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Tag Archives: psicologia dell’omicidio suicidio

 

 

Incesto e stragi familiari: un’unica abissale radice

Come ho già detto, attraverso i motori di ricerca moltissime risultano le richieste perché questo sito parli d’incesto. Mi stupisco che nessuno degli operatori dei grandi media individui e segnali la presenza di questo interesse.

Da parte mia, noto invece che, se c’è un legame capace – dando ragione e causa – di unire tra loro eventi tragici quali i sempre più frequenti episodi di stragi familiari, questo va colto in un implosivo, violentissimo vortice d’incesto e di dinamiche incestuose, che sta investendo le nostre famiglie.

Che altro è l’omicidio-suicidio tipico di queste stragi di genitori e figli, se non il folle, assurdo, magico tentativo di bloccare la genitorialità e la filialità di sé stessi nel tempo, e il tempo in sé stessi, rendendo assoluto, irreversibile, invincibile il possesso? E che altro è l’incesto se non il tentativo di continuare a possedere e a possedersi nel figlio o nella figlia, al di là e al di qua di ogni tempo e di ogni storia? Che altro è se non il tentativo di non lasciare mai la madre e il padre, grazie al magico assoluto possesso del matricidio e del patricidio? Strage familiare e dinamica incestuosa non hanno allora la stessa identica, magica, folle, abissale, unica radice?

La strage familiare è per certi versi l’estrema, radicale, magica, folle coerenza dell’incesto; è l’incesto spinto alla propria estrema folle conseguenza, all’ultima assoluta sperante disperazione, quella che non vuole e non può più vedere nulla oltre di sé.

Che l’incesto sia cecità disperata, lo ha detto fin dall’alba stessa dell’Occidente la saggezza greca, quando, nel mito, dice di Edipo che si acceca di fronte alla coscienza del proprio incesto con la madre Giocasta.

Incesto è black out della luce, di ogni luce e di ogni dare alla luce. Anche per questo è evento tanto nascosto e taciuto. Incesto è in-vidia (letteralmente “non vedere”) della vita. Dunque è difesa paranoide nei confronti di ogni incontro tra le diversità. Difatti, dove altro è e sta la vita, se non nel luogo in cui le diversità si incontrano, si amano, concepiscono e si concepiscono l’una nell’altra, chiedono di essere futuro, progetto, utopia, l’una diversità per-sonando nell’altra e dell’altra? Ecco perché incesto è anche – radicalmente e prima di ogi altro fatto o fenomeno – evento e culla, oltre che di buio cieco, anche di paura della diversità propria e altrui, di intolleranza, di razzismo, di apartheid, di eliminazione e soluzione finale di ogni novità e alterità, di aborto, di occidente. Non è un caso – io credo – che aborto e occidente abbiano la stessa matrice semantica e entrambi significhino “lontananza dal sorgere del sole”, cioè lontananza dalla e della luce. Prima di difendere l’occidente, non è forse il caso di vederne, metterne in luce, coglierne il dramma, di affrontarlo e guarirlo? Anche oggi Edipo è ancora lì a Colono dove – nel giardino delle Erinni, le divine furie vendicatrici – attende la definitiva discesa agli inferi. Con lui sta la figlia Antigone (significa “contrapposta alla generazione”), che, come dice Euripide nelle Fenicie, rinuncia per il padre alle nozze e alla generazione. Quanti Edipo, quante Antigone, quante Giocasta (madre e sposa di Edipo), quanti Laio (il padre ucciso da Edipo; il padre che, trafittigli i piedi aveva abbandonato appena nato Edipo, così che morisse) ho incontrato e incontro sempre di più nelle mie terapie!

Che l’incesto sia infradiciato di cecità, lo dice ogni giorno l’esperienza clinica. Senza vedere quanto incestuosi sono nelle loro logiche, pur di continuare a possedere i figli, i genitori ne impediscono lo svincolo in mille modi: tengono ancora in casa figli e figlie ventenni, trentenni (e oltre); temono di lasciare soli in casa “bambini” di 11-12 anni anche in pieno giorno e solo per un’ora o due; continuano a portare a scuola figli e figlie di 13, 14, 15, 16, 17, 18 anni; se la scuola non è proprio lì alla porta accanto e dista anche solo due o tre fermate d’autobus, portano loro a scuola i figli di 6, 7, 8, 9 10, 11, 12 anni. Addirittura, pur di continuare a mantenere figli i figli e pur di continuare – mantenendoli figli – a possederli, li condannano – ciechi – alla problematicità, alla mai raggiunta autonomia, al disturbo psichico. Legittimano la loro cecità puntellandola di indiscutibili paranoie, che vedono pericoli dovunque e comunque, che hanno “bisogno” che ci siano i pericoli, così che, nei pericoli, trovi alibi il vero grande pericolo: la possessione incestuosa del figlio, condannato a restare per sempre bambino, incapace di allontanarsi, di essere autonomo, di affrontare e vivere la luce della propria vita.

