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Tag Archives: omosessualità

L’impotenza maschile viene di solito identificata e colta in modo del tutto riduttivo: come mero evento fisico, come mera impossibilità di penetrare fisicamente la femmina. Quasi sempre ci si dimentica che la disfunzione fisica è solo l’ultima espressione di un dramma molto più profondo e radicale, che nessun Viagra o farmaco e nessuna strategia comportamentale possono davvero risolvere.

In gioco, alla radice, ci sono l’impossibilità e/o l’incapacità a lasciarsi andare al femminile, la fuga difensiva di fronte al femminile vissuto o come troppo divorante o come troppo rifiutante e castrante. Si tratta di impossibilità e/o incapacità che hanno la loro radice nella profondità più inconscia del Sé; l’Io (che è la parte conscia del Sé) abitualmente dice e vive il contrario: contrariamente a quanto a fatti dice il Sé, l’Io afferma di volere e potere amare davvero la femmina, attribuendo così l’impotenza a fattori e disfunzioni fisici.

Come affermo nel mio ultimo libro La tenerezza dell’eros, un Sé troppo ferito non può senza un’efficace psicoterapia accedere a una piena e adeguata esperienza d’amore (e talora neppure la psicoterapia riesce a colmare ferite troppo devastanti). Se alle spalle – magari non ricordato, magari rimosso o negato, magari coperto dal mito di una madre idealizzata – c’è un accudimento materno o troppo divorante o troppo rifiutante e castrante (la carenza materna è sempre comunque espressione di una coppia genitoriale carente), quel maschio non riuscirà da adulto ad affidarsi al femminile, non saprà e – soprattutto – non potrà vivere la dolcissima avventura di tuffarsi nel magico e trasformante potere della femmina, affidandosi al suo abbraccio e penetrandone il mistero.

Una forma di impotenza maschile di solito ignorata del tutto o, comunque, sottovalutata (proprio a causa dell’ottica riduttiva che dice dell’impotenza come di mero evento fisico) è quella che chiamerei impotenza relazionale. È tipica di maschi, che, da un punto di vista comportamentale e funzionale, parrebbero proprio non avere problemi; anzi, spesso, sono considerati maschi molto efficienti e prestanti, in grado di esprimere una straordinaria attività sessuale. In realtà, a una attenta analisi clinica, essi rivelano una radicale impotenza a relazionarsi davvero con il femminile, così da raggiungere una vera intimità con la donna e con il suo mondo. Non a caso, di frequente, questi maschi presentano improvvise e apparentemente inspiegabili défaillances anche totali e perduranti.

Le personalità disturbate a livello del Sé (per esempio maschi con Disturbo Narcisistico di Personalità [DNP] o con Disturbo Asociale o Antisociale di Personalità [DAP]), molto di frequente coprono con una attività sessuale iperattiva e/o ossessiva e/o molto esibita e/o in apparenza molto disinibita e “trasgressiva” una radicale e massiccia paura della femmina, in particolare della femmina adulta e psicologicamente evoluta; o comunque, più o meno massicciamente, agiscono rapporti che, anche se da un punto di vista funzionale paiono adeguati, sono caratterizzati dalla freddezza relazionale, dalla distanza emotiva e affettiva, dalla assenza di autentica empatia (talora accompagnata da comportamenti sadici e/o umilianti), quasi che la donna fosse per loro soltanto un oggetto erotico, una cosa senza valore “da scopare e basta”, un pezzo di carne privo di anima e di sentimenti.

Per questo motivo, di solito, i DNP e i DAP si accoppiano con femmine molto infantili anagraficamente e/o psicologicamente, comunque con femmine da loro facilmente controllabili e/o manipolabili e/o condizionabili (dal denaro, dallo status, dal potere, dalla paura, dai sensi di colpa, dalla soggezione) e/o con tragiche storie alle spalle (per esempio storie di abusi subiti, di violenze, di abbandoni, di famiglie dissestate da malattie psichiche, da gravi dipendenze, da suicidi). In ogni caso non sanno intrattenere con la femmina relazioni veramente profonde, ricche di continuità e intimità, capaci di identificare i due partners in un Noi in continua e feconda evoluzione, a partire dal quale l’Io e e il Tu si identificano e si differenziano sempre meglio e in modo sempre più ricco e vero. Questi maschi sono perciò costretti a passare da una relazione all’altra, sempre nel segno di una radicale superficialità e impotenza relazionali.

