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Tag Archives: poesia d’amore

il tempo e lo spazio

l’uno nell’altro sono esplosi

e poi di nuovo implosi

e poi rapiti e da capo smarriti ed ancora stupiti

 

è stato oggi alle tre

 

quando l’anima di un tuo bacio

violenta

li ha obbligati al nome

e al senso

 

 

 

ho preso lo spazio e gli ho detto

“su, diventa piccola casa”

 

poi ho preso il tempo e gli ho detto

“su, fatti giorno e notte”

 

e nella piccola casa te ho portato

e giorno e notte ti ho donato

 

 

poi ho preso un poco di lago d’argento

poi una valle aperta e magica e bella

poi il tutto ho posto

in cima al monte che si specchia nel lago

 

lì ti ho portato una sera di luna

 

e lì nella piccola casa

lì nello spazio racchiuso

abbiamo baciato il tempo

e carezzato le storie

e dolcemente abbracciato le epoche

 

 

 

lì sul limite

dove il mondo comincia

lì come sempre

saprò la tua bocca

bacerò le tue parole

bacerò i tuoi baci

 

non guardare le mie notti

non sono come le tue abitate

dalla santa luna

né come le tue sanno

l’arte vitale del serpente

o del coniglio l’attento tremore

o d’ogni altro animale il tranquillo accordo

con il pallore della notte

 

lì sul limite

dove il mondo comincia

e cominciano gli altri

lì come sempre

sta la mia dimora randagia

 

so che le cose non sono le cose

so che in ogni paralisi

vive rannicchiato un simbolo

 

so che gli occhi

hanno ciascuno la propria pupilla

e sanno – ciascuno – attingere

l’eterna riconoscenza

 

ma temo e odio e amo e tremo

di non riuscire

 

bacerò le tue parole

con questa voglia di morire

con questa voglia di finire che abita

vestita di colpa e di gioia

il confine

 

c’è in te la memoria presente vivente

dell’antico-sicuro potere

del fuoco e della rugiada

delle grotte e delle redenzioni

 

tu regina di ogni mio abisso

non guardare le mie notti

nel tuo antico potere accogli la paura

abbraccia i miei No di stupido saggio

 

tu bianca e tutta oscura

dà al mio limite

l’oltre che ogni limite annulla

 

 

Sono – io – i tuoi occhi.

Lì trovo la tensione delle mie albe,

invento gli abbandoni del tramonto.

Lì, durante la luce,

mi nutro del pane gioioso

e del vino efficace.

Lì celebro le mie feste

e dico il mondo.

Nei tuoi occhi ho vinto la morte.

La tua pupilla domina le disperazioni.

Consumo resurrezioni

nell’iride buona.

 

 

bacio te

bacio il tuo bacio

bacio l’irraggiungibile te

per fuggire le belve gli uomini primi

non lasciavano segni sul sentiero

sotto vento attenti se ne andavano

 

anch’io vado così

segni non lascio

sotto vento voglio vivere te

senza che alcuno avverta

il nostro respiro

il profumo dei baci

e dei sussurri

 

non avere fretta

bellezza perfetta resta con me

 

ho sfiorato con le dita

la distanza infinita

della tua ferita

 

ho baciato gli occhi di un mistero

nulla di più vero

 

non svegliarmi

lasciami dormire

 

se mi svegli il sogno svanirà

 

se mi svegli

questo sogno scapperà

come un bambino spaventato

come un bambino abbandonato

 

ci sto bene, Rosi, nel tuo grembo

 

lì sono i due occhi di Monica spillo

di Agostino pane

e di Chiara volpe

 

lì imparo ogni sera amore

ogni mattina vivo resurrezioni

ogni notte respiro infiniti

 

lì dipingo i colori

plasmo le forme

ricreo gli spazi e i tempi

 

lì Dio mi guarda

e poi se ne torna lassù

felice di quanto ha fatto quaggiù

 

ci sto bene, Rosi, nel tuo grembo

 

 

Bastava restare in silenzio.
Non ho taciuto.

Ho continuato il mio sentiero
amando come sempre ogni sasso.
E’ un sentiero solo in parte tracciato,
che pochi imboccano,
e subito vi ricrescono lo sterpo e l’ortica,
ma alle valli porta del sorriso e dell’aria.
Qui dove sono giunto,
l’erba e la via sono segnate solo dal vento
e dal soffio di quelle canzoni che antiche sanno
precedere i passi.
Solo non sono sul sentiero.
Tra le sottili canzoni con me cammina
Rosi la bella.
Di tanto in tanto,
sui confini dei giorni e delle epoche,
là dove i tramonti non sospettano ancora le albe,
Rosi ed io ci fermiamo
e mettiamo, per la notte, la nostra tenda
e lì sullo stupito limitare
insieme danziamo

come due saggi-vecchi trampolieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella gioia e nell’attimo
abbiamo respirato e goduto e intuito e voluto

la castità dell’eterno.

E ora canteremo i nostri vecchi canti
fatti di simboli
e ai simboli tesi come alle stelle.

Mai sarà la sera.