Allora, perché si resti eternamente padri e madri di figli eternamente figli, quale strada c’è più assoluta, più sicura, più occidentale dell’incesto? E quale incesto c’è che sia più assoluto, più incancellabile, più occidentale di una strage familiare? Chi più di Pietro Maso o di Ferdinando Carretta possiede per sempre la propria madre, possiede per sempre il proprio padre? E chi più del padre e della madre di Pietro Maso e di Ferdinando Carretta possiede per sempre la vita del figlio?

 

Perché ci sono i kamikaze? Analisi psicologica del kamikaze

Rispondo qui alla lettera di Daniela dell’8 settembre, che mi chiede perché ci sono i kamikaze.

 

Il pensiero magico è il modo di vedere e di essere il mondo tipico della prima infanzia. Tutto è possibile: mamma  papà sono onnipotenti;e se il rapporto con l’onnipotenza del genitore è adeguato, allora per il bambino volere e potere sono una cosa sola; così pure essere e pensare. Allora l’orizzonte dell’essere si spalanca totale di fronte al bambino; è presenza immediata, nitida, a portata di mano; fa tutt’uno con il suo sguardo e con il suo stupore; è stupore vivente.

Al fondo di ogni atto, che in qualche modo vuole essere assoluto, c’è sempre – più o meno inconscio – il riaffiorare del pensiero magico. Che ciò avvenga nella dimensione sapiente dell’arte o in quella tragica della follia oppure in quella più consueta del sogno o del gioco fantastico, dipende dal tipo di regressione in atto. L’artista gioca con la regressione, ne conosce i sentieri, li percorre senza smarrirsi. Allora il sentiero può essere sì faticoso, ma non è mai spaesante d’angoscia; è invece vivo di libertà e verità, gravido di stupore e di simbolo. Il folle non gestisce la regressione, ma ne è travolto; non gioca, ma è giocato. Chi sogna o chi gioca con la fantasia, lascia la regressione nel confine di un dormiveglia o in quello di una regola ludica.

In quanto toccano i confini dell’assoluto, ogni atto di omicidio e di suicidio e – a maggiore ragione – ogni atto di omicidio-suicidio sono figli del pensiero magico. Anche se qualcuno si illude che possano esserlo, l’omicidio e il suicidio non sono mai atti solo strumentali. Sono sempre atti abitati più o meno inconsciamente dall’assoluto. Chi uccide, sotto sotto possiede la sua vittima. Così pure, chi si uccide, intende possedere per sempre sé stesso, non perdersi mai. Il tempo del pensiero magico, del resto, è presente totale, assoluto, che ferma in sé la storia, la paralizza, la imbalsama.

Di fronte alla innamorata che lo respinge, l’omicida – uccidendola – nega in un colpo solo sia la propria impotenza sia il rifiuto subito; rende assoluto il possesso, lo preserva da ogni futura impotenza e da ogni possibile rifiuto. Uccidendo poi sé stesso, compie la magia totale: possiede sé stesso in modo irreversibile, in un modo che nessuno potrà più rimettere in gioco; ma soprattutto possiede l’assoluta onnipotenza del proprio amare, così che l’omicidio-suicidio sia un coito assoluto, a propria volta irreversibile e innegabile, eterno. A modo suo, l’azione di omicidio-suicidio passionale è un capolavoro di follia; per questo può avere in sé un fascino perverso, può costituire un vortice d’attrazione al limite dell’ammirazione. Non a caso, in alcuni episodi nei quali anche la vittima è folle quanto il suo carnefice, stupiscono la scarsa reazione o, perfino, la tacita acquiescenza di chi viene ucciso (come se sotto sotto si cercasse l’uccisione).

