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Tag Archives: incesto padre figlia

L’omicidio-suicidio di Rho: marito spara alla moglie e poi si uccide. I due figli assistono alla scena

Un amico mi chiede di “spiegare” le ragioni di questa notizia:

“Marito e moglie sono stati trovati morti per strada questa mattina a Rho, nel Milanese. I coniugi, padre e madre di due figli piccoli, vivevano separati e erano frequenti i litigi. Sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco. Gli inquirenti pensano ad un omicidio-suicidio per motivi passionali.
Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, Piero Amariti, 34 anni, avrebbe impugnato la pistola e avrebbe sparato almeno un paio di colpi contro la moglie, Cristina Messina, poi avrebbe rivolto l’arma contro di sé. Il dramma a pochi passi dall’abitazione in cui viveva, dopo la separazione, la donna e i loro due figli piccoli un maschio di sei anni e una femmina di 3-4 anni, che hanno assistito alla scena.
Per la donna 33enne, che lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre, e il marito che lavorava in un’agenzia di pratiche assicurative, sono stati inutili i soccorsi del 118: sono morti sul colpo. La coppia, in cui erano frequenti i litigi, avrebbe iniziato a discutere animatamente all’interno dell’abitazione dove viveva solo la moglie con i figli piccoli. Poi, il marito avrebbe impugnato la pistola e lei avrebbe tentato la fuga, durata solo pochi passi. I proiettili l’hanno colpita e uccisa davanti alla loro casa. Poi l’uomo avrebbe rivolto l’arma contro di sé morendo accanto a lei”.

Di suo il mio amico aggiunge: “Io non so spiegarmi questa cosa. Ma un fatto del genere mi fa venire in mente che certe cose possono accadere all’improvviso. Tutto all’improvviso precipita. Insomma, nelle relazioni familiari può accadere ciò che accade a un aereoplano: non funzionano i motori e cade. E’ questo che è scioccante: le relazioni familiari non hanno al loro interno l’antidoto che sappia prevenire questo. Non c’è un meccanismo sicuro che metta al riparo da questo. Le relazioni familiari non sono un baluardo sufficientemente blindato per difendersi da sé stesse. Mi spaventa”.

I cronisti e, in generale, la stampa forniscono dati del tutto parziali, insufficienti per una analisi seria: di fronte a simili notizie posso solo esprimere ipotesi o suggerire dove occorrerebbe avere dati ulteriori.

La mia prima impressione: la coppia in gioco non si è mai davvero costituita. Lei, attaccata al proprio padre, non si è mai davvero “sposata” con lui. Magari, a livello conscio, ha pensato, creduto o, come si usa dire, sentito di amarlo, ma a livello profondo l’attaccamento al padre ha sempre prevalso. Non a caso, “lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre”. Probabilmente questa donna fungeva da «coniuge compensatorio» del proprio padre «Coniuge compensatorio» è espressione tipica della psicologia sistemica. Sta a indicare il ruolo che la figlia svolge, supplendo-sostituendo la propria madre e ponendosi lei come la vera più importante interlocutrice del padre, spesso lasciato solo a sé stesso da una moglie tutta presa dalla funzione materna (di solito concentrata sul primo figlio maschio). Si tratta di un vero e proprio incesto relazionale padre-figlia (spesso, come ho appena suggerito, simmetrico a un incesto relazionale madre-figlio), coperto (cioè nascosto) dal fatto che non c’è l’incesto fisico. In tale situazione la figlia, per lo più inconsciamente, usa il marito come banca dal seme, così da potere dare un figlio al proprio padre. Il nonno sarà perciò il vero padre relazionale del nipote (di solito, come in questo caso, un maschio).

Per dinamiche di questo tipo, la figlia facilmente (e per lo più inconsciamente) seleziona (in coppie siffatte quasi sempre la prima mossa dell’approccio e del corteggiamento non è mai di lui, ma di lei) un maschio debole, spesso con grosse carenze affettive, tali da portarlo prima o poi a comportamenti aggressivi o, comunque, irresponsabili e inadeguati. Questi giustificheranno la separazione di lei da lui. Come per l’approccio e per il corteggiamento, anche la prima mossa della separazione tocca quasi sempre a lei, anche se poi è lui a viverla con più coinvolgimento, spesso con acrimonia molto accentuata e ossessiva.