 

 

 

 

 

 

tu Rosi hai sempre vent’anni

 

ogni anno compi vent’anni

ogni anno sempre fanciulla

schiuma di mare dolcissima

di invidia ferisci la vecchia Afrodite

 

come tu faccia nessuno lo sa

o forse il tempo stupito d’amore

ti guarda impotente

fermo fisso si perde

e nulla può più

 

io arrabbiato maledico

i tuoi eterni vent’anni

 

cattivi ingiusti nemici

mi tolgono la gioia di baciare

gli autunni dorati di ogni tua grazia

 

non posso gustare la calda castagna

accarezzare le nebbie discrete

succhiare l’acino buono

 

brutti ostinati vent’anni

fuggite

 

svegliati tempo

voglio la Rosi bella di adesso

 

ai primi freddi

carezze ci attendono

che primavera poveretta non sa

 

cedi a me tutti i tuoi colori

non mi fare morire

tu che hai nome dall’aria e dal mare

tu che sei figlia del giorno e di Dio

d’amore dammi le trame e gli inganni

tu che sei il potere

non portare alla nausea la mia vita

non mi fare guaire come un cane

ma vieni vieni qui vicino a me

 

anche l’altra volta hai sentito

il mio grido d’abisso

anche l’altra volta hai lasciato

la casa tutta d’oro di tuo padre

e pronta sul tuo cocchio

sei venuta da me

 

belli e veloci ti portavano i passeri

fitte battendo le ali sulla nera terra

giù dal cielo attraverso l’aria

e subito furono qui

 

tu così grande e felice

tu dolce con il riso negli occhi

senza ombra di morte me hai guardato

a me hai chiesto perché soffrivo ancora

 

 

perché ancora te chiamavo

che cosa più di tutto volevo

per questa mia matta ansia di vita

 

“chi devo ora sedurre per te?

chi devo portare ancora al tuo cuore?

chi è così ingiusto, Saffo, con te?

accadrà così:

se se ne va, veloce verrà

se doni non prende, dono darà

se amore non dà, amore sarà

se ora non vuole, ora vorrà”

 

anche adesso vieni da me

le angosce sciogli

quello che la mia ansia di vita

brama si compia

compilo tu

 

e tu proprio tu vieni qui e lotta con me

 

 

(trad. mia)

 

 

 

 

 

 

 

faccia da Dio visione delirio

 

lui

 

se ne sta lì nei tuoi occhi rannicchiato

di sotto in su guarda te

ascolta te

il respiro avvolgente di ogni tua frase

il tuo ridere di eccitazione

 

***

 

questo manda il mio cuore allo sballo

a mille ogni mio sentire

 

guardo te

e in me già più non c’è fiato

ma va giù spaccata

la lingua

 

scivola subito sottile sotto pelle il fuoco

 

gli occhi non sono più occhi

soltanto un frastuono le orecchie

 

 

esce scende mi infradicia ogni mio sudore

 

tremito tutta mi prende

sono più verde dell’erba più verde

 

delirio di me a me stessa

faccia quasi da morta

 

io

 

***

 

ma tutto tenta

perché

 

 

(trad. mia)

Signore, fa’ che noi siamo la nostra casa
Che non siano solo i muri a costruirla.
Non solo gli architetti e i muratori a darle vita,
né solo gli urbanisti ad aprirla al mondo e agli uomini.
 

 

 

* * *


Fa’ che ad abitarla e a darle vita
siano i nostri sguardi e le nostre coscienze.

 

Fa’ che in essa i nostri occhi

mai non temano di incontrarsi
e le nostre coscienze sempre amino la trasparenza.

 

Fa’ che le nostre pupille

siano il luogo più nostro della nostra casa,
il luogo dove non ci stanchiamo mai

di innamorarci e di riconoscerci,
di crescere l’uno della vita dell’altro.

 

* * *
 
 

 

Che nella nostra casa  faccia la sua tenda la parola,
il gusto di raccontarci i cammini percorsi.
Che in essa le nostre parole

sappiano farsi veramente carne e vita,
racconto e progetto.
Impedisci, Signore, che nella nostra casa
 

 

abiti il silenzio,
quello sordo della sfiducia e del conflitto,
quello gelido dell’indifferenza.
Fa’ che nessuna parola sia mai scontata,
che nessuna ripetizione nasca dalla noia,
che anche i balbettii siano amore ripetuto, stupore ritrovato.
 

 

 

* * *
La nostra casa sia, Signore,
 

 

la casa delle mani e dei gesti.
Che le nostre dita conoscano la tenerezza.
Che i nostri gesti sappiano sempre
 

 

del senso e del significato.
Che nulla sia perduto.
Che il nostro abbraccio conosca sempre
 

 

l’esatto equilibrio tra aprirsi e accogliere.
Solo così la nostra casa sarà luogo
 

 

di orizzonti e non di confini,

di ristori e non di fughe,
di inizi e non di diaspore,
di ospitalità e non di paura.

 

* * *


Fa’, o Signore, che la nostra casa sia le nostre utopie,
le nostre speranze comunicate e sofferte

e gioite insieme.
Che in essa respiri  la fiducia nella vita e nella gente.
Che in essa le sconfitte siano occasione di crescita,
indicazione verso la saggia ironia.
La nostra casa sia la terra dell’ideale:
tempo e luogo dove l’astratto viva di concretezza,
dove l’ultimo sia il primo,
dove il “tu” sia il primo pronome della nostra vita.

 

 

 

* * *

 
Dacci, o Signore, la gioia di vivere anche le nostre vecchiaie
come crescita e come innamoramento,
come cammino che sempre più ci unisce
conducendoci a Te.
La nostra casa sia, allora, il tempo
 

 

dell’imminenza e dell’immanenza,
del Natale e della Resurrezione,
così che anche le nostre delusioni e le nostre morti
siano attesa, memoria e profezia del Tuo abbraccio,
fino a esserne

– con la tua grazia e nel Tuo perdono –

simbolo e sacramento.

 

* * *

 
Quando, Signore, vedremo il Tuo volto,
fa’ che nei Tuoi occhi possiamo ritrovare,
ancora più bella e vera e nostra,
la casa delle nostre giornate e delle nostre notti.
Che nel Tuo sguardo la nostra casa risorga
come carne e corpo dei nostri legami
e del nostro aprirci quotidiano alla vita.