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Tag Archives: omicidio suicidio

Leggo in cronaca: “A ruba le tombe del Verano, un successo l’asta sul web. Prezzi record per le tombe abbandonate del Verano battute all’asta on line sul modello ebay. Le cifre battute hanno superato di gran lunga la base d’asta. Da 150mila euro si è passati per un sepolcro di particolare valore a 900mila euro. Il valore base di tutta la gara era stimato in circa 2,5 milioni di euro ma si spera di superare i 10 milioni di euro”.

Non riesco proprio a immaginare che cosa renda tanto appetibile una tomba al Verano: se il desiderio di possedere un manufatto più o meno artistico o proprio il desiderio di … abitarvici prima o dopo, di garantirsi un prestigioso monolocuo o biloculo con vista panoramica sull’al di là, quasi un attico acheronteo, purtroppo – immagino – senza servizi né semplici né doppi.

Appartengo a un’età nella quale qualche pensierino funereo purtroppo non manca, ma preferisco prendere non troppo sul serio la faccenda. Non perché non pensi alla morte, ma perché non vale la pena togliere troppo tempo … alla vita: per pensare alla morte, si lascia morire la vita.

Alla morte ci penso, eccome. Confesso, che, dolore del morire a parte, la morte non mi fa proprio paura. Mi intriga l’idea di potere finalmente vedere direttamente in faccia Dio in tutte e tre le Persone e nel Loro relazionarsi. Ho tante domande da fare a ciascuno dei Tre. Mi diverte l’idea di poterLi interrogare e di potere godere delle loro risposte. Saranno senz’altro risposte … da Dio.

Mi affascina poi l’idea di potere incontrare Maria, sentirne la voce, goderne lo sguardo in diretta, guardandoLa anch’io, come Lei ha da sempre – bontà Sua – voluto guardarmi. E poi, chissà che festa, con tutti quegli incontri che mi attendono: nostro figlio morto al secondo mese di gravidanza, mia mamma, mio papà, la mia sorellina morta prima che io nascessi, tanti amici e tante persone care, poi il mio sant’Agostino, santa Monica, san Francesco con Chiara, san Severino Boezio, san Tommaso Moro. Che festa! Che gioia.! Poi mi porteranno senz’altro ad ascoltare i miei Parmenide, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Kant, Bruno, Husserl, Heidegger. Quante domande anche per loro ho qui pronte! E, poi, vedrò e ascolterò Saffo, Leopardi, il mio Dante, Omero, Ariosto, Cervantes e tutti gli altri. Che goduria!

E incontrerò don Mazzolari, don Milani, don Diana, don Puglisi, monsignor Romero. Con gioia mi confesserò da loro e – attraverso la confessione nella loro grande tribolazione e nel loro sangue – parlerò ancora meglio con le Tre Persone, le capirò di più, le godrò di più e godrò di più della grande festa di lassù. I Martiri sono come i poeti: danno gioia alla gioia, eternità all’eternità, testimonianza alla testimonianza, godimento al godimento.

Poi mi godrò i grandi fisici, i prodigiosi musicisti. Forse Puccini mi lascerà fumare un buon sigaro con lui. Poi incontrerò i grandi psicologi, la mia maestra Mara. E vedrò i grandi danzatori, le stupende danzatrici. Che vertigine! E che musiche canteranno tutti i presenti. Sì, sarà la gioia della presenza. Altro che luogo e tempo delle assenze!

E incontrerò i popoli negati, i geni mai riconosciuti, le creature non nate, le anime soffocate, le infanzie uccise. Vedrò vivere le storie che non sono potuti essere, le culture che non sono potuti diventare, gli amori che non hanno potuto vivere, la parola che non sono stati.

Vedro mondi nuovi, infinite terre e sterminati cieli. Scoprirò che ogni amore è già – se noi lo volessimo – tutto questo. E abbraccerò nell’amore di Rosi tutti gli amori di tutti i tempi. Tutti gli innamorati insieme canteremo l’aprirsi degli infiniti mondi.

