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Tag Archives: La tenerezza dell’eros

Ne ho scritto a lungo nel mio libro La tenerezza dell’eros. Il fasciatoio è luogo e tempo formidabili: lì si giocano imprinting decisivi per la costituzione e la strutturazione della personalità, preparandone e suggerendone i comportamenti. Non solo. La relazione d’amore riprenderà le stesse modalità relazionali che quell’individuo da bambino/a ha vissuto sul fasciatoio nella relazione di accudimento con la propria mamma.

Un esempio. Ancora privi di parola, il bambino o la bambina richiamano l’attenzione della mamma, perché stia presente e attenta sempre più e sempre meglio, continuando a stare con loro e per loro. Come?

L’attenzione di qualsiasi essere umano è sempre attivata prima di tutto e soprattutto da ciò che è diverso e nuovo (è ciò che i pubblicitari chiamano il plus di un prodotto: quella caratteristica che, differenziandolo dagli altri, rende unico e riconoscibile quel prodotto). Ne consegue che la madre – consciamente o inconsciamente – “vede” come prima cosa la differenza più evidente del proprio bambino.

Se questo è un maschio, in particolare il primogenito maschio, lo sguardo materno, consciamente o inconsciamente, “vedrà” prima di tutto il pisello del maschietto, soprattutto del primo maschietto, cioè il suo plus. Per questo i maschietti, come primo richiamo dell’attenzione materna, che induca la mamma a re-stare (cioè a “continuare a stare”) sempre più o meglio presente e attenta, attivano l’erezione del pisellino; in tale modo – per dirla con i pubblicitari – evidenziano il plus . Soltanto se la mamma, per propri problemi, non risponde a questa modalità di richiamo, il bambino non la attiverà, inibendola e/o passando ad altre modalità di richiamo. Anche per la selezione delle modalità di richiamo, dunque, il bambino si adatta al tipo di risposta materna.

Se sul fasciatoio c’è una femmina, che è “come” la propria mamma, la bimba dovrà attivare modalità di richiamo d’attenzione più articolate e complesse, che – all’interno della comune femminilità – la rendano attraente e sempre più sé stessa agli occhi della mamma. Di solito queste modalità sono giocate su una valorizzazione della espressione di suoni e di movimenti del viso e del corpo molto più abile, sfumata e ricca di quella solitamente propria del maschio. Per questo, a mio avviso, le femminucce parlano prima e meglio dei maschietti (è molto raro trovare bambine che balbettano, parlano poco, male o in ritardo), hanno una più articolata ed espressiva mobilità del viso e del corpo e sono molto più attente alla lettura e alla interpretazione dello sguardo e della personalità della madre. Se una donna non ha attivato e bene strutturato queste capacità espressive, significa che il rapporto con la madre sul fasciatoio non è stato adeguato o addirittura è stato carente o problematico.

Quindi non mi pare affatto una forzatura affermare che da un lato la capacità di espressione fonetica prima e verbale poi, dall’altro la capacità di mobilità gestuale del viso e del corpo stiano alla femmina quanto l’erezione del pisello sta al maschio. “Servono” come prima, antica e più collaudata modalità del richiamo di attenzione.

Di qui vengono alcune caratteristiche solitamente femminili:

