Salta la navigazione

Tag Archives: psicosi reattiva

Nò-ché” ripeteva lo psicotico nell’autobus

Se ne stava lì in mezzo all’autobus, ingombrante, in piedi, un braccio appoggiato alla barra di destra e uno alla barra di sinistra, in modo da impedire il passaggio. Lo sguardo fissava un punto imprecisato, così da non incrociare altri sguardi. A voce medio-alta continuava a ripetere “nò-ché”, scandendo questo due sillabe con un ritmo non ossessivo ma continuo, in una stereotipia vocale ininterrotta. Qui a Bergamo “nò-ché” significa “non qui”.

Era salito proprio davanti a me, salutando il conducente con un tono soltanto leggermente eccessivo e sopra le righe. Se non ci fosse stata la scena successiva, sarebbe potuto addirittura sembrare un saluto aperto o perfino gioviale.

Era un giovane tra i venticinque e i trent’anni vestito a modo, rasato, con occhiali da bravo studente.

Ne parlo, perché oltre a lui mi ha colpito l’atteggiamento dei passeggeri dell’autobus. A Roma o a Napoli di certo qualche accenno di reazione ci sarebbe stato, qualcuno avrebbe tentato qualche abbozzo di interazione, di coinvolgimento, di attenzione espressa, di sguardo rivolto a lui o agli altri. Non qui. Qui il tutto è passato via come se nulla fosse in atto, meno che meno qualcosa di strano o di diverso. Il diverso, lo strano, l’altro sono o dovrebbero essere presenza (e “presenza” significa “l’essere qui davanti”), attenzione (e “attenzione” significa “”tendere verso”: l’attendere è ciò che precede e fonda l’intendere), interrogazione (e “interrogazione” significa “domanda scambiata, rivolta reciprocamente tra più persone”), provocazione (e “provocazione” significa “voce che chiama innanzi, voce per qualcuno, voce pro qualcuno”), dialogo (e “dialogo” significa “parola scambiata, parola che attraversa la distanza”). Sono o dovrebbero esserlo ovunque, dappertutto. Non qui.

L’esperienza da terapeuta mi dice che la psicosi di quel giovane era sì, come tutte le psicosi, una dinamica di difesa, ma in più essa enunciava un alto tasso di reattività. È come se lo psicotico si chiudesse nel proprio mondo non soltanto per difesa o per paura o per umiliante eccesso di svalutazione subìta, ma soprattuto e prima di tutto per protesta, per rifiuto, per provocazione di fronte a un mondo intollerante, che è lui in difesa, lui pieno di paura, lui incapace di riscatto e di dignità. È come se lo psicotico si ribellasse e con la propria chiusura dicesse: “tu, mondo, con me non ce la fai. La tua paura, le tue logiche da servo umiliato e umiliante potranno valere dove vuoi tu, ma non qui, nò-ché. Te lo dico con le uniche due parole che accetto della tua lingua madre e della tua anima: il no e il qui. Ti dico “no” restando “qui” senza essere qui davvero, ma essendo qui in quella scissione lacerante che soltanto noi psicotici sappiamo essere e siamo”. Più che difese, queste psicosi mi paiono invocazione, richiamo, sfida, bestemmia contro i falsi idoli, preghiera. Se si fosse trattato della solita psicosi difensiva, che fugge e cerca la tana e la nicchia, quel giovane forse non sarebbe neppure uscito da solo di casa, di certo non sarebbe mai salito su un autobus così pieno di gente, non avrebbe così apertamente salutato il conducente, non si sarebbe piazzato lì in mezzo occupando tutto il passaggio.

Sono le psicosi per certi versi meno ostiche da curare, perché sottendono quella energia che sempre sostanzia (cioè “sta sotto a”) le provocazioni e le reazioni del Sé; se soltanto un poco il sistema familiare è in grado di mettersi in gioco, il miglioramento o la stessa guarigione arrivano in fretta. Spesso la coppia dei genitori di psicotici di questo tipo è caratterizzata da un lato da madri troppo forti, talora con grossi nodi dissociativi e con elevata rabbia nei confronti del maschile, che aggrediscono in modo espropriante; dall’altro da padri troppo deboli, incapaci di arginare quella violenza della compagna, che così lasciano venga scaricata sul figlio, senza che loro lo sottraggano alla usurpazione materna.