Ci riconosceremo dalle nostre ferite, che nel nostro corpo risorto diverrano la possibilità d riconoscerci. E che bello essere il nostro corpo nuovo, tutto relazione, già come ora, più ancora di ora. Anche i simboli risalgono il fiume, e la, alla sorgente, ci partoriscono alla risurrezione.

Incontrerò il mio maestro di catechismo Erminio, e quello di prima elementare, che, unico, mi volle in classe, e il mio grande professore di latino e greco al liceo. Incontrerò tutte le persone che mi hanno voluto bene. Con quelle che non mi hanno amato ci si spiegherà e magari si diventerà amici e si berrà insieme qualche buon calice di vinello del Paradiso, senza più badare alla glicemia o al colesterolo.

Sì mi spiace morire. A parte la sofferenza, mi toccherà per qualche tempo lasciare qui sola la Rosi, i miei figli, la mia nipotina, Davide, Daniele, ma bisogna pure che qualcuno vada ad attendere. Per questo, a differenza del morire, la morte non mi dispiace affatto: si gode l’essere stati attesi e si impara l’attendere, cioè si vivono le due dimensioni forse più belle dell’essere creatura.

Ma torniamo al Verano. Lo diceva bene Foscolo, cimiteri e sepolcri servono più alle illusioni dei vivi che non ai morti. Se proprio si vuole essere precisini, servono ai vivi quasi morti, se non proprio ai vivi vivi, nel senso che, chi si sente più o meno vicina la morte, comincia a pensare alla “fissa dimora” e, per qualche ossessivo-compulsivo anche alle modalità del funerale, magari partecipa su ebay all’acquisto delle tombe del Verano. Ci sono i deficienti, i montati, i folli, che pensano ai mausolei più o meno faraonici, quasi per garantirsi pubblico e audience almeno da morti o più da morti che da vivi, come se le future generazioni non avessero altro da fare che rendere memoria ai vemiciattoli contenuti nei grandi mausolei. Forse per “dovere della memoria” loro, poveretti, intendono questo.

Al confronto mi diverte di più l’idea di un mio amico pittore, buon bevitore e robusto gaudente di inarrivabile simpatia. Da morto vuole essere cremato e vuole poi che le sue ceneri vengano disperse durante uno spogliarello al mitico Moulin Rouge, in quel di Pigalle. Non male. Non so che ne penseranno le povere belle fanciulle vedendosi piovere addosso tanta lussuriosa nevicata mortuaria, ma almeno il mio amico, a modo suo, già si gode il morire, da artista.

Io vorrei che il giorno della mia morte fosse una festa, che tutti ridessero, che tutti si abbracciassero, che fossero felici l’al di qua e l’al di là.

In fondo vorrei morire come sono sempre vissuto. Da cosciente, da sveglio, non rincoglionito da farmaci o da psicofarmaci. Vorrei morire da contento, verificando e provando tutto il morire, così come ho sempre verificato e provato tutto il vivere, guardandolo dritto negli occhi. Da vivo sono vissuto fregando la morte, che non voleva lasciarmi nascere. Da morto vivrò fregando la vita, che pretendeva di darmi lei da sola la felicità.

Morire è un processo, proprio come vivere: sono qualcosa in corso d’opera, sono una casa sempre circondata dall’impalcatura del carpentiere. Essere felici, quello sì è uno status, non un processo. È una bella casa finita e ben visibile. Per questo si può già qui essere in Paradiso, Non occorre procurarsi una tomba al Verano. Per essere – già qui – in Paradiso, basta essere felici

 

 

Incesto e stragi familiari: un’unica abissale radice

Come ho già detto, attraverso i motori di ricerca moltissime risultano le richieste perché questo sito parli d’incesto. Mi stupisco che nessuno degli operatori dei grandi media individui e segnali la presenza di questo interesse.

Da parte mia, noto invece che, se c’è un legame capace – dando ragione e causa – di unire tra loro eventi tragici quali i sempre più frequenti episodi di stragi familiari, questo va colto in un implosivo, violentissimo vortice d’incesto e di dinamiche incestuose, che sta investendo le nostre famiglie.