La crisi di coppia, che porta alla separazione avviene di solito durante la fase edipica del figlio (3-6 anni), che è proprio l’età nella quale il figlio viene psicologicamente e relazionalmente dato al padre psicologico e relazionale.

Di fronte alla crisi di coppia una delle mosse più frequenti è quella di un secondo concepimento, solitamente (come in questo caso) di una bambina. Da parte di lui, il concepimento è il tentativo inconscio di tenere legata lei; da parte di lei è il tentativo inconscio di risarcire lui, quasi di ripagarlo, rimettendo in scena con la bambina quel modello di relazione consolatoria padre-figlia che lei stessa ha vissuto con il proprio padre.

Non sempre, però, quello che ha funzionato o sembrato funzionare nella generazione precedente funziona in quella seguente. Se il gioco delle relazioni familiari non funziona, il passaggio da una generazione all’altra aggrava la situazione, rendendola sempre più patogena ed esplosiva.

Lui, se – come nel caso in questione – è del tutto sprovvisto di adeguate strutture psicologiche di distacco-separazione e di elaborazione del distacco-separazione, può trasformarsi nel persecutore ossessivo di lei. Per lui la dinamica davvero erotica sta nella persecuzione di lei, fino a possederla completamente nell’orgasmo del delirio psicotico: se ti uccido sarai sempre mia; se mi uccido sarò sempre con te e tu non potrai più abbandonarmi. Emerge così la vera natura di lui: un bambino mai accolto, forse rifiutato o abbandonato, che sposta e proietta su di lei quelle dinamiche di dipendenza e di rabbia che non ha mai potuto esprimere nei confronti della propria madre.

A pagare sono i bambini, figli di due figli mai diventati adulti, spettatori impotenti di eventi troppo grandi per loro, lì su una strada che non esce da nessuna vera casa e non porta a nessuna vera casa.  

 

 

Dove e come trovano culla l’infantilismo e l’incesto del maschio, con possibilità di pedofilia 

Solo quando la madre muore alla propria funzione materna, il figlio può nascere come uomo e diventare adulto. La persistenza della funzione e della presenza materne lasciano il figlio bambino, rendendolo incapace di affrontare il confronto con gli altri maschi, la conquista del mondo, l’identificazione di un territorio e di una identità proprie e nuove, la capacità di approccio e di conquista della femmina esterna e adulta. Questo maschio-bambino tenderà a mantenere fisso lo schema infantile secondo il quale è lui a dovere essere inseguito dalla donna-madre; incapace come è di approcciare e conquistare la donna, ripiegherà su donne deboli e infantili, che lo subiranno continuando a inseguirlo con masochismo intrascendibile, o su donne manipolatrici, che lo useranno con modalità sadiche e/o anaffettive.

Oppure sfogherà la propria sessualità immatura e impotente su femmine interne al territorio: la figlia, la sorella, la madre, la nipotina, la piccola indifesa vicina di casa. L’incesto è l’esito obbligato, cui giungono maschi incapaci di approcciare e conquistare una donna che non sia all’interno del territorio o che, comunque, sia una donna emancipata e adulta.

Incesto e pedofilia incestuosa saranno dunque lo scenario tipico di questo maschio1. La sua sarà una sessualità di “sfogo”, agita all’interno del territorio di riferimento, limitata al bisogno di svuotarsi dalla tensione della propria ansia agorafobica, così che “dopo” possa ancora di più e ancora meglio re-stare (cioè continuare a stare) nel proprio infantilismo impotente.

Se la madre re-sta madre, il figlio re-sta figlio. La maternità non è una identità, ma una funzione (so quanto questa affermazione sia del tutto controcorrente, ma deve essere fatta). Come tale, se è bene esercitata, finisce. Come una gravidanza non può né deve essere superiore ai fisiologici nove mesi, così la funzione materna non può né deve re-stare a oltranza. Se ciò accade, si tratta di una maternità non corretta, patogena e/o patologica, che, come si è detto può produrre incesto e pedofilia.