  • la parola non serve soltanto per comunicare qualcosa. In quanto richiamo di attenzione, richiede soprattutto di essere ascoltata attentamente. Prima del problema o dei contenuti che dice, quella parola è presenza di una persona, è la persona, l’anima di quella persona, la sua unicità, la sua bellezza che chiede di essere vista, riconosciuta, amata più di ogni altra e come nessun’altra può esserlo. Prima di chiederti di fare qualcosa per lei, la parola di una donna ti chiede di essere con lei, di vedere lei, di accogliere lei, la sua unicità femminile, il suo esserci, il suo attenderti, il suo aspettarti, il suo mondo di interiorità, il suo viversi attimo per attimo, il suo sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare come nessuna altra donna sa sognare, sperare, temere, indugiare, dubitare, amare. Ogni parola di donna è il parto di una gravidanza che ti chiama al riconoscimento della intera gestazione, in tutte le sue mille e mille sfaccettature, in ogni sua irripetibile e unica e inimitabile identità;
  • il muoversi del suo viso, del suo collo, del suo busto, del suo bacino. delle sue gambe, di tutto il suo corpo non serve soltanto – come banalmente e riduttivamente crede la maggior parte degli uomini – per sedurre o per “ottenere” qualcosa. È, prima di tutto, la danza poliedrica e fantasmagorica del suo esserci: come persona unica, come storia straordinaria, come irrinunciabile inizio di cammini e mondi che soltanto lei è e può essere, che nessuna altra donna sarà né potrà mai essere.

Quando due donne amiche parlano tra loro, è come se ripetessero tra loro l’esercizio che una figlia e una madre solitamente fanno e dovrebbero potere fare sul fasciatoio. Celebrano il merletto preziosissimo e soficastissimo della reciproca attenzione delle presenze e delle anime, della reciproca articolatissima lettura del sentimento e dell’emozione. È una celebrazione che, al tempo stesso, è esercizio di linguaggio amoroso, è attesa e speranza di una attenzione complice e complessa, quale sperano possa esserci domani tra loro e la persona che amano.

Purtroppo per la maggior parte dei maschi il gioco stupendo della richiesta d’attenzione si esaurisce e limita al “fare sesso”, come se l’erezione del pisello fosse l’unica cosa che conta, l’unica condizione e garanzia dell’amore: per loro le parole di una donna sono soltanto chiacchiere, il suo femminilissimo muoversi sono inutili, noiose, ritardanti moine. Non sanno il tesoro di comunicazione che hanno di fronte. Non colgono il dono del prodigioso mondo promesso e banalmente lo stuprano nell’ignoranza dell’ascolto e dell’accoglienza. E così perdono l’amore, la bellezza e, soprattutto, la persona che li ama, la sua unicità, la sua anima.

1.6.2.3. – Intermezzo: il racconto della prima grande notte

Nel proprio fondo più vero, ogni amore è come la prima grande notte della storia umana. In quella prima grande notte da esuli l’uomo e la sua donna si trovarono soli in quel buio totale e disperante. Già il tramonto, il primo tramonto della storia, era stato angosciante, quel primo e imprevedibile lungo perdersi della luce, della sua intensità, del suo potere di dare colore e dimensione alle cose. Ma ora, per la prima e sconosciuta volta, la notte era lì, con il suo buio totale, spesso e solido come un muro che impedisce il cammino e toglie il respiro. Era la prima notte, era semplicemente la notte. Però non sapevano che cosa fosse la notte. Solo allora ne impararono e dissero il nome.

(I greci poi la chiamarono nux – νύξ – un nome che iniziava con la ν, che in greco è la consonante della morte, e continuava con la υ, che in greco è la vocale della donna e dell’utero, quasi a intuire e a dire che, se la notte è morte, la notte è anche accoglienza e gravidanza, possibilità di parto)