Che altro è l’omicidio-suicidio tipico di queste stragi di genitori e figli, se non il folle, assurdo, magico tentativo di bloccare la genitorialità e la filialità di sé stessi nel tempo, e il tempo in sé stessi, rendendo assoluto, irreversibile, invincibile il possesso? E che altro è l’incesto se non il tentativo di continuare a possedere e a possedersi nel figlio o nella figlia, al di là e al di qua di ogni tempo e di ogni storia? Che altro è se non il tentativo di non lasciare mai la madre e il padre, grazie al magico assoluto possesso del matricidio e del patricidio? Strage familiare e dinamica incestuosa non hanno allora la stessa identica, magica, folle, abissale, unica radice?

La strage familiare è per certi versi l’estrema, radicale, magica, folle coerenza dell’incesto; è l’incesto spinto alla propria estrema folle conseguenza, all’ultima assoluta sperante disperazione, quella che non vuole e non può più vedere nulla oltre di sé.

Che l’incesto sia cecità disperata, lo ha detto fin dall’alba stessa dell’Occidente la saggezza greca, quando, nel mito, dice di Edipo che si acceca di fronte alla coscienza del proprio incesto con la madre Giocasta.

Incesto è black out della luce, di ogni luce e di ogni dare alla luce. Anche per questo è evento tanto nascosto e taciuto. Incesto è in-vidia (letteralmente “non vedere”) della vita. Dunque è difesa paranoide nei confronti di ogni incontro tra le diversità. Difatti, dove altro è e sta la vita, se non nel luogo in cui le diversità si incontrano, si amano, concepiscono e si concepiscono l’una nell’altra, chiedono di essere futuro, progetto, utopia, l’una diversità per-sonando nell’altra e dell’altra? Ecco perché incesto è anche – radicalmente e prima di ogi altro fatto o fenomeno – evento e culla, oltre che di buio cieco, anche di paura della diversità propria e altrui, di intolleranza, di razzismo, di apartheid, di eliminazione e soluzione finale di ogni novità e alterità, di aborto, di occidente. Non è un caso – io credo – che aborto e occidente abbiano la stessa matrice semantica e entrambi significhino “lontananza dal sorgere del sole”, cioè lontananza dalla e della luce. Prima di difendere l’occidente, non è forse il caso di vederne, metterne in luce, coglierne il dramma, di affrontarlo e guarirlo? Anche oggi Edipo è ancora lì a Colono dove – nel giardino delle Erinni, le divine furie vendicatrici – attende la definitiva discesa agli inferi. Con lui sta la figlia Antigone (significa “contrapposta alla generazione”), che, come dice Euripide nelle Fenicie, rinuncia per il padre alle nozze e alla generazione. Quanti Edipo, quante Antigone, quante Giocasta (madre e sposa di Edipo), quanti Laio (il padre ucciso da Edipo; il padre che, trafittigli i piedi aveva abbandonato appena nato Edipo, così che morisse) ho incontrato e incontro sempre di più nelle mie terapie!

Che l’incesto sia infradiciato di cecità, lo dice ogni giorno l’esperienza clinica. Senza vedere quanto incestuosi sono nelle loro logiche, pur di continuare a possedere i figli, i genitori ne impediscono lo svincolo in mille modi: tengono ancora in casa figli e figlie ventenni, trentenni (e oltre); temono di lasciare soli in casa “bambini” di 11-12 anni anche in pieno giorno e solo per un’ora o due; continuano a portare a scuola figli e figlie di 13, 14, 15, 16, 17, 18 anni; se la scuola non è proprio lì alla porta accanto e dista anche solo due o tre fermate d’autobus, portano loro a scuola i figli di 6, 7, 8, 9 10, 11, 12 anni. Addirittura, pur di continuare a mantenere figli i figli e pur di continuare – mantenendoli figli – a possederli, li condannano – ciechi – alla problematicità, alla mai raggiunta autonomia, al disturbo psichico. Legittimano la loro cecità puntellandola di indiscutibili paranoie, che vedono pericoli dovunque e comunque, che hanno “bisogno” che ci siano i pericoli, così che, nei pericoli, trovi alibi il vero grande pericolo: la possessione incestuosa del figlio, condannato a restare per sempre bambino, incapace di allontanarsi, di essere autonomo, di affrontare e vivere la luce della propria vita.