A monte di maternità di questo tipo ci sono coppie del tutto inadeguate, incapaci di vera autentica genitorialità. Dunque primo e vero responsabile di maternità inadeguate è non il padre o la madre, ma la coppia nella propria incapacità genitoriale.

 

 

 

1Solo una acritica mentalità omofobica può identificare pedofilia con omosessualità.

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Le dinamiche incestuose del primo figlio maschio o della prima figlia femmina e la sofferenza dell’altro figlio o dell’altra figlia

Attraverso i motori di ricerca continuano in misura massiccia e impressionante a pervenire richieste riguardanti il problema dell’incesto. L’esperienza clinica del resto mi conferma quanto questo problema sia evento centrale delle dinamiche relazionali familiari. Sempre più frequente è l’emergenza delle dinamiche incestuose all’interno delle famiglie:

1)    il primo figlio maschio è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva della madre, non importa se nella modalità «positiva» della gratificazione materna (il figlio, subendole e/o assecondandole, attua le aspettative o le proiezioni materne, spesso del tutto lontane dal modello di vita e di personalità del padre, come se la madre più o meno inconsciamente dicesse al figlio: “non badare a tuo padre, sii solo come ti voglio io, sii meglio e più di lui, all’opposto di lui, non come lui, non debole come lui, non poveraccio e insignificante come lui, non bestia e porco come lui”, “tu sì che sei un uomo, non come lui che non lo è”, “solo tu sai rendermi felice, sai/puoi dare senso e gioia alla mia vita, sai/puoi occuparti di me e stare con me”) o nella modalità «negativa» della preoccupazione materna (il figlio – rifiutandoli, provocandoli , negandoli – smobilita e scuote dalle radici l’impianto di vita e i “valori” della madre, spingendola più o meno inconsciamente a preoccuparsi solo di lui, come se non esistesse null’altro e nessun altro, come se il marito e gli altri figli e figlie non contassero granché e valessero ai suoi occhi esclusivamente in funzione di quel figlio e dell’ansia che quel figlio le suscita);

2)    la prima figlia femmina è di solito la persona sulla quale si fissa in modo del tutto prevalente la vita emotiva e affettiva del padre: è quella alla quale pensa mentre torna a casa, è spesso l’unica per la quale torna o si affretta a tornare, è il primo sguardo e l’unico sorriso che cerca appena rientra; poco alla volta diventa – più o meno inconsciamente – la sua interlocutrice (“è la sola che mi capisce e mi sta vicina”, “con lei basta uno sguardo e ci si capisce senza parlare”, “meno male che c’è lei”, “se non ci fosse lei, la mia vita sarebbe un inferno”, “lei sì che è buona”, “è l’unica che sa rispondere a quel duce di mia moglie”, “meno male che c’è lei”).

Poco alla volta in molte famiglie si forma una doppia coppia, quella madre-figlio e quella padre-figlia. La doppia coppia rende di fatto inesistente la coppia marito-moglie: ciascuno dei due compensa questa assenza facendo l’una coppia con il primo figlio, l’altro con la prima figlia in un folle incrocio di una doppia dinamica incestuosa. Che poi l’incesto non sia fisicamente “consumato”, spesso questo serve soltanto a coprire, a negare e paradossalmente ad aggravare l’esistenza dell’incesto psicologico.