Non sapevano se e quando sarebbe finita. Né conoscevano ancora l’esserci dell’alba e dell’aurora. Solo in quella prima, totale notte seppero e conobbero davvero l’angoscia. Per questo si abbracciarono come mai prima d’allora, come mai nessuna madre li aveva abbracciati, come mai avrebbero pensato ci si potesse abbracciare, con una angoscia più totale di ogni altra angoscia, ma con una risposta piena come nessuna altra risposta, l’unica pregna di infinita possibilità di essere loro il mondo e il futuro dei mondi Era un abbraccio che cerca e che è (l’essere umano sempre, almeno un poco, è ciò che cerca) la comprensione panica, quella appunto che sta al di qua di ogni madre e di ogni sua possibilità d’abbraccio e d’accudimento. Ogni vero amore abita la grande notte, perché solo in essa è possibile l’abbraccio dei due bambini mai accuditi che abitano e sono la nudità dei due amanti. L’abbraccio e le loro carezze ora li tenevano in vita e nel buio dicevano ancora della pelle e del corpo, ma senza più paura, come se la pelle e il corpo non fossero più indifesi, come se fossero soltanto parola e gioia; cominciavano a dire della speranza di nuove nascite e di nuove più ricche identità. In quella loro disperazione sperante, in quella angoscia gioiosa si sentivano fratelli, come se una nuova grande madre li partorisse l’uno all’altro, l’uno dentro la carezza dell’altro. In quella grande immensa prima infinita notte, nell’amniotico abbraccio delle loro nudità, vissero l’amore e partorirono il loro essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi.

Soltanto se ha in sé la dimensione panica di quella prodigiosa notte, soltanto se a essa rinvia, il letto d’amore è possibilità di vera risposta. Se non ci fosse il letto d’amore, come si potrebbe sperare?

Mi perdoni il lettore questo corsivo di intermezzo. Mi sono sempre immaginato così la prima notte dell’umanità: come la notte di una coppia di amanti, la prima coppia umana, che, per la prima sconosciuta volta, vivesse l’incontro con la notte, mistero di cui nulla sapevano, tempo di cui tanto non immaginavano l’inizio quanto non potevano pensare e sperare la fine. Mi immagino così il primo letto d’amore: un abbraccio immenso come quella notte, eterno come l’angoscia che non sa di sé e della propria durata. Per questo i due amanti l’uno perdendosi nell’altro, l’uno cercandosi nell’altro, l’uno disperatamente sperando nell’altro, cercarono in quel loro letto d’amore e di notte la risposta all’angoscia che avevano e che erano.

Anche oggi è un po’ così. Siamo oggi nella notte della parola assente e svuotata, dove ogni relazione e ogni appartenenza sembrano non esserci più o, forse, non esserci mai state davvero. Forse, mai come oggi, l’amore di due amanti conosce la solitudine della notte totale. E, forse, mai come oggi, la relazione e l’appartenenza reciproca che unisce i due amanti sul letto d’amore del loro abbraccio sono l’unica vera relazione e l’unica vera appartenenza possibili. Proprio per questo il rinvio a quella prima mitica notte è d’obbligo. Se quella prima notte di totale angoscia ha aperto alla vita le storie e le generazioni, perché non deve anche oggi essere possibile aprirsi a un letto d’amore così totale, travolgente come l’estrema angoscia, sperante oltre l’eterna disperazione di una notte senza fine? Il letto d’amore accudisce la possibilità delle storie e delle appartenenze.

Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

Ho saputo che due belle persone stanno leggendo a Kabul il mio libro “La tenerezza dell’eros”. Confesso che sono felice.

TRADIMENTI: UNA COPPIA SU TRE FINGE DI NON VEDERE

Spicca tra le news di stamattina:

«Le coppie italiane chiudono gli occhi di fronte ai tradimenti. Trionfa l’ipocrisia e l’omerta’ a fin di “bene”. (…) un corposo 30% decide di “soprassedere”. Questa è la novità che emerge da uno studio condotto dall’associazione Donne e Qualita’ della Vita, presieduta dalla psicologa Serenella Salomoni su un campione di 800 coppie italiane di età compresa tra i 25 e i 70 anni. Sono le donne, con il 45%, a essere più restie e a “riconoscere” il tradimento, ma anche gli uomini non scherzano, infatti, ben il 30% e’ pronto a voltare lo sguardo e fingere che non sia accaduto nulla. Una sorte di gioco delle tre scimmiette che tra le coppie sposate raggiunge il suo massimo, con il 55% delle mogli e il 38% dei mariti che preferiscono far finta di non sapere e negare le evidenze. Una resa al tradimento che le donne motivano in modo più nobile degli uomini. Per il gentil sesso la scelta di chiudere gli occhi sta nella salvaguardia della famiglia per il 31%, segue il bene dei figli con il 28%, terzo la stabilità per il 18%, la paura di perdere il benessere raggiunto per l’11% e infine, il 3% del campione dichiara di non ritenerlo una colpa grave e su cui decide di sorvolare. C’e’ anche un sincero 8% che lo fa per pura ipocrisia sociale. Tra gli uomini è l’orgoglio la motivazione principale, ben il 37% nega l’evidenza per non ferire la propria virilità, il 26% lo fa perché spaventato dall’incertezza di trovare una nuova compagna, seguono la salvaguardia della famiglia (16%), il bene dei figli (12%) e anche per il macho italiano pare che ormai l’esser tradito non sia il peggiore dei mali (2%)».

Il mio commento:

Le ragioni dichiarate e consce di un fenomeno solitamente sono funzionali al fenomeno stesso, in certo modo lo sorreggono e lo giustificano, soprattutto se e quando – come in questo caso – il fenomeno interroga in profondità il Sé, l’intimità, la nudità, il sesso, l’identità, quanto di più profondo è l’essere umano. Molto facilmente, dunque, la ragione vera è altra rispetto ai vissuti e alla loro verbalizzazione.

Secondo quanto l’esperienza clinica mi suggerisce, alla base del tradimento c’è un bisogno difensivo. È come se, attraverso il tradimento, la coppia paradossalmente difendesse sé stessa. È come se paradossalmente i due dicessero a loro stessi: “se ci tradiamo, esistiamo”, “se è ferita e proprio perché è ferita, la coppia allora esiste”.

In questo modo (dando cioè l’illusione alla coppia di esistere) il tradimento nasconde il vero dramma: la non esistenza della coppia, la sua mancata costituzione, la sua incapacità di essere e di strutturarsi come il luogo della identificazione del Noi.

Da un lato le famiglie d’origine troppo risucchianti, dall’altro le personalità molto fragili dei partners rendono sempre più raro e acrobatico lo stupendo e straordinario costituirsi e viversi del Noi (ne ho parlato nel mio ultimo libro La tenerezza dell’eros, al quale rinvio).

Allora tradire può dare alla coppia l’illusione comunque di esistere, di esserci. Può persino dare l’illusione di potersi separare, magari proprio a causa – guarda caso – di un tradimento. Molte separazioni, in realtà, altro non sono che la formalizzazione della non esistenza della coppia. Ma guai a dirlo!

Coppia e famiglie di origine (un capitoletto dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros)

1.7.3.1. – Coppia e famiglie d’origine

Quando i due in-amorati sono uniti dal gesto d’amore dello sguardo di stupore, nel tra della loro relazione d’amore essi sono il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi. Perciò, quando giungono al gesto d’amore dello sguardo di stupore, dovrebbero essere autonomi rispetto alle famiglie d’origine, averle già lasciate, non appoggiandosi ai genitori, ma affidandosi l’uno all’altro, confidando nell’identificante forte potere della loro relazione. Riportarsii al padre e alla madre dovrebbe essere inutile, proprio nello stesso modo in cui la placenta, dopo il parto, diventa inutile per il bambino. Per i due in-amorati la unica vera famiglia è il loro essere coppia, a partire dal gesto d’amore dello sguardo di stupore che li fa in-amorareii. La famiglia d’origine va lasciata; il suo ruolo è solo di formazione e di avvio. Se essa trattiene oltre il necessario, significa che non ha adeguatamente svolto il proprio compito.

Proprio come la madre non è il figlio, così la famiglia d’origine non è la vera famiglia di un individuo che si identifichi nel suo destino di in-amorato. La nostra vera famiglia è quella non dalla quale partiamo, ma alla quale siamo chiamati dalla possibilità della relazione d’amore.

Finita la propria funzione formativa, la famiglia d’origine lascia andare il figlio, lascia che il figlio la lasci, lo partorisce alla sua adolescenzaiii e giovinezza e alla sua vera famiglia. I genitori possono allora finalmente tornare a essere, in tutto e per tutto, quello che mai avrebbero dovuto dimenticare e cessare di poter essere: i due amanti uniti tra loro dal gesto d’amore dello sguardo di stupore. Dismessi il ruolo e la funzione genitoriali, possono a pieno rituffarsi nel poter essere la loro identità di in-amorati.

Tra l’altro, soltanto tornando a poter essere amanti, essi compiono fino in fondo la loro funzione di genitori, perché pre-senziano al figlio, che se ne va, l’esperienza viva della possibilità di essere coppia, di vivere in continuità l’avventura straordinaria dello stupore d’amore. Gli danno non soltanto la struttura relazionale dell’essere coppia, ma con questa struttura e in questa struttura gli danno l’imprinting della speranza, dell’amore come sguardo di stupore e come continuità di in-amorarsi. E – quel che è straordinario – compiono così la loro funzione, proprio non pensando più a essa, cessando di svolgerla, tornando alla pienezza della loro possibile dinamica d’amoreiv. Grazie a ciò, muore del tutto il figlio e nasce del tutto l’uomo. Proprio come ha fatto Dio, che, morendo alla possibilità di vedere il proprio mondo come l’unico mondo possibile, si è messo nelle mani e nelle carni dell’uomo, permettendogli di essere lui il mondo e l’infinita possibilità dei mondi e delle storie.

iUso qui riportarsi in contrapposizione a rinviare. Riportarsi comporta quel bisogno di tornare ai genitori tipico di famiglie dalle storie incompiute, dalle dipendenze non riscattate, dalle autonomie non raggiunte, dove i figli restano figli senza diventare mai adulti, in un rapporto ambivalente con le figure genitoriali: mentre pare siano i figli ad avere ancora bisogno di sostegno, in realtà, a livello tanto profondo quanto misconosciuto, sono i genitori, che non ricevendo la loro identificazione primaria dalla propria relazione di coppia, hanno bisogno di mantenersi nel ruolo genitoriale, per potere garantirsi – grazie al ruolo – l’identità; è come se la funzione genitoriale dovesse compulsivamente continuare, mantenersi miticamente all’infinito, asservendo a sé il figlio, trattenendolo, prevaricando la sua possibilità di essere una storia nuova. Al contrario, rinviare sé ai genitori è dinamica di libertà propria della coscienza simbolica: avendo la vicenda dei genitori senso in sé stessa, il figlio nella propria nuova identità di adulto può ri-prendere quanto della vita e dell’esistenza dei genitori ci poteva essere di bello e positivo, così da trarne in-spirazione e tentare, nella propria storia, un’ulteriore acquisizione di felicità.

iiAppartenendo lo sguardo di stupore alla dimensione dell’originario, ne deriva che la vera famiglia di un bambino non è tanto quella in cui è, quanto quella che egli potrà essere nella sua relazione di coppia. Se, con cultura e ottica nuove, si potesse vivere e sentire questo, molte vicende di dolore, dipendenza e non identificazione forse non ci sarebbero.

iiiIntendo qui adolescenza in senso ampio, comprendendo tutta l’età post-edipica.

ivL’esperienza terapeutica mi suggerisce una esortazione sempre utilissima: che i genitori tornino totalmente alla loro possibile identità di amanti non in funzione del figlio, ma in funzione di loro stessi; non perché questo aiuta il figlio, ma perché lì sta la culla della loro vera identità. Se lo facessero in funzione del figlio, non cesserebbero di fare i genitori e tratterrebbero, in modo ancora più sottile, il figlio, impedendone lo svincolo nel momento stesso in cui credono o cercano di permetterlo o perfino di facilitarlo, oltretutto attivando o accentuando un patogeno contesto di messaggi paradossali (“ci amiamo, perché dobbiamo amarci”) e a doppio legame (“ci ameremo finché tu sarai autonomo, per cui, se vuoi che noi continuiamo ad amarci, non devi essere autonomo”). Lo svincolo del figlio, invece, avviene proprio perché i genitori, non pensando a lui, vivono a pieno la propria relazione di coppia in tutto il suo crescente voltaggio relazionale.