Allora, perché si resti eternamente padri e madri di figli eternamente figli, quale strada c’è più assoluta, più sicura, più occidentale dell’incesto? E quale incesto c’è che sia più assoluto, più incancellabile, più occidentale di una strage familiare? Chi più di Pietro Maso o di Ferdinando Carretta possiede per sempre la propria madre, possiede per sempre il proprio padre? E chi più del padre e della madre di Pietro Maso e di Ferdinando Carretta possiede per sempre la vita del figlio?

 

21 agosto 2008

Strage familiare a Salsomaggiore

 

“Strage a Salsomaggiore: uccide moglie e figlia e poi si spara”. Quando leggo o sento di questi tragici fatti familiari mi stupisco di due cose:

1.   che ne succedano tutto sommato così pochi;

2.   che la stampa scritta o televisiva li presenti quasi sempre come frutto di “raptus improvvisi” o “imprevedibili”.

 

Quanto al punto 1., l’esperienza clinica mi dice che sono tantissimi i casi di questo tipo. Senza una psicoterapia adeguata o con una terapia solo farmacologia non possono che peggiorare e, prima o poi, esplodere. La psicoterapia sistemica o come si usa dire, “familiare” è – a mio avviso – l’unica che possa non soltanto guarire situazioni di questo tipo, ma individuarne con anticipo di anni le dinamiche e il potenziale esplosivo. Quindi non solo i fatti non sono imprevedibili; ma sono possibili con larghissimo margine, ripeto, di anni sia la prognosi relazionale, sia la prevenzione, sia la cura.

 

Un evento depressivo, come quello che è alla base di quanto è successo a Salsomaggiore, non può né deve – a mio avviso – essere curato come problema solo dell’individuo; se prima non si affronta il gioco familiare da cui la depressione esce e sulla quale si afferma e costruisce poi il proprio decorso, non si ottengono risultati veri. Al limite si attenuano temporaneamente i sintomi, senza sfiorarne le cause. Senza intervenire sul sistema familiare con una adeguata terapia, la cura psico-farmacologica oggi di solito praticata (basata cioè su antidepressivi cosiddetti “serotoninici”, in particolare quelli aventi come principio attivo la fluoxetina)  risulta non solo inutile, ma rischia di essere fattore scatenante: rendendo molto più alte le vette maniacali del flusso dell’umore e molto più basse quelle depressive, rischia di produrre gravissimi scompensi, che possono portare da un lato a esplosioni omicide e dall’altro a implosioni suicide. Difatti, senza un intervento terapeutico sul sistema familiare, ogni altro intervento e in particolare quello psico-farmacologico non può non essere percepito come minaccioso dal sistema e dalle sua dinamiche patogene, il che non può non esasperarle, trasformando il lamento in urlo omicida o in sordità suicida.

 

Quanto al punto 2., ritengo grave l’ignoranza con la quale i giornalisti affrontano fatti di questo genere. Rarissimo che la stampa parli di psicoterapia, in particolare di quella sistemica o familiare, Mi chiedo che idea paleolitica abbiano i giornalisti del disturbo mentale e delle figure a esso preposte dalla legge italiana. Da parte loro, i direttori e i caporedattori chi inviano per la cronaca e con quale criterio affidano il commento di questi fatti? Che poi – di regola – ci si limiti a ricorrere all’intervista di qualche dotto specialista di nome, troppo spesso nasconde, in chi intervista, il buio assoluto della conoscenza di ciò di cui si dà notizia. L’intervista non è quasi mai una vera interrogazione del problema e dei responsabili, ma di solito è un passivo pendere dalla labbra più o meno sapienti e famose dell’intervistato; pare proprio che  l’unica volontà sia quella di chiudere lì la cosa, senza darle quel seguito di indagine e di ricerca della verità, che dovrebbe invece essere l’anima e il motore del buon giornalismo. Né i lettori paiono chiedere di più, visto che i giornali continuano a vendere (o a non vendere) come prima.

