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Tag Archives: pelle

Una carezza può essere abitata dallo stupore più emozionante e carico di creazione, ma può anche generare fastidio o dolore laceranti. Può portare ed essere gioia raccolta, inebriante piacere, vita totale, panico amore; ma anche morte o solitudine assolute.

La stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante fino alla esaltazione o devastante fino alla pietrificazione: dipende da quanta integra sia o possa essere la pelle di chi la riceve; da quanto questa persona abbia o non abbia attivato, costituito e strutturato il proprio Sé durante la relazione di gravidanza e di accudimento. È in questo periodo evolutivo che prende corpo il Sé, cioè il nucleo di fondo della personalità di un individuo. La pelle è prima la possibilità e poi la capacità del Sé di essere corpo nel mondo, comunicante con il mondo, aperto al mondo e all’alterità di tutti quegli incontri, che fanno e sono il mondo. Un Sé non bene attivato o non adeguatamente costituito e strutturato si presenterà come un corpo senza pelle o con la pelle ferita, squarciata, ustionata, che lascia il Sé in un urlo senza protezione. Allora anche la carezza più delicata e rispettosa, più tenera e stupita, più generosa e innamorata aggiungerà ferita a ferita, squarcio a squarcio, ustione a ustione, in una sofferenza drammatica e insopportabile.

Ma anche per un’altra ragione la stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante o devastante fino alla morte: dipende da quanto transitivo oppure intransitivo sia o possa essere il gesto di chi esprime e dà la carezza; da quanto questa persona sappia o possa arrivare alla alterità della persona amata. Se prima e più che intuire, sfiorare, toccare l’alterità dell’altro, la mano di chi carezza sente – soltanto o primariamente o prevalentemente – sé stessa, il proprio timore e tremore, la propria timidezza o inadeguatezza, oppure il proprio bisogno di possesso, la propria volontà di invadere ed espropriare, la propria necessità di esibire l’affetto o l’amore, di recitarli, mostrarli, senza mai poterli o saperli davvero vivere ed essere. Allora anche la carezza più espressiva e tecnicamente più ineccepibile rischia di non giungere e destinazione, di essere e restare gesto impotente, alibi d’amore, inganno di affetto e tenerezza, mero pretesto, comunicazione mai davvero attivata, che – sotto l’apparenza o l’illusione dell’incontro e del contatto – lascia nella solitudine la profondità del Sé sia di chi dà la carezza sia di chi la riceve.

Ci sono così carezze che danno corpo e carezze che prendono corpo, come se lo rubassero, lo bestemmiassero, lo devastassero, lo annullassero. Ci sono carezze che infondono anima e carezze che la spengono. Ci sono carezze che possono e sanno solleticare nel riso la pelle, incendiarla di piacere, inebriarla di passione, bagnarla di soavissimi orgasmi; e ci sono carezze che desertificano l’animo, assetano la pelle senza mai inumidirla di rugiada, affamano il cuore senza mai toglierlo e riscattarlo dalla nausea, in un gioco sadico e folle di promesse mai mantenute, di attese inesorabilmente mancate, di illusioni ossessivamente ripetute e sempre più alienanti.

Ci sono carezze più proprie dell’uomo e carezze più proprie della donna.

Le carezze di un uomo sanno o possono confermare e decidere quanto sia bella una donna, ma possono anche scavarne l’anima e lacerarne la carne. Ogni carezza di uomo sa o può confermare il Sé della donna , sa vestirlo di fecondità e spogliarlo nella identità e nella tenerezza; sa dargli bellezza, intensità, luce, acqua, vento, respiro, in un gioco, che, qualora sia libero e adulto, è il “tra” che apre il mondo all’essere e l’essere al mondo.

Le carezze di una donna sono un piccolo utero o una gravidanza ripetuta intensa, che può dare nome, corpo, vita al Sé dell’uomo, fino all’accoglienza che concepisce e al contenimento che partorisce. Ogni carezza di donna sa o può essere concepimento, gravidanza, parto, concepimento, accudimento, in un gioco che, qualora si liberi dall’infantilismo, può essere profondità d’amore, ricreante tenerezza dell’eros.

Quando è data con sapienza, la carezza di un uomo è azione di spazio e di utopia. Quella di una donna è evento di tempo e di creazione.

Quando è ricevuta, per l’uomo può essere inizio esplosivo o regressiva implosione, talora un addio o, un aborto subiti. Per la donna può essere prezioso vestito, incandescente identità, entusiasmo di speranza, sistole di fede e prodigio: oppure furto, scippo, rapina, stupro che espropria il corpo e sfratta l’anima, cancro che scava, estingue, uccide.

La cacca e la pelle

Pubblico qui dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore una parte del capitoletto 1.5.2.2. – La cacca e la pelle.

 

I gesti che la mamma compie (o non compie) nei confronti del bambino lì sul fasciatoio da un lato contengono (o non contengono) e dall’altro superano (o non superano) l’arcaica immensa paura del bambino di perdersi perdendo le proprie feci. Tutto il rito dell’accudimento del bambino lì sul fasciatoio, in questa ottica, è un gesto di magico esorcismo dall’inferno angosciante dello svuotamento e della perdita del Sé. È rassicurazione dall’angoscia e al tempo stesso conferma del Sé del bambino come di un Sé che non si perde, ma che rimane e che, anzi, è e diventa più bello ancora.

Senza saperlo, la mamma dà (o non dà) proprio questo messaggio al bambino lì sul fasciatoio: “sei sempre tu il mio bellissimo bambino. Facendo la cacca ed essendone pulito via non ti sei perduto, sei ancora più bello”. A dare (o non dare) questo messaggio è (o non è) tutta quella danza di carezze, piccoli pizzicotti, solletichi, piccoli baci che la mamma dà al corpo-anima del bambino, attraverso quella pelle che proprio qui sul fasciatoio viene attivata, costituita e strutturata come evento relazionale dell’incontro e del rapporto con l’alterità delle presenze altre da sé, come luogo del sentire e dell’essere sentito, come confine di sé e del proprio corpo, come orizzonte della pre-senza1.

Già durante il parto, a contatto con la vagina, che, contenendolo, lo orientava alla vita, il bambino si era avvertito come pelle, aveva cominciato a comprendere che cosa significa il contatto, la stretta, una stretta dinamica, che ti tiene muovendosi su di te. Era stato attivato il tatto, in tutta la sua iniziale natura di passivo essere toccato (non a caso la parola tatto è originariamente un participio passato e significa originariamente e propriamente essere toccato): la vagina muovendosi sul corpo del bambino lo fa percepire appunto come un essere toccato, un dinamico essere toccato, e in questo modo gli dà il senso del tatto, gli attiva il tatto, lo fa percepire a sé stesso come tatto. Ogni futuro essere toccato e, di converso, ogni futuro toccare sarà abitato2 dall’imprinting di quel primo essere tatto, che è l’abbraccio della vagina nel parto e al tempo stesso rinvierà come suo simbolo a quel primo essere tatto. L’originario con-tatto della e con la vagine viene ora ripreso dall’essere tatto sul fasciatoio, dal rituale di carezze e tocchi che caratterizza il fasciatoio e che in modo nuovo e decisivo attiva, costituisce e struttura la pelle.

Il corpo, l’essere corporeità, il corpo-anima dopo l’era amniotica, si costituisce come essere tatto; di qui l’arcaico fascino e potere delle carezze, la loro arcaica e rassicurante seduzione. Come siamo carezzati, così siamo corpo e anima3.

Anche nel liquido amniotico il bambino era pelle, perché anche lì era toccato dal liquido amniotico o addirittura, pur restando nel liquido amniotico, toccava egli stesso le pareti dell’utero. Ma era una pelle liquida, quasi inconsistente, che solo dopo si può ricordare di avere avuto, solo dopo, integrando l’esperienza di quella pelle amniotica con quella della pelle attivata dalla stretta dinamica della vagina nel parto e ora con quella della pelle attivata lì sul fasciatoio4.

 

 

1 Pagine molto belle sulla pelle ha scritto Didier Anzieu in L’Io pelle, Borla, Roma, 1987 (Le Moi-peau, Bordas, Paris, 1985).

2 Purtroppo si tratta di un vissuto per lo più molto profondo e del tutto inconscio.

3 Forse proprio di qui viene l’espressione “mi hai toccato l’anima”.

4 Sono dunque tre le attivazioni della pelle nell’accudimento: quella amniotica, durante la gravidanza; quella vaginale durante il parto; quella tattile sul fasciatoio.