Solo in apparenza fanno l’amore con una femmina; in realtà – usando la femmina – fanno, più o meno inconsciamente, l’amore con il proprio Sé ferito e malato, con la propria paura e con la propria impotenza. Non sentono la femmina, ma sé stessi, in una intransitiva impotenza di relazionarsi con l’alterità del femminile. Accoppiarsi con la femmina serve loro da copertura e da alibi, per non vedere il proprio Sé ferito e malato, molto spesso la propria sessualità infantile e preedipica, la propria inadeguatezza di maschi malati, talora la propria paura di una omosessualità rimossa o negata e comunque non ammessa e ancora di meno accettata (in questo caso presentano forti convinzioni e affermazioni omofobiche: l’omofobia li illude, esorcizza la loro paura di non essere ciò che sono).

Se poi la ferita del loro Sé è ancora più primordiale, tale da identificare una strutturazione di personalità con nodi dissociativi e/o paranoidi più o meno profondi e pervasivi, allora questi maschi possono presentare dinamiche relazionali particolari, che – anche qui – sotto un comportamento sessuale apparentemente “normale” nascondono una radicale impotenza a relazionarsi con la femmina, entrando davvero nel mondo femminile.

Per esempio, la presenza di nodi dissociativi li porta a una modalità relazionale fusionale, come se volessero fondersi con la donna, farsi tutt’uno con lei e in lei. Fusione non è, come taluno potrebbe credere, totale intimità o pienezza relazionale, ma, appunto, impotenza relazionale: nella fusione l’Io e il Tu non si affermano e si identificano l’uno di fronte all’altro, ma si perdono e si annullano l’uno nell’altro. Più che relazionarsi con la femmina, il maschio fusionale la invade, vi si annida con dinamiche sempre più regressive e – per lei – sempre più esproprianti e soffocanti. Più che penetrarla in quanto femmina adulta all’interno di una relazione adulta, regredisce in lei come se volesse, attraverso di lei, entrare in una madre mai avuta, in un contenimento mai davvero vissuto, in una accoglienza mai veramente ricevuta. Di solito la partner di questo maschio è di due tipi: 1) a propria volta essa presenta nodi dissociativi e tendenze fusionali, così che i due agiscono una relazione di mutua dipendenza fusionale, fino alla possibilità di una folie à deux, dalla quale non sanno né possono più uscire (Olindo Romano e Rosa Bazzi, gli assassini di Erba, possono rappresentare, all’estremo, questo tipo di coppia); 2) soprattutto all’inizio della loro relazione, essa addirittura legge e vive il comportamento e la ricerca fusionali del maschio come segno ed espressione di una positiva, intensa, passionale intimità; soltanto con il tempo si accorge della soffocante, controllante e infantile dipendenza del maschio e tende a liberarsene, spesso ottenendo risposte di insopportabile e anche pericoloso stalking.

C’è poi nel maschio (spesso dovuta alla presenza di nodi paranoidi nella strutturazione del suo Sé) quella impotenza a lasciarsi andare fino in fondo al femminile, che si esprime nella difficoltà o anche nella impossibilità a eiaculare nella femmina.

Nella eiaculazione il maschio lascia uscire il proprio seme, cioè la parte più profonda del proprio Sé, quella che, sconosciuta a lui stesso, giace nel profondo del suo inconscio e della sua anima. Lasciarla andare affidandosi al prodigioso oceano della femminilità, alle sue mille fantastiche maree è bellissima, formidabile esperienza d’amore, possibile solo con la femmina totale, meravigliosa che abita al fondo della donna amata.

Chi abbia tendenze paranoidi nei confronti della femmina e del femminile, avrà naturalmente una grande difficoltà ad amare davvero e quindi a lasciarsi veramente andare al femminile. Soffrirà così della difficoltà o della impossibilità a eiaculare nella femmina. Oppure – all’estremo opposto – eiaculerà sadicamente in essa, come se il seme venisse vissuto quale arma con cui colpire la femmina (quanto basso senso del proprio Sé e del proprio seme hanno questi maschi!), quale possibilità di un concepimento che, trattenendola come madre, sadicamente impedisca il distacco e il non controllo della femmina.

L’eiaculazione può dunque essere anche la prepotente, prevaricante e sadica affermazione del Sé del maschio, l’imposizione violenta del Sé alla femmina, o lo sfogo di un Sé tanto ferito e insopportabile da essere incontenibile. Ma tutto questo appartiene alla patologia del maschio del maschile, a una sua impotenza relazionale, di solito ben più profonda e grave di quella fisica.

* * *

L’incapacità di lasciarsi andare al femminile non significa necessariamente che si sia impotenti con tutte le donne o che si abbia difficoltà a eiaculare con tutte le donne. È abbastanza frequente il caso di maschi che siano impotenti o abbiano difficoltà a eiaculare con la propria femmina, ma non con le altre o con altre; o viceversa riescano a essere potenti e a eiaculare senza difficoltà soltanto con la propria femmina.

Quando ci sono in gioco le dinamiche più profonde del Sé, risultano facilmente decisivi gli aspetti transferali da un lato e le dinamiche reattive dall’altro. Spesso gli aspetti transferali e le dinamiche reattive si sovrappongono e si sommano tra loro, rendendo la situazione ancora più complessa e articolata. Aspetti transferali e dinamiche reattive riguardano tuttavia livelli di discorso diversi, per cui almeno sul piano logico possono essere distinti, analizzandoli separatamente.

Partiamo dagli aspetti transferali.

Se, per esempio, la femmina con la quale sta facendo l’amore rappresenta per l’inconscio del maschio la madre cattiva, esigente, castrante, divorante, che, quando egli era piccolo, rischiava di espropriarlo della libertà e della autonomia del Sé, allora il maschio si negherà a quella femmina o con la impotenza o con la difficoltà a eiaculare. Con le altre, invece, potrebbe non avere problemi o averne molto di meno.

In generale, si può ipotizzare che le difficoltà si presentano, se e quando la storia di quel maschio abbia dovuto fare i conti con una madre inadeguata, che su quelli del figlio abbia fatto prevalere – soprattutto durante la gravidanza e l’accudimento (cioè durante la fase evolutiva che vede l’attivazione, costituzione e strutturazione del Sé dell’individuo) – i propri bisogni psicologici, lasciando il figlio nella frustrazione o del non contenimento, o della non attenzione, o del non ascolto dei bisogni e delle scelte, o del non rispetto della autonomia, o della non legittimazione del piacere, o della non conferma delle iniziative, o della non accoglienza degli oggetti proposti (ogni bambino prende in mano oggetti o li accoglie nel proprio sguardo intenzionale; la madre adeguata considera ciò come la prima battuta di una interlocuzione che dà nome, storia, continuità, senso, significato sia all’oggetto sia al bambino che lo propone). Con storie di questo tipo alle spalle è facile dunque vivere la propria femmina come oggetto transferale della madre, facendole di fatto pagare colpe non sue. Solo una psicoterapia del profondo può entrare nel merito di difficoltà di questo tipo aiutando a risolverle, spesso con risultati del tutto soddisfacenti.

Veniamo ora alle dinamiche reattive.

Mi limito a un esempio, un caso preso dall’esperienza clinica: un marito, innamorato della moglie, ma frustrato dalla di lei dipendenza dal padre e dalle sorelle, la tradisce con una femmina, con la quale tuttavia ha grosse difficoltà di eiaculazione. Che è successo? La rabbia reattiva, che lo ha spinto al tradimento, non riesce ad attingere e a smentire la profondità dell’amore per la moglie. È come se con la propria difficoltà a eiaculare nell’altra femmina questo maschio volesse affermare l’insopprimibile amore per l’unica femmina nella quale riesca davvero a lasciarsi andare.

Depenalizzare l’omosessualità? Il ritorno della lupa

Che la Curia Romana ogni tanto combini qualcosa che non dovrebbe, non è una novità. Già Dante, cristiano D.O.C. (chissà perché di molti cristiani tosti la burocrazia delle santificazioni non si occupa quanto dovrebbe), diceva di essa come di una lupa famelica “che di tutte brame sembiava carca nella sua magrezza, e molte genti fé già viver grame” (Inferno, 1, 48-51). È proprio questa lupa che spinge Dante alla più pesante disperazione: “questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza” (Inferno, 1, 52-54). Nella Curia Romana – sovente e purtroppo – ha funzionato molto bene la burocrazia delle scomuniche, dei roghi e delle crociate. Sul coraggio della denuncia e della testimonianza cristiana troppo spesso ha prevalso la paranoia delle chiusure e delle discriminazioni anche omicide.

Del resto pure gli apparati religiosi, come tutti i sistemi, possono essere soggette a giochi psicotici[1]. Anche la Chiesa corre questo terribile rischio, quando cessa di essere il Vangelo, cioè il “forte annuncio”[2] della Risurrezione che vince la morte e dà senso all’amore cristiano, per farsi riduttivamente e spesso in modo disfunzionale stato, istituzione, apparato, magari falsificando pure i documenti, come avvenne per la Donazione di Costatino, in base a cui per più di un millennio si cercò di legittimare lo Stato Pontificio e l’istituirsi del potere temporale della Chiesa. Gesù stesso con furore denunciò la deriva della religione ebraica, caduta in mano all’ipocrita e mortifero apparato dei Farisei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (…) Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare alla condanna della Geenna? Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra” (Matteo, 23, 27-28 e 33-35; confronta anche Atti, 23, 3 e Luca, 16, 15; Matteo, 3, 7 e 12,34 e Luca, 11, 49-51 e Tessalonicesi 1, 2, 14-16). I sacerdoti di allora non trovarono di meglio che calunniare o svalutare Gesù (Matteo, 9, 11 e Marco, 2, 16 e Luca, 5, 30), scandalizzandosi alle sue parole (Matteo, 15, 12), cercando di trarlo in inganno (Matteo, 19, 3 e Marco, 10, 2) o dicendo che egli era mandato dal “principe dei demoni” (Matteo, 9, 34 e 12, 24 e Marco, 3, 22 e Luca, 11, 15); non a caso, uniti al disimpegno politicamente corretto di Pilato, furono proprio loro a mandare a morte Gesù.

A questo ho pensato, quando, da innamorato di Gesù e del suo Vangelo, ho letto che la “Santa Sede” è contraria alla proposta fatta all’ONU dalla Francia a nome della Unione Europea di dichiarare non penalmente perseguibile la omosessualità.

La omosessualità non è né una malattia, né una colpa, né un reato. Che non sia una malattia lo dice la scienza. Che non sia una colpa, lo dice l’evidenza. Che non sia un reato, lo dice la civiltà.

Che ci siano ancora oggi stati nei quali gli omosessuali sono incarcerati o condannati a morte, è una vergogna spaventosa e ignobile, che ricorda e riattiva le pagine più nere e micidiali della storia. Tutto ciò che impedisce o ritarda il pieno riconoscimento di ogni umanità, omosessuale o eterosessuale che sia, è complicità e omicidio.

Paradossale – ed è un eufemismo – mi pare poi la motivazione della contrarietà alla proposta francese. L’arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, ha detto che una tale proposta rischia di creare “nuove e implacabili discriminazioni”, dato che “gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come «matrimonio» verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressione” (Avvenire, p. 13 del 2 dic. 2008). Come dire che evitare che si critichi un governo che ammette l’unione tra omosessuali, è molto più importante che cercare di evitare che degli esseri umani né malati né colpevoli né delinquenti siano messi in galera o ammazzati. La follia non ha limiti.

 


[1] È l’espressione con la quale la psicologia sistemica indica la patogena disfunzione delle relazioni di un sistema.

[2] Questo è il significato della parola vangelo.

ogni potere è mantenuto e legittimato

da chi lo subisce

 

Sovente si rivolgono a me mogli e a volte anche mariti gravemente condizionati dal comportamento violento e/o umiliante del coniuge (percosse, tradimenti, furie improvvise, controlli asfissianti, soldi misurati con il bilancino, dipendenze da sostanze, perversioni di vario tipo, tracolli economici, abuso dei figli ecc.). Da povere vittime continuano a lamentarsi, magari dietro apparenti e iniziali ritrosie raccontano per filo e per segno ogni angheria subita. Puntualmente tralasciano di accennare alle possibili ragioni del coniuge cattivo (o “violento” o “traditore” o “pazzo” o “sadico” o “drogato” o “spendaccione” o “maiale” ecc.), di fatto comunicando che è così e basta, senza addurre né cercare una vera ragione del perché è così. Altrettanto puntualmente alla domanda del perché restano con lui (o con lei), rispondono che gli (o le) vogliono bene e che credono nel matrimonio o nella loro “storia” (spesso presentano anche motivazioni religiose e/o morali), ma dicono queste cose quasi impassibili, senza affettività vera, di fatto smentendo ogni affermazione di autentico legame e di vero coinvolgimento amoroso, religioso o morale. Al che, sempre puntualmente, chiedo con chi, oltre a me, si sono lamentate/i o sfogate/i di quanto subiscono; sempre puntualmente, rispondono in queste modo: “per fortuna c’è chi mi capisce, c’è chi mi ascolta quando mi sfogo, sempre, ogni volta”. La persona cui si riferiscono è la seguente:

·       le mogli indicano di solito o la madre o la figlia o la sorella o la cognata o l’amica (è rarissimo che escano dalla rosa, tutta femminile, di queste 5 possibili interlocutrici dei loro guai);

·       i mariti indicano di solito la segretaria, la cognata, la sorella o l’amante; oppure l’amico del cuore;

Sono indicazioni interessanti, che meritano riflessione:

1.   le persone indicate delle mogli sono sempre donne che, anch’esse, hanno – guarda caso – una visione negativa del maschio, per cui l’audience è garantita e la lamentazione può sfociare e fluire in tutta l’ampiezza desiderata; talora viene selezionato come interlocutore anche un confessore, che, però (condizione fondamentale!), aderisca anch’egli alla punteggiatura che la moglie dà del comportamento negativo del marito e del proprio essere vittima (mai – nonostante ce ne siano parecchi – selezionano sacerdoti che le richiamino a un comportamento più attivo, assertivo, responsabile e, soprattutto più disposto a confrontarsi – senza subirle – con la logica e con le ragioni del mondo maschile, uscendo dall’auto-compatimento e dal vittimismo). Di fatto queste mogli non escono mai dal femminile (peraltro un femminile solo remissivo, da vittima predestinata): facendo le vittime e restando vittime, evitano ogni confronto positivo sia con il maschile sia con il proprio femminile. Ottengono poi il loro vero inconscio obiettivo: ricevere attenzione e compassione da una donna. E così restano bambine o donnette per sempre. Perciò, più o meno inconsciamente, da un lato selezionano come compagno un uomo che, prima o poi, le renderà vittime; dall’altro favoriscono (o, sempre in modo più o meno inconscio, istigano) l’accesso del marito a comportamenti criticabili e spesso violenti. Per esempio, non danno una corretta attenzione al marito; non chiedono il suo parere su eventi rilevanti della famiglia; lo mettono regolarmente in secondo piano; qualunque cosa faccia, vedono soltanto aspetti negativi; qualunque cosa dia o porti a casa, non sono mai soddisfatte; regolarmente lo accolgono a casa con atteggiamenti per nulla affettuosi e in tenute del tutto disarmanti (salvo poi lamentarsi che il marito non le guarda mai e arriva a casa tardi, magari dopo lunghe soste al bar o “chissà dove”).

2.   le persone indicate dai mariti sono donne in più o meno potenziale conflitto e/o in più o meno consapevole rivalità con la figura femminile della moglie. È come se quest’uomo cercasse attraverso la confidenza dei propri guai di mettere in conflitto tra loro due donne, in tale modo di fatto controllandole e “usandole” entrambe e non comunicando profondamente con nessuna delle due. Della seconda poi (quella con la quale di confida lamentandosi) ottiene un’attenzione sostanzialmente di tipo materno o erotico-terapeutico (“ti aiuto io”, “ti salvo io”, “solo io so capirti, aiutarti, amarti”). Lascia di fatto ogni iniziativa alla donna; di fatto si sottrae da un lato a un vero coinvolgimento sia con la moglie che con l’altra donna, dall’altro a un vero confronto sia con il femminile delle due donne che con il proprio maschile. Anche la figura dell’amico del cuore di fatto risulta ambigua: è una figura tipica del processo evolutivo non tanto del maschio quanto della femmina adolescente (di solito il maschio adolescente ha come suo interlocutore il gruppo, cioè un soggetto plurale); non a caso questo tipo di mariti – a quanto mi dice l’esperienza clinica – sono maschi che non hanno elaborato e superato l’Edipo.

Che dire? L’essere vittima spesso è situazione di stallo evolutivo, che permette di evitare ogni vero impegno di crescita e di confronto profondo sia con l’altro sesso che con il proprio (in particolare con alcuni nodi omosessuali non affrontati e non elaborati). A chi è vittima fa gioco esserlo e rimanerlo, di fatto legittimando e mantenendo il potere di colui del quale ci si lamenta tanto. Fa gioco soprattutto potersi fare compatire e consolare. Fa gioco non vivere l’amore.