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Tag Archives: potere femminile

Rita mi scrive: “A proposito di DNP, lei consiglia di stare alla larga da tali persone. Ma se tutti se ne vanno a gambe levate???”.

Dato l’interesse diffuso prodotto dalla sempre più frequente convivenza con la distruttività propria delle persone sofferenti di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o DPN o NPD), ritengo utile dare visibilità alla risposta attraverso questo post.

Cara Rita,

se leggi bene i miei commenti, vedrai che ho consigliato di “andarsene a gambe levate” non a “tutti”, ma a un paio di persone che da tempo convivevano – subendola – con la grave distruttività di compagni sofferenti – a quanto risultava – da Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), i quali non mostravano alcuna intenzione di farsi aiutare con una adeguata psicoterapia. Restare accanto a persone tanto distruttive senza che queste si mettano nella effettiva condizione di farsi davvero aiutare e possibilmente guarire, che senso ha? Non è puro masochismo? Non è complicità e collusione con la loro patologia?

Come terapeuta, quando si rivolge a me una persona disturbato da DNP, che voglia davvero farsi aiutare, io per esempio non me ne vado a gambe levate, ma la accolgo e cerco di aiutarla al meglio delle mie possibilità, pur sapendo quanto è difficile e – di solito – molto poco gratificante lavorare su persone colpite da questo disturbo. Quando, invece, a scrivermi è la vittima di queste persone distruttive, che – ripeto – non mostrino alcuna intenzione di essere davvero aiutate, è mio dovere etico e professionale – dovere sancito anche dal codice deontologico della mia professione – di aiutare prima di tutto il più debole, che, in casi simili, è la vittima indifesa della distruttività narcisistica fine a sé stessa.

Siccome, solitamente, vittima della distruttività di persone colpite da DNP è la donna, mi pare opportuna una breve aggiunta di riflessione.

La femminilità ha nel potere e nella capacità di trasformazione una delle proprie caratteristiche più essenziali, forse la più essenziale. Soprattutto quando ama, la donna accoglie l’umanità dell’amato, per restituirla trasformata, proprio come fa nella maternità con il seme maschile: lo concepisce in sé unendolo al proprio ovulo e facendone una creatura unica, con la gravidanza lo trasforma sempre più, lo partorisce poi dandolo come figlio al mondo e al padre. Accogliere, trasformare, dare al mondo sono un po’, in sintesi le tre dimensioni della capacità e del potere femminili di trasformazione.

Spesso, proprio questo potere e questa capacità di trasformazione rendono difficile alla donna l’accettazione della impossibilità di aiutare, sempre e comunque, la persona amata, fino al punto di farla sentire colpevole se la persona amata non cambia. Per questo al Sé femminile risulta difficilmente accettabile – come se in discussione ci fosse il proprio fallimento – l’impossibilità di trasformare l’amato, di cambiarlo, di guarirlo. Accettare questa impossibilità è questo uno dei limiti più grossi da accettarsi da parte del narcisismo femminile (quando in gioco c’è il Sé, si parla di narcisismo, non necessariamente intendendo ciò come patologia narcisistica), soprattutto quando si tratta di amore, evento che più di ogni altro coinvolge la profondità del Sé. Difficilissimo, dunque, per una donna innamorata accettare anche soltanto razionalmente l’impossibilità di amare persone quali possono essere quella disturbata da DNP o da altri disturbi di personalità o – altro caso frequente – da tossicodipendenze di area psicotica. Difficilissimo, ma purtroppo necessario. Difatti, a fronte di patologie siffatte, ostinarsi nell’aiuto può significare oltre che perseverare in una azione impossibile anche, come ricordo nella risposta a Rita, collusione e complicità nei confronti della patologia in atto, alibi e causa sia pure involontaria di gravi ritardi nella ricerca di vero ed efficace aiuto da parte della persona disturbata. In questi casi l’unico vero efficace aiuto nei confronti della persona amata è quello di andarsene.

Purtroppo, se e quando puree il narcisismo del sé femminile è disturbato (evento non raro), allora tragicamente il narcisismo disturbato di lui e di lei colludono, si alimentano e si legittimano a vicenda, in una spirale sado-masochistica spesso tragica, non facilmente arginabile o arrestabile, gravemente destabilizzante per entrambi e tragicamente patogena per i figli.

So quanto, anche in casi in cui a essere disturbato sia soltanto lui, per una donna innamorata sia più facile contestare la parola di un terapeuta che accettarne la diagnosi, la prognosi e il consiglio. È questa una delle ragioni che rendono difficile e non sempre popolare la mia professione. Ma non c’è professione – io credo – che possa o debba rinunciare alla verità.

Il passo che segue è preso del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

Presso molte culture è uso che la giovinetta, appena dopo il menarca, sia, come si suole dire, esposta al tempio. Viene cioè messa in uno luogo considerato sacro, all’interno del quale vive per un certo tempo, partecipando della sacralità del luogo, fino a esserne investita, spesso svolgendo attività di sacerdozio nei confronti della divinità o dello spirito (divinità e spirito sono femminili o comunque di tutela del femminile), che, rendendolo luogo sacro e inviolabile, abitano quello spazio1. Non si tratta, come potrebbe apparire al nostro occhio occidentale, di segregazione della donna, ma di iniziazione alla condivisione e al possesso del potere femminile, potere sacro per eccellenza, quello che spesso coincide con il potere della natura, della vita, della bellezza e, in molte culture, della divinità2.

Chiunque entri in questo luogo viene investito dal potere che lo abita e, senza le dovute cautele, viene accecato da questo potere. In questo senso il luogo e l’accesso a esso sono vietati e inviolabili, sono cioè tabù. Solo allo straniero può essere concesso entrarvi, perché, per le culture che lo concedono, lo straniero è portatore e figura di una lontananza e di una alterità, che ap-presentano3 il sacro e il divino. Se lo straniero, giunto in questo luogo, si accoppia con la ragazza esposta, l’unione è, a sua volta, considerata sacra; e sacro sarà considerato il bambino frutto di questa unione.

Per noi occidentali, strutturalmente xenofobi4 e dunque etnocentrici, è difficile cogliere quanto una logica siffatta si rifaccia, rispettandole ed esprimendole in modo spesso altamente strutturante per il Sé, a dinamiche e strutture psicologiche tanto profonde quanto irrinunciabili. Dava per esempio alla ragazza un altissimo vissuto del proprio potere femminile, ne diceva la sacralità o la partecipazione alla sacralità: ne derivava un senso profondo di autostima nei confronti del proprio Sé sia di genere che individuale, del proprio corpo e della propria fecondità femminili, colti nella loro unità di evento sacro e straordinariamente misterioso.

Il primo accoppiamento, poi, in quanto accoppiamento con un soggetto a sua volta percepito come sacro, investiva l’intero universo della sessualità e della fecondità di significati altamente strutturanti e notevoli nel senso e nel valore. “Se il misterioso straniero, portatore e figura del sacro e del divino, è venuto in me e mi ha posseduta, fino a potere con-cepire in me, grande sono io e grandi sono il mio corpo e il mio potere di femmina” 5, questo più o meno doveva essere il vissuto che la ragazza ricavava dalla esposizione al tempio e dal successivo accoppiamento con lo straniero.

1 Sul senso heideggeriano della distinzione tra spazio e luogo, vedi quanto detto in 2.2. La nudità.

2 Quanto alla prostituzione sacra, vedi per esempio FRAZER J. G., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 378 sgg. (The Golden Bough, MacMillan, New York, 1922; Bartleby, New York, 2000). Confronta 1.6.3.4. Oltre la madre: incontrare lo “straniero”.

3 Cioè fanno presente.

4 L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

5 Parole così non possono – prefigurandole – non richiamare quelle di Maria nel Magnificat: Dio è il grande Straniero che ama Maria.

Se gli uomini vivessro e sapessero

il proprio potere maschile,

nessun falso amore nascerebbe.

Se le donne vivessero e sapessero

il proprio potere femminile,

nessun vero amore morirebbe.

Se le coppie vivessero e sapessero

il proprio potere di essere il mondo

e l’aprirsi di infiniti mondi,

nessun amore vivrebbe e saprebbe la tristezza,

il riso abiterebbe le terre e i cieli,

la libertà e la verità tornerebbero

a fare tra loro felici l’amore.

Potere di seduzione

 

Il potere di seduzione di una donna raggiunge la sua massima espressione quando, come direbbero le fiabe, “la bella figlia del re” è contesa da molti baldi cavalieri e conquistata dal più forte di loro, quello che supera tutte le prove e, unico, sconfigge e uccide il terribile drago. Non tragga in inganno l’uso del verbo in forma passiva (“essere contesa”, “essere conquistata”); in realtà a muovere la contesa e la conquista dei cavalieri è proprio l’azione del potere di seduzione di quella donna, tanto più potente quanto più forti, virili, determinati, coraggiosi e, a loro volta, potenti sono i cavalieri pro-vocati (cioè chiamati, interpellati) dal suo potere di seduzione. Solo una donna straordinariamente seduttiva può spingere il maschio a crescere a tale punto da riuscire a vincere tutte le prove, superando tutti i rischi che il superamento di queste prove comporta. La più difficile di esse è proprio la “uccisione del drago”, che – in ottica psicologica – significa il superamento della più profonda e radicale paura di un uomo, quella che si vince soltanto grazie alla capacità di mettersi totalmente in gioco, di rischiare tutto, di lasciare ogni sicurezza e ogni vecchia identità pur di potere conquistare la bella principessa. Non tutti gli uomini sanno mettersi in gioco totalmente, tutto lasciando e a tutto rinunciando per una donna. Né tutte le donne sanno correre il rischio totale della solitudine pur di aspettare l’uomo che, pur di conquistare la propria donna sappia, vinte tutte le prove, uccidere il drago. Se non è radicato nella logica del “tutto o niente” l’amore tra uomo e donna e, in esso, il potere seduttivo della donna sono ben poca cosa, realtà destinata a infrangersi di fronte alla prima vera difficoltà, evento incapace di dare vera e nuova identità ai due innamorati. Solo nella logica del “tutto o niente” trova la sua forte culla il Noi di coppia, che dà senso e identità nuovi e veri all’Io e al Tu.

Se si accontenta di sedurre uomini che per lei non si mettano in gioco totalmente e non siano disposti a lasciare tutto e, come direbbe la Bibbia, ad “abbandonare il padre e la madre”, cioè ad “abbandonare” ”(e “abbandonare” è ancora più forte di “lasciare”) le vecchie identità, i vecchi confini e i vecchi progetti di figlio, la donna non gusterà mai fino in fondo il proprio potere femminile, né toccherà mai gli estremi e più ampi confini della femminilità. Sarà una donnetta comunque insoddisfatta, dibattuta da un lato tra ansie e frenesie senza storia e dall’altro tra inerzie e solitudini senza nome. Né conoscerà il vero piacere, quello di lasciarsi andare affidandosi – unica tra le donne – all’abbraccio dell’uomo, che – unico tra gli uomini – ha saputo conquistarla.

Di certo non è Giulietta a dovere scendere dal balcone. Tocca a Romeo salirvi. Quando la donna per scarsa autostima o per timore che nessuno salga a lei, si mette lei a inseguire e a conquistare, si attiva una pericolosa inversione di ruoli, che per forza di cose porterà la donna a incontrare uomini fragili e infantili o “prime donne” che ben poca empatia avranno per lei e che, prima o poi, metteranno lei in competizione con altre donne. L’inversione di ruoli non ha limiti.