi dei giovani, sono la conseguenza della rigidità invischiante delle famiglie d’origine,cioè della famiglia tradizionale. Occorre sottolinearlo a chiarissime lettere. Pensiamoci bene, quando con ecccessiva enfasi e con fretta acritica tessiamo gli elogi incondizionati della famiglia tradizionale, come se fosse l’unica vera risorsa della società.

Con tutto quanto si è finora detto, si comprende perché molte coppie accedano al secondo matrimonio, spesso con più maturità e convinzione di quanto succeda per il primo. Tuttavia, penso, solo una evoluzione guidata da una saggia e adeguata terapia può aiutare la coppia, evitando che il secondo matrimonio sia peggio del primo o ne costituisca una riedizione non riveduta e non corretta.

In ogni caso sarebbe a mio parere auspicabile che tutte queste difficoltà venissero sapientemente prese in considerazione da autorità e istituzione sociali, civili e religiose, con profonda e non ideologica comprensione delle condizioni psicologiche e relazionali complesse e, spesso, altamente problematiche e – ripeto – anche patologiche, che identificano sempre più sia le giovani coppie al loro primo o secondo matrimonio, sia – ancora di più – le famiglie d’origine e la tanto decantata famiglia tradizionale.

 

 

Psicosi e ricorso a santoni, maghi, sensitivi ecc.

 

Prima di essere il problema di un individuo il processo psicotico è problema ed evento del sistema familiare e delle relazioni che lo costituiscono. Per usare un’immagine mutuata dal mondo dell’elettricità, il sovraccarico o la carenza di tensione, prima di essere un problema della singola lampadina, è un problema del circuito. Se voglio proteggere le lampadine, devo perciò intervenire subito sul circuito e garantirne il regolare funzionamento.

Ricordo come per questo sito la psicosi è non uno stato, ma un processo, che, come tale, può ulteriormente aggravarsi o regredire. Ciò vale per l’individuo e, a monte, per il sistema familiare e per il gioco relazionale che lo caratterizza. La regressione e il superamento del processo psicotico (cioè la sua “guarigione”) possono – a parere di chi scrive – essere correttamente ottenute soltanto grazie a un intervento di psicoterapia sistemica, che giunga all’individuo proprio a partire dal sistema. Altrimenti l’individuo finisce con il sottrarsi alla possibilità di essere aiutato.

Uno dei parametri diagnostici, forse il primo e più evidente, della gravità del processo psicotico in atto in un sistema è la negazione – da parte dell’intero sistema o di uno o più individui del sistema – di ogni richiesta d’aiuto o, più radicalmente ancora, di ogni necessità di riferimento a figure esterne al sistema e/o al suo bisogno di  vero cambiamento: o non ci si fa aiutare per nulla o – se ci si fa aiutare – si ricorre a terapeuti o a metodologie terapeutiche che non modificheranno in nulla l’equilibrio relazionale del sistema e che accetteranno come paziente soltanto la persona designata come problematica dalla famiglia, di fatto legittimando con ciò la patologia relazionale del sistema. Non a caso nella terminologia sistemica colui che la famiglia presenta come “il problema” è chiamato “capro espiatorio”.

Molto, troppo spesso il sistema interessato da giochi psicotici si rivolge anche a figure non competenti o non legalmente riconosciute, quali maghi, santoni, cartomanti, sensitivi e via dicendo. Non è raro, purtroppo, il caso in cui la famiglia e/o gli individui ricorrano a un uso patologico e patogeno della religione, vissuta in modo distorto e letta – sotto sotto – come fatto magico, superstizioso, isterico, permeato di un misticismo solo emotivo e con tratti quasi alllucinatorii. Anche qualora questi maghi o santoni siano in buona fede (cosa peraltro rarissima), il ricorso a essi quantomeno ritarda e rinvia nel tempo il ricorso a figure davvero competenti. Tale ritardo o rinvio è gravemente dannoso, proprio perché collude di fatto con il procedere e il radicarsi del processo psicotico.

 

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

anoressia cause organiche

 

Secondo le affermazioni teoriche e cliniche della psicologia sistemica e secondo quanto mi viene confermato ogni giorno dal mio stesso lavoro clinico e dai suoi risultati, l’anoressia (per anoressia intendo qui sia l’anoressia restrittiva che l’anoressia bulimica) è dovuta non a cause organiche, bensì alla disfunzione delle relazioni del sistema familiare. Cambiando radicalmente il gioco relazionale della famiglia, in particolare quello della coppia genitoriale, l’anoressia può essere guarita non solamente a livello sintomatico (non si dimentichi che di per sé la remissione dei sintomi non equivale alla guarigione), ma anche e soprattutto a livello strutturale, cioè nelle sue radici profonde. Secondo quanto verifico nel mio quotidiano lavoro clinico, l’anoressia non ha cause organiche; semmai ha conseguenze organiche. Non è dunque l’amenorrea causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa dell’amenorrea. Non sono dunque la perdita o l’aumento di peso causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa della perdita o dell’aumento di peso. Non sono dunque il vomito o il controllo ossessivo-compulsivo dell’alimentazione causa dell’anoressia; è invece l’anoressia causa del vomito o del controllo ossessivo-compulsivo dell’alimentazione.