Bacio e Adolescente. Due capitoletti da mio libro La tenerezza dell’eros (dal capitolo sul Bacio)

 

1.1.1.3. – Non è la sensazione del piacere a dare significato al bacio

 

Nella nostra cultura è molto forte la convinzione che i gesti d’amore siano belli perché danno piacere. È vero il contrario: è perché sono belli che danno piacere.

Legare il piacere alla sensazione, identificarlo con essa è una delle illusioni tipiche della nostra cultura, giocata sulla separazione tra sensazione e significato, persuasa che nell’uomo possano esserci sensazioni a sé stanti e assolute, astratte dal mondo relazionale della persona, dalla sua storia, dai suoi significati. Non è così. Se così fosse, non si capirebbe, per esempio, perché spesso un piccolo bacio appena accennato possa dare più piacere di un bacio insistito e prolungato.

La nostra cultura, avendo rinunciato al legame profondo che unisce gesti e significati, è poi costretta a esasperare la logica del fare, a trasformare le azioni in tecnica, e i gesti nella tecnica di loro stessi, nell’illusione che la tecnica alla fin fine coincida con il significato, sia il significato. È un’illusione in fondo necessaria per la nostra cultura: ci si condanna sì a una ricerca ossessiva e mai paga di una tecnica sempre più allenata ed esasperata, ma al tempo stesso ci si dà l’alibi per non pensare, per non guardare al fondo della solitudine e della disperazione che ci abitano.

Così, ormai convinti che la tecnica sia l’essenza delle cose e al tempo stesso l’unica sicura porta all’omologazione e al piacere, spesso, di fronte a un gesto d’amore, ci blocchiamo, nel timore di non possedere abbastanza tecnica per esprimerlo. Come mostra l’episodio che vado a raccontare.

 

 

1.1.1.4. – Un episodio significativo

 

Una ventina di anni fa, in un paese dell’estrema periferia metropolitana di Milano un episodio mi mise di fronte all’inevitabile constatazione di quanto ormai tutto ciò fosse diffuso.

Durante una mia piccola conferenza a giovanissimi preadolescenti, un ragazzino di dieci anni si alzò e in tutta tranquillità sua e dell’uditorio dei suoi coetanei mi chiese: “Quando si può cominciare a baciare con la lingua una ragazza?”. La sua preoccupazione era rivolta ai tempi e alla tecnica del gesto, non certo al suo significato soprattutto relazionale, non certo alla ragazza, meno che meno al desiderio e al piacere di parlare con lei, di conoscerla, di relazionarsi con il suo mondo. Per lui il bacio non era un gesto di comunicazione, ma semplicemente una performance. L’unico significato che poteva essere sotteso a quel gesto era la conferma narcisistica di sé di fronte alla paura della inadeguatezza, della incapacità di essere autore di quella performance. Con quel gesto appiattito a tecnica egli non comunicava né con la ragazza né con il mondo dei significati e, in fondo, neppure ricavava piacere; soltanto e senza certo esserne consapevole, attraverso quel gesto, tentava una impotente risposta alle proprie paure non soltanto di preadolescente, ma già di uomo d’occidente. In tale modo perdeva tutto quel mondo di significati e di relazioni che con timore e tremore un bacio, il primo bacio d’adolescente, ha magicamente in sé. Aveva paura di una incapacità, e stava perdendo la magia del bacio.

Quel ragazzino aveva dieci anni, lo sguardo aperto e vivace, l’espressione intelligente. E già la nostra cultura ne condizionava i gesti, impedendone la fruizione dei significati.

 

 

 

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