Perché ci sono i kamikaze? Analisi psicologica del kamikaze

Rispondo qui alla lettera di Daniela dell’8 settembre, che mi chiede perché ci sono i kamikaze.

 

Il pensiero magico è il modo di vedere e di essere il mondo tipico della prima infanzia. Tutto è possibile: mamma  papà sono onnipotenti;e se il rapporto con l’onnipotenza del genitore è adeguato, allora per il bambino volere e potere sono una cosa sola; così pure essere e pensare. Allora l’orizzonte dell’essere si spalanca totale di fronte al bambino; è presenza immediata, nitida, a portata di mano; fa tutt’uno con il suo sguardo e con il suo stupore; è stupore vivente.

Al fondo di ogni atto, che in qualche modo vuole essere assoluto, c’è sempre – più o meno inconscio – il riaffiorare del pensiero magico. Che ciò avvenga nella dimensione sapiente dell’arte o in quella tragica della follia oppure in quella più consueta del sogno o del gioco fantastico, dipende dal tipo di regressione in atto. L’artista gioca con la regressione, ne conosce i sentieri, li percorre senza smarrirsi. Allora il sentiero può essere sì faticoso, ma non è mai spaesante d’angoscia; è invece vivo di libertà e verità, gravido di stupore e di simbolo. Il folle non gestisce la regressione, ma ne è travolto; non gioca, ma è giocato. Chi sogna o chi gioca con la fantasia, lascia la regressione nel confine di un dormiveglia o in quello di una regola ludica.

In quanto toccano i confini dell’assoluto, ogni atto di omicidio e di suicidio e – a maggiore ragione – ogni atto di omicidio-suicidio sono figli del pensiero magico. Anche se qualcuno si illude che possano esserlo, l’omicidio e il suicidio non sono mai atti solo strumentali. Sono sempre atti abitati più o meno inconsciamente dall’assoluto. Chi uccide, sotto sotto possiede la sua vittima. Così pure, chi si uccide, intende possedere per sempre sé stesso, non perdersi mai. Il tempo del pensiero magico, del resto, è presente totale, assoluto, che ferma in sé la storia, la paralizza, la imbalsama.

Di fronte alla innamorata che lo respinge, l’omicida – uccidendola – nega in un colpo solo sia la propria impotenza sia il rifiuto subito; rende assoluto il possesso, lo preserva da ogni futura impotenza e da ogni possibile rifiuto. Uccidendo poi sé stesso, compie la magia totale: possiede sé stesso in modo irreversibile, in un modo che nessuno potrà più rimettere in gioco; ma soprattutto possiede l’assoluta onnipotenza del proprio amare, così che l’omicidio-suicidio sia un coito assoluto, a propria volta irreversibile e innegabile, eterno. A modo suo, l’azione di omicidio-suicidio passionale è un capolavoro di follia; per questo può avere in sé un fascino perverso, può costituire un vortice d’attrazione al limite dell’ammirazione. Non a caso, in alcuni episodi nei quali anche la vittima è folle quanto il suo carnefice, stupiscono la scarsa reazione o, perfino, la tacita acquiescenza di chi viene ucciso (come se sotto sotto si cercasse l’uccisione).

Nel caso dell’omicidio-suicidio politico o religioso o ideologico (o tutte e tre le cose insieme), la dinamica è, di fatto, la stessa di quello passionale. Con queste differenze:

1.    in gioco c’è non il possesso di una persona amata, ma dell’intero gruppo o popolo nemico;

2.    in gioco c’è non il possesso di un Sé individuale, ma di un Sé più ampio o – meglio – più sfumato, nel quale e con il quale ci si identifica (il gruppo politico o religioso o ideologico di appartenenza reale o presunta);

3.    in gioco c’è non un amore che si desidera eternare, ma un odio che, a propria volta, deve essere eterno.

Al di qua delle differenze non può certo sfuggire la componente erotica di questo omicidio-suicidio. Ben si sa quanto l’odio sia il rovescio della medaglia dell’amore: entrambi vivono del coinvolgimento assoluto delle emozioni, degli affetti, del respiro, dei pensieri; facilmente l’uno sfocia nell’altro, l’uno è l’altro (come ben ricorda Catullo).

Che poi l’odio-amore abbia come proprio oggetto non una persona, ma un gruppo o un popolo di nemici, può essere frutto di una sublimazione della propria incapacità individuale e/o sociale e/o culturale di amare; un Romeo mancato può ergersi a eroe e martire di una causa politica, religiosa, ideologica. Chi si uccide per uccidere il nemico, non a caso appartiene di solito a gruppi, società, popoli, culture, che in modo assoluto o, come si suole dire, integralistico affermano la totale prevalenza della “causa” sull’amore. Per l’integralista islamico il rapporto Allah-uomo prevale nettamente – in assoluta “sottomissione” (è questo il significato della parola Islam, anche se in verità si rifà a una parola che indica pace, alle tre consonanti che indicano il saluto di chi è in pace e porta la pace) – sul rapporto uomo-donna (donna viene sempre dopo il trattino, che come un burka la isola); per il terrorista degli anni di piombo, che, per uccidere, rischiava di morire, l’amore romantico era una “degenerazione borghese”; parimenti per il bombarolo fascista, che a propria volta, rischiava la morte, il rapporto uomo-donna era letto nei margini di una tragica svalutazione maschilista, che dissocia la donna nel bivio madonna-prostituta. Che lo voglia o meno, che se ne accorga o meno, chi mette in secondo piano l’amore tra l’uomo e la donna, finisce sempre per erotizzare ciò che mette in primo piano; non può fare a meno di erotizzarlo, in una tragica nemesi che segna di sé tutte le impotenze.

Il kamikaze è, prima di tutto, impotente nei confronti del proprio Sé. per questo ha bisogno di proiettarlo e di identificarlo in un Sé più ampio. È un modo di sfuggire a sé stessi e, al tempo stesso, è l’alibi di questa fuga impotente dalla identità del proprio Sé. Del resto come può identificarsi chi non sa amare, chi ha bisogno di amare una “causa”?

Oggi il mondo islamico sta vivendo una tremenda fase di trasformazione culturale, linguistica, sociale (lo vedremo bene nel post di domani, che analizzerà il rapporto tra terrorismo e integralismo). Soprattutto il rapporto tra l’uomo e la donna e tra la donna e l’uomo, tra il maschio e la femmina e tra la femmina e il maschio, è al centro di questa trasformazione. In gioco ci sono la morte di un mondo e le angosce anche dissocianti e regressive di molti individui. Che la difficoltà sia enorme è fuori discussione. Che ci siano casi di omicidio-suicidio lo è un po’ meno.

Kamikaze è parola giapponese, significa “vento divino”: come nel 1281 una provvidenziale tempesta, proprio quale vento divino, protesse il Giappone dalla invasione della flotta del Kublai Khan, difendendone l’insularità, così durante la II guerra mondiale i piloti che con il loro aereo si buttavano contro le navi nemiche, intendevano difendere di nuovo il loro paese.

Come si vede, fin dal termine usato, l’azione dell’omicidio-suicidio è sempre una dinamica difensiva, insulare, che nasce dall’angoscia della invasione e della perdita, dallo spaesamento di una trasformazione che viene vissuta come possibilità di una morte assoluta, totale. Di qui l’evento regressivo al pensiero magico, al bisogno infantile di essere e restare bambini onnipotenti che vogliono sconfiggere lupi e draghi, senza essere mai cresciuti e senza avere mai conosciuto l’amore.