Solo una psicoterapia, che intervenga sul gioco relazionale della famiglia, può dunque guarire davvero l’anoressia. Certo, perché ciò avvenga, il sistema familiare e in particolare – ripeto – la coppia genitoriale devono essere disposti a cambiare e a mettersi in gioco radicalmente, affidandosi al terapeuta. Non è facile. I vecchi equilibri relazionali tendono a invischiare nelle loro logiche immutabili (il termine tecnico è omeostatiche) e a ostacolare e svalutare ogni vero cambiamento. Piuttosto che mettersi in discussione e cambiare come famiglia, come coppia e come persone, molti genitori preferiscono convincersi che le cause dell’anoressia siano organiche. In ciò sono incoraggiati da una diffusa mentalità medicalistica e organicistica, che tende a fare vedere l’anoressia come problema prevalentemente o esclusivamente medico, risolvibile soltanto attraverso il ricorso a strutture e a figure prevalentemente o esclusivamente mediche. È più facile e più deresponsabilizzante. Ma non è certo più risolutivo.

Né certo più risolutivo è il ricorso a strutture e a figure che, per intervenire sulle cause dell’anoressia, mescolino tra loro psicoterapia e terapia psicofarmacologica; interventi di questo tipo mi paiono quanto meno un pastiche epistemologico e clinico, figlio dell’incertezza e della confusione teoriche e cliniche: se si pensa davvero che la causa dell’anoressia sia organica, la psicoterapia è solo appoggio consolatorio e, per quanto riguarda la genesi del problema, del tutto inutile; al contrario, se si pensa davvero che la causa della anoressia sia psicologica o ambientale o relazionale, allora la terapia psicofarmacologica è, per quanto riguarda la genesi del problema, del tutto inutile.

Con ciò non voglio certamente sostenere che non ci debba essere collaborazione tra psicoterapeuta e medico. Se, come ho detto e penso, l’anoressia ha conseguenze organiche, allora l’apporto del medico può risultare utile: può appoggiare e sostenere il lavoro dello psicoterapeuta sistemico, attraverso il monitoraggio e il sostegno del recupero anche organico che la psicoterapia sistemica attiva, rimette in moto e struttura.

 

 

 

 

Bulimia e Anoressia come processi psicotici curabili solo con la psicoterapia sistemica

 

L’anoressia e la bulimia (si può anche, più correttamente, parlare di anoressia restrittiva e di anoressia bulimica o, più in generale, di disturbo alimentare) sono quel processo attraverso il quale una persona tende – in modo sempre più riduttivo ed esclusivo – a identificarsi con quel buco d’angoscia che caratterizza il suo Sé e che in qualche modo va controllato e/o riempito, non importa come. Soprattutto nei momenti o nelle situazioni in cui più riaffiora la presenza di questo vuoto, la persona da un lato si illude di poterlo colmare o vomitare con il cibo (ingoiato o divorato non per nutrirsi, ma, appunto, per riempirsi); d’altro lato si illude di poterlo controllare proprio attraverso il controllo del cibo. In entrambi i casi si proietta e si sposta sul rapporto conflittuale e/o dipendente con il cibo la relazione problematica, che il Sé ha con l’introietto genitoriale, a partire da quello materno (per introietto si intende la presenza non adeguatamente elaborata e interiorizzata della relazione con le figure genitoriali). Essendoci in gioco dinamiche di proiezione e di spostamento, il processo non può che essere psicotico, perché tende sempre più a limitare all’evento bulimico o anoressico l’esperienza e il fluire del Sé, isolandolo dal vero confronto con gli altri e con la realtà.

L’anoressia e la bulimia sono, dunque, non uno stato, ma un processo, che può sia evolvere nel vortice del disturbo psichico fino agli estremi del processo psicotico, sia rientrare nel corretto fluire del Sé. Però, questa seconda eventualità accade soltanto grazie a un adeguato intervento psicoterapeutico. A mio avviso, l’unico intervento terapeutico efficace, in grado di potere essere risolutore, è quello offerto dalla psicoterapia sistemica, quello che abitualmente viene chiamata terapia familiare o terapia della famiglia; a mio avviso, gli psicofarmaci e le cure ormonali non servono e di certo non intervengono sulla radice del problema, ma al massimo su alcuni aspetti sintomatici, che ben presto si ripresentano magari con altre modalità. Senza un intervento psicoterapeutico in grado di essere risolutore, la remissione dei sintomi, lungi dal rappresentare la “guarigione”, coincide spesso con il loro spostamento in altre modalità sintomatiche. Sulla base di quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, non esito a dire che dall’anoressia e dalla bulimia si può davvero “guarire” solo attraverso una adeguata psicoterapia sistemica.