Nel caso dell’omicidio-suicidio politico o religioso o ideologico (o tutte e tre le cose insieme), la dinamica è, di fatto, la stessa di quello passionale. Con queste differenze:

1.    in gioco c’è non il possesso di una persona amata, ma dell’intero gruppo o popolo nemico;

2.    in gioco c’è non il possesso di un Sé individuale, ma di un Sé più ampio o – meglio – più sfumato, nel quale e con il quale ci si identifica (il gruppo politico o religioso o ideologico di appartenenza reale o presunta);

3.    in gioco c’è non un amore che si desidera eternare, ma un odio che, a propria volta, deve essere eterno.

Al di qua delle differenze non può certo sfuggire la componente erotica di questo omicidio-suicidio. Ben si sa quanto l’odio sia il rovescio della medaglia dell’amore: entrambi vivono del coinvolgimento assoluto delle emozioni, degli affetti, del respiro, dei pensieri; facilmente l’uno sfocia nell’altro, l’uno è l’altro (come ben ricorda Catullo).

Che poi l’odio-amore abbia come proprio oggetto non una persona, ma un gruppo o un popolo di nemici, può essere frutto di una sublimazione della propria incapacità individuale e/o sociale e/o culturale di amare; un Romeo mancato può ergersi a eroe e martire di una causa politica, religiosa, ideologica. Chi si uccide per uccidere il nemico, non a caso appartiene di solito a gruppi, società, popoli, culture, che in modo assoluto o, come si suole dire, integralistico affermano la totale prevalenza della “causa” sull’amore. Per l’integralista islamico il rapporto Allah-uomo prevale nettamente – in assoluta “sottomissione” (è questo il significato della parola Islam, anche se in verità si rifà a una parola che indica pace, alle tre consonanti che indicano il saluto di chi è in pace e porta la pace) – sul rapporto uomo-donna (donna viene sempre dopo il trattino, che come un burka la isola); per il terrorista degli anni di piombo, che, per uccidere, rischiava di morire, l’amore romantico era una “degenerazione borghese”; parimenti per il bombarolo fascista, che a propria volta, rischiava la morte, il rapporto uomo-donna era letto nei margini di una tragica svalutazione maschilista, che dissocia la donna nel bivio madonna-prostituta. Che lo voglia o meno, che se ne accorga o meno, chi mette in secondo piano l’amore tra l’uomo e la donna, finisce sempre per erotizzare ciò che mette in primo piano; non può fare a meno di erotizzarlo, in una tragica nemesi che segna di sé tutte le impotenze.

Il kamikaze è, prima di tutto, impotente nei confronti del proprio Sé. per questo ha bisogno di proiettarlo e di identificarlo in un Sé più ampio. È un modo di sfuggire a sé stessi e, al tempo stesso, è l’alibi di questa fuga impotente dalla identità del proprio Sé. Del resto come può identificarsi chi non sa amare, chi ha bisogno di amare una “causa”?

Oggi il mondo islamico sta vivendo una tremenda fase di trasformazione culturale, linguistica, sociale (lo vedremo bene nel post di domani, che analizzerà il rapporto tra terrorismo e integralismo). Soprattutto il rapporto tra l’uomo e la donna e tra la donna e l’uomo, tra il maschio e la femmina e tra la femmina e il maschio, è al centro di questa trasformazione. In gioco ci sono la morte di un mondo e le angosce anche dissocianti e regressive di molti individui. Che la difficoltà sia enorme è fuori discussione. Che ci siano casi di omicidio-suicidio lo è un po’ meno.

Kamikaze è parola giapponese, significa “vento divino”: come nel 1281 una provvidenziale tempesta, proprio quale vento divino, protesse il Giappone dalla invasione della flotta del Kublai Khan, difendendone l’insularità, così durante la II guerra mondiale i piloti che con il loro aereo si buttavano contro le navi nemiche, intendevano difendere di nuovo il loro paese.

Come si vede, fin dal termine usato, l’azione dell’omicidio-suicidio è sempre una dinamica difensiva, insulare, che nasce dall’angoscia della invasione e della perdita, dallo spaesamento di una trasformazione che viene vissuta come possibilità di una morte assoluta, totale. Di qui l’evento regressivo al pensiero magico, al bisogno infantile di essere e restare bambini onnipotenti che vogliono sconfiggere lupi e draghi, senza essere mai cresciuti e senza avere mai conosciuto l’amore.