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Tag Archives: paura della diversità

Diversità, handicap e “pietà pelosa”. Risposta al commento di Laura1

Che dovrebbero fare un uomo e una donna che sanno ballare, che amano ballare e sanno essere coppia nell’arte della danza, così come sono e per quello che sono? Dovrebbero chiudersi in casa rinnegando la loro arte, perché uno è senza una gamba e l’altra è senza un braccio? Dovrebbero impedire al mondo di essere sempre più bello e ai cuori delle creature di condividere la loro danza e la loro voglia di essere la comunicazione dell’amore? Perché? Per chi?

Allora ogni diversità potrebbe o dovrebbe percepirsi come handicap vergognoso, potrebbe o dovrebbe nascondere sé stessa, rintanarsi nel buio, vergognarsi di dire sé stessa e la propria gioia di danzare l’esserci e di respirare la vita. Uomini e donne dovrebbero nascondersi, in nome di chissà quale difetto, di chissà quale handicap, magari perché per qualcuno non sono belli da vedersi o non sono belli abbastanza. E chi è più bel ragazzo e più bella ragazza di due giovani che vogliano danzare la vita nella vita, non importa quante braccia o quante gambe abbiano?

Sai, Laura, che il confine tra limite e handicap è solo il nostro sguardo a segnarlo? Sai che nessuno nasce handicappato? Sai che “handicap” è una definizione sociale o culturale? Sai che handicappati si diventa soltanto se e quando si incontra uno sguardo come il tuo? Soltanto se e quando la maggior parte degli sguardi diventa come il tuo, incapace di vedere – prima di ogni sua diversità – la persona, quella persona? Soltanto se e quando un essere umano come te, non accettandosi, non accetta; non accogliendosi, non accoglie; non amandosi, non ama; temendosi, aggredisce; rifiutandosi, discrimina?

Questo blog chiede umilmente scusa a Laura e a tutti i fragili lettori dallo sguardo incapace di aprirsi. Chiede scusa, perché ha osato pubblicare l’intervista al diverso Pablo Pineda (Intervista a Pablo Pineda (in italiano)), che per indubbia provocatoria esibizione ha osato – lui, vergognosamente down! – diventare professore (Intervento di Miguel Lopez Meleto, maestro del prof. Pablo Pineda). Chiede scusa, perché, invece di denunciare tanta vergogna, si è incantato ad ammirare un prodigioso artista di strada che a Milano sulla via da san Babila al Duomo senza gambe palleggiava con maestria incredibile delle sue due stampelle una magica palla (c’è un artista strano). Chiede scusa, perché ama spudoratamente ogni diversità, perfino quelle dei caffè (Un buon caffè al Bar della Diversità), e ancora di più tutte quelle diversità umane che sanno giocarsi nel mondo, per farlo più bello, per aggiungere vita alla vita, gioia alla gioia, umanità alla umanità. Chiede scusa, perché, così facendo, ha messo temerariamente in crisi chi, non sapendo gustare il gioco, il mondo, la bellezza, la vita, non può sapere che si può essere sempre più gioco, sempre più mondo, sempre più bellezza, sempre più vita. Chiede scusa, perché ha indegnamente messo in crisi la normalità di chi non può essere altro che normale, di chi ha bisogno di essere normale, di chi teme di non esserlo davvero.

C’è spesso nell’animo umano il “bisogno” della compassione, della commiserazione, della falsa pietà o, all’estremo opposto, del rifiuto – nell’altro – di ogni debolezza, di ogni limite, di ogni diversità. È un “bisogno” importante, irrinunciabile, che serve a molte persone per illudersi di identificarsi e di sopravvivere: compatendo, commiserando, possono sentirsi buoni e bravi, degni magari del Paradiso; rifiutando possono sentirsi finalmente sani, belli, “normali”, omologati. Spesso è un bisogno talmente profondo e inconscio da essere rimosso o addirittura negato: è la dinamica della identificazione proiettiva di cui ho detto in un mio recente post (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso), spiegando che è propria di chi si difende proiettando sull’altro ciò che, senza poterlo ammettere, trova inaccettabile e vergognoso in sé stesso, degno solo di squallida pietà o di totale rifiuto. È un “bisogno” ormai talmente diffuso che, facendoci leva, si possono vincere persino le elezioni,

Se in gioco c’è questa dinamica, lo spettatore ha bisogno di definire la mera presenza del diverso una “esibizione” (vedi il mio post Esibizione, esibizionisti e spettatori della esibizione), leggendola e interpretandola come “quasi offensiva”, come “spettacolarizzazione indebita”, come “provocazione” aggressiva. Allora l’altro, la diversità vanno respinti, nascosti o messi nel burqa discriminante e ghettizzante della compassione e della falsa pietà o in quello più esplicito e, a modo suo, più coerente, del rifiuto intollerante, magari fino alla catarsi della “soluzione finale”.  Chi voleva la “soluzione finale” di ogni diversità, è finito rintanato in un bunker, assediato dal mondo intero, sepolto sotto terra prima ancora di morire, avendo come proprio destino il delirio psicotico e il suicidio impotente.

 

 

 

 

 

Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso

Con frequenza crescente e sempre più aspra, la cronaca ci parla di aggressioni, pestaggi, violenze, omicidi ai danni di omosessuali, extracomunitari, rom, barboni, prostitute e tutti coloro che sono in un modo o nell’altro diversi.