L’altro figlio o l’altra figlia o gli altri figli diventano sempre più la inutile «quinta carta» della doppia coppia di una mano di poker (nel poker la combinazione della doppia coppia rende di fatto irrilevante il valore, il colore e la cifra della «quinta carta»). I figli «quinta carta» non sono realmente “visti”, “sentiti”, “capiti”, “riconosciuti”, “contenuti”, “seguiti”, “confermati”, “attesi”, “intesi” né dalla madre, né dal padre, anche se e anche quando questa affermazione è vigorosamente negata sia dalla madre che dal padre (in questa negazione i due, paradossalmente, vanno pienamente d’accordo e su di essa di solito fondano la mitizzazione della loro inesistente presenza e sinergia genitoriali). Al figlio o alla figlia “quinta carta” non resta – sempre più di frequente – che la possibilità della malattia o dell’essere più o meno problematici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se sto male, sono obbligati a vedermi e a prendersi cura di me”), dell’autolesionismo fisico o comportamentale (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se loro non mi «sentono» e io mi faccio male o mi faccio del male, almeno io mi «sento», dunque esisto”), della chiusura sociale o emotivo-affettiva (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se prosciugo la mia vita, i miei affetti, le mie emozioni, almeno sparisco, muoio più che se morissi, evito di soffrire ancora e di più”), della fissazione ossessiva sul lavoro o sulla studio (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se mi annullo/affermo nel lavoro o nello studio, annullo la mia incontenibile angoscia e al tempo stesso affermo la negazione della sua incontenibilità”), del suicidio o dell’incidente inconsciamente suicidario (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se da vivo nessuno si occupa di me, almeno da morto mi penseranno e sarò per sempre in loro e con loro”), della dipendenza dalle sostanze o dai comportamenti compulsivi (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non sono di nessuno, almeno sono di qualcosa; se nessuno si occupa di me, almeno la compulsione mi possiede, mi agisce, mi muove”), della rabbia o del controllo anoressico (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se non conto e non posso nulla, almeno così mi illudo di controllare e di potere, almeno così sfogo la rabbia della mia insignificanza e della mia impotenza”), dell’incontinenza o del riempimento bulimici (come se inconsciamente dicessero a loro stessi: “se nessuno mi mette dentro qualcosa e nessuno accoglie qualcosa di me e dei miei vissuti, almeno mi riempio di sofferenza indigeribile e vomito questo mio Sé insopportabile”).

Quasi sempre il ventaglio di dolore possibilità appena descritto si cristallizza in patologie più o meno sedimentate, sempre comunque complesse, dalle mille sovrapposte e con-fuse sfaccettature: a differenza di quanto di solito avviene per il primo figlio maschio o per la prima figlia femmina, per il figlio o la figlia «quinta carta» un suicidio o una morte precoce non sono mai soltanto un suicidio o una morte precoce; l’anoressia o la bulimia non sono mai soltanto una anoressia o una bulimia; la dipendenza o il comportamento compulsivo non sono mai soltanto una dipendenza o un comportamento compulsivo; l’autolesionismo o il comportamento autodistruttivo non sono mai soltanto autolesionismo o comportamento autodistruttivo; l’ossessione della affermazione di sé o il bisogno di negare e di negarsi non sono mai pura e semplice ossessione o puro e semplice bisogno.

Di fronte alla sofferenza del figlio o della figlia «quinta carta» il clinico non deve- più che in ogni altro caso – lasciarsi andare alla tentazione di una diagnosi affrettata, che univocamente inquadri il «caso» in una ben definita ed esclusiva categoria nosografia, non può cioè limitarsi a etichettare il problema come puro e semplice disturbo x o puro e semplice disturbo y. Meno che meno può e deve condurre la terapia secondo paradigmi o protocolli fissi e rigorosamente determinati o predeterminati. La diagnosi deve, più ancora che in altri casi, essere prima di tutto relazionale, deve sapere e potere cogliere le mille e mille sfumature del gioco relazionale in atto. In questo caso ancora di più che in tutti gli altri, lo stesso sintomo può e deve essere letto e interpretato in modo ben diverso da come lo sarebbe in altra situazione; deve essere collegato agli altri sintomi in modo ben più articolato, sapiente e flessibile. Parimenti quella, che di solito sarebbe e dovrebbe essere, per esempio, la corretta strategia terapeutica di fronte alla anoressia di una primogenita femmina, risulta del tutto adeguata per una femmina «quinta carta». L’incidenza del gioco relazionale familiare sulla mancata o carente strutturazione del Sé è molto più complessa per quanto riguarda la patologia di un figlio o di una figlia «quinta carta». Il clinico deve tenerne conto sia nella presa in carico, sia nella diagnosi, sia nella conduzione della strategia terapeutica. È forse questo l’aspetto clinicamente più difficile e, al tempo stesso, più articolato e impegnativo della terapia delle famiglie caratterizzate da dinamiche incestuose.

