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Tag Archives: prostituzione sacra

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Prostituzione sacra, riti di possessione, donna d’oggi e uomo bestia

 

In moltissime culture, soprattutto in quelle del passato e in quelle che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive”, la prostituta dipendeva e dipende non dalla autorità statale, ma da quella religiosa. In queste culture la prostituta difatti era ed è figura della dea femminile della fecondità e dell’amore, ne è la sacerdotessa, ne incarna la presenza, così che l’incontro con lei ha una formidabile valenza rituale e/o iniziatica.

Per queste culture, rapportarsi con la prostituta significava e significa attingere al potere stesso della dea madre, celebrarne la vivificante forza partecipandone, in una sorta di comunione erotica e sessuale. Per questo il rapporto con la prostituta avveniva ed avviene soprattutto in occasione di alcuni momenti dell’anno, in particolare nei due solstizi, e/o in coincidenza con importanti momenti della vita dei campi o della cacciagione.

Per questo il rapporto con la prostituta molto spesso era ed è uno degli eventi centrali del rito iniziatico del maschio. In questo contesto di festa religiosa e sociale, il ragazzo incontrava e incontra – nella prostituta – tutta la valenza sacra e potente del femminile: questo gli permette di accedere alla pienezza della identità virile adulta. Era ed è come se il ragazzo incontrasse nella prostituta la dea e nella dea la pienezza del genere femminile. Avendo così posseduto sessualmente il genere in tutta la sua sacra pienezza, il ragazzo diveniva e diviene maschio adulto, in grado di coniugarsi a pieno titolo con l’individualità femminile o fidanzandosi o sposandosi. Era ed è un passaggio cultuale di grande rilevanza sociale e psicologica: unitamente alle altre prove iniziatiche, dava identità al ragazzo, lo confermava a pieno titolo come adulto agli occhi sia della comunità sia di sé stesso, strutturandone in modo non irrilevante il Sé di genere, il Sé sociale e, dunque, l’autostima.

L’equivalente iniziatico femminile consisteva e consiste nella esperienza della cosiddetta esposizione al tempio o prostituzione sacra. La ragazza appena mestruata veniva e viene posta in un’area sacra, di pertinenza della dea e, dunque, della autorità religiosa; lì attende il giungere dello straniero e con lui si accoppia. Lo straniero è figura del dio maschile, così che la ragazza vive il rapporto sessuale come se fosse posseduta dal divino e da tutto il suo travolgente e fecondante potere. In tal modo la fanciulla struttura e conferma il proprio Sé di genere e, quindi, la propria autostima a partire da un messaggio formidabile e imperdibile: il mio potere femminile è tanto forte che dio stesso è venuto in me.

Da noi, oggi, questi eventi antropologici così rilevanti e capaci di agire in modo tanto formidabile sulla strutturazione e sulla conferma del Sé sono stati rimossi e/o negati. Qualcosa, qua è là, affiora, senza che ne sia riconosciuta la profondità di rinvio e di significato. Per esempio, la ragazzina che, come una posseduta, urla all’apparire del “divo” (o, come si chiama attualmente, della star), non esprime, in certo qual modo, quel bisogno di possessione totale e “divina”, al quale le culture sopraccitate rispondono con l’istituto della esposizione al tempio e della prostituzione sacra? La smania di potere sull’uomo adulto della Lolita di Nabokov e Kubrick non nasconde forse in sé quel bisogno di possessione divina a cui la nostra società e la nostra cultura non sanno più dare risposta? Molte delle ragazze, che provenienti dalla povertà, vengono a vendersi nelle periferie delle nostre città, non hanno forse in sé il bisogno di fare venire e di succhiare la divina ricchezza e il divino benessere dello straniero occidentale, così da esserne possedute?

Solo a partire dal tema antropologico della possessione e della prostituzione sacra, si può, a mio avviso, cominciare ad affrontare il tema della prostituzione. Che lo si voglia ammettere o meno, ogni fenomeno di prostituzione trattiene in sé un po’ di questi significati, fosse pure per negarli o per capovolgerli o per dissacrarli. Penso addirittura che ogni evento della sessualità debba fare i conti con quanto qui si è accennato. Se l’esperienza clinica non mi inganna, c’è per esempio nelle nostre donne un inappagato bisogno di possessione sessuale, che confuso e pervasivo emerge a mano a mano che la donna, avvicinandosi alla menopausa (grosso modo dai 35 in su), fa – più o meno inconsciamente – il bilancio della propria vita sessuale feconda. In molte di queste donne, peraltro madri e mogli adeguate, affiora il bisogno di essere possedute da maschi “bestia” (loro stesse usano questo temine), con il desiderio e/o la pratica di modalità d’attuazione, che non possono non ricordare i momenti più sfrenati dei riti di possessione o dei misteri dionisiaci (non a caso, Dioniso è un bestial caprone).

Da parte loro i maschi stanno al gioco. L’esperienza dell’incontro con la prostituta e/o con la donna in cerca di possessione li afferma in una identità di genere assai gratificante per individui, che, sempre meno in grado di affrontare e superare l’Edipo (cioè sempre meno in grado di lasciare la madre e di uscire dal territorio paterno), hanno bisogno di sentirsi maschi e adulti, almeno per dieci o, come suggeriva Paulo Coelho nel suo omonimo romanzo, per undici minuti.