La dinamica psichica che sta alla base di tutti questi episodi si chiama “identificazione proiettiva”: si proietta sull’altra persona (il diverso) una parte rifiutata e negata del proprio Sé, così che – una volta proiettata e identificata in lui – possa in lui essere negata, violentata uccisa. È come se l’altra persona fosse lo schermo su cui proiettare, identificare, aggredire il fantasma dei propri mostri interni; è come se nell’altra persona si aggredisse, violentasse, uccidesse sé stessi, la parte più profonda e negata di sé, quella che non si vuole e non si può ammettere di essere. Non a caso, caratteristica comune di questi fatti è l’estremo coinvolgimento del persecutore nei confronti della vittima, la sua estrema violenza e furia o, all’opposto, la sua freddezza glaciale e la sua superficialità disarmante (“l’abbiamo fatto per noia”). Se alla base non ci fosse l’identificazione negata con la vittima, non ci sarebbe né l’estremo coinvolgimento, né l’estrema estraneità. Se l’altro fosse solo altro non ci sarebbe tanto fastidio, tanto trasporto, tanta violenza o, all’opposto, tanta e così totale assenza di empatia.

La parola “omofobia”, che letteralmente significa “paura dell’identico” e che di solito viene attribuita soltanto a chi aggredisce e colpisce gli omosessuali, in realtà potrebbe essere applicata a tutti i soggetti che usano violenza contro chi è diverso, proprio perché a livello profondo il diverso è sé stessi, la propria più profonda identità, quella di cui, appunto, si ha paura.

L’”identificazione proiettiva” è una dinamica psichica difensiva propria di persone che, nella strutturazione della loro psiche, presentano strutturazioni dissociate o nodi dissociativi profondi, spesso tanto profondi che solo l’occhio esperto del clinico può individuarli. Si tratta di personalità con grosse sofferenze mai affrontate, mai elaborate, mai risolte.

Facendoci da specchio, il diverso smuove la parte più profonda del nostro Sé, la provoca, la interroga, la mette in gioco. Se il nostro Sé ha vuoti profondi, ferite mai elaborate, carenze mai colmate, solitudini mai abbracciate, rifiuti o abbandoni mai superati, allora la presenza dell’altro può farli affiorare ed esplodere, proprio perché, nel rapporto con l’altra persona, viene rimesso in atto il rapporto con sé stessi, spesso improvvisamente e con la violenza di un corto circuito inarrestabile.

Come dicono sociologi e psicologi, siamo ormai da tempo nella società e nella cultura del narcisismo, dove la tipologia media delle personalità presenta tipologie di strutturazione estremamente delicate, sempre più fragili, con deficit di strutturazione psichica propri dell’area psicotica e dell’area borderline, dove appunto si annida e vive la dinamica della “identificazione proiettiva”. Di fronte a queste personalità sempre più fragili e destrutturate, la presenza stessa del diverso diventa insopportabile pro-vocazione (che letteralmente significa “richiamare davanti a sé”) di sé a sé stessi. È lì la tragica culla della omofobia e della violenza sul diverso, fenomeni che – facile e terribile previsione – aumenteranno a dismisura.

Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia in sé una non adeguata, affrontata, elaborata identità di genere, di fronte alla presenza della omosessualità o, più in generale, di una sessualità per lui non abituale e non affrontabile (per esempio quella della prostituta o quella degli handicappati) sarà smosso, messo in crisi; proverà vissuti di “fastidio”, “voltastomaco”, tanto più profondi e insopportabili, quanto più non risolta a livello profondo è la sua identità di genere, quanto più profondo, massiccio e urgente è il suo “bisogno” di sentirsi maschio o femmina. Fino alla possibilità della esplosione aggressiva violenta e anche omicida. Dopo una lunga incubazione dei vissuti (spesso nel segno, per esempio, dell’esibizione maschilistica o machista o della ricerca di conferme anche alla propria virilità, quali lunghe ore di palestra cure eccessive e ossessive al proprio corpo ecc.), a fare scattare la violenza è spesso una presenza del diverso vissuta come eccessiva esibizione, come orgoglio indebito, come provocazione intenzionale, come se il diverso con la sua sola presenza fosse lui a colpire, aggredire, offendere.

Altro caso. Chi – senza rendersene in parte o in tutto conto – abbia dentro la profondità magari del tutto dimenticata o mai ammessa del proprio Sé un rifiuto subito o rischiato (per esempio la madre, più o meno inconsciamente, non lo voleva o avrebbe voluto abortirlo o abbandonarlo), di fronte alla presenza della diversità rifiutata o rifiutabile, quale può essere quella di un extracomunitario o di un rom o di un barbone o di un handicappato sarà smosso, messo in crisi e dopo i vissuti di “fastidio” e “voltastomaco”, potrà arrivare alla aggressione o alla violenza.

L’altro ci fa da specchio proprio con la sua diversità. È la grande risorsa dell’essere persone tra persone, creature tra creature. Ma può anche scatenare l’inferno, se l’incontro è tra persone tanto ferite e destrutturate da vedere nell’altro soltanto quell’inferno che hanno dentro di sé.

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.