 

I figli capiscono i genitori di più di quanto i genitori capiscano i figli

 

Un figlio sta fisicamente dentro la propria madre per tutta la gravidanza, per nove decisivi mesi, sentendone i respiri e le emozioni, le ansie e le estasi. Al contrario una madre ha contenuto il figlio e gli ha dato gli imprinting strutturanti, ma non è mai stata dentro di lui; l’ha sì sentito dall’interno di sé stessa, ma non è stata mai fisicamente dentro il proprio figlio.

Come stupirsi allora se molto spesso i figli capiscono i genitori più e meglio di quanto i genitori capiscano i figli? Contrariamente alla mentalità comune che idealizza ed esalta la capacità di comprensione dei genitori, in particolare della madre, la terapia sembra suggerirci e confermarci che a capire di più sono quasi sempre i figli.

È raro che non intuiscano il malessere del genitore e la sua crisi di coppia molto prima che questi eventi vengano loro comunicati a parole o addirittura molto prima che avvengano in tutta la loro chiarezza. Sovente sanno cogliere con lucidità la sostanza e le radici del disagio individuale e coniugale del genitore, in particolare quello della madre, che, guarda caso, è il genitore all’interno del quale hanno abitato durante la gravidanza.

Si tratta tuttavia di un capire profondo, che non sempre e non necessariamente sa e può raggiungere il livello della coscienza riflessa e della verbalizzazione. Le radici di questo capire stanno infatti nell’area evolutiva più antica, quella appunto dei tempi della gravidanza, quando il bambino, stando dentro la madre, ha cominciato ed imparato a sentirla.

Ben difficilmente però il figlio ha la possibilità di esprimere a sé stesso e agli altri il suo competente sentire e capire il genitore, la madre in particolare. Ciò che viene sentito e capito a livello profondo viene addirittura, fin troppo spesso, negato o rimosso dal figlio come pensiero colpevole, brutto, non degno (con ricadute negative e spesso molto pesanti sulla sua autostima). Da parte dei genitori è poi rarissimo che venga anche solo lontanamente accettata l’idea che il figlio sia più competente sul genitore (la madre in particolare) di quanto lo sia il genitore sul figlio. Tutto questo può purtroppo portare il figlio a disturbi psichici impegnativi o comunque a sofferenze enormi, a grandi difficoltà nell’evoluzione e identificazione di sé.

Una buona psicoterapia mira a riconoscere e a utilizzare la competenza del figlio sul genitore, spesso liberando il figlio dal senso di colpa di avere pensato male del genitore o, comunque, riconoscendone il diritto di vedere e accettare il limite del genitore, cosa questa necessaria per l’accesso del figlio alla adolescenza e alla giovinezza. Tra l’altro, per il terapeuta, risulta illuminante e prezioso affidarsi alla competenza che il figlio ha del genitore, in particolare la competenza dei figli più piccoli. Se un terapeuta sa ascoltare e leggere quanto vivono e a modo loro sanno i figli, ecco lì, su un piatto d’argento, già fornita la diagnosi per lo meno relazionale di quella famiglia.

 

Il tragico paradosso dell’incesto del padre con la figlia

 

Paradossalmente soltanto l’incesto permette a un genitore (il padre) di essere fisicamente dentro la propria figlia con il pene e con il seme. Si tratta in effetti di un tragico paradosso, dato che il genitore è già nella figlia, in quanto la figlia ha gia in sé il padre, anzi – meglio ancora – lei è il seme del padre restituito al padre unito a quello della madre.

Da questa ultima intuizione si può peraltro cogliere, a mio avviso, la ragione psicodinamica di un aspetto di estremo rilievo presente nelle dinamiche incestuose tra padre e figlia: nella restituzione la madre investe nodi o livelli dissociati di sé, che identifica nella figlia, così che, quando la figlia vive l’incesto con il padre, è la madre che, in lei, ama il padre, sia pure all’interno di una dinamica di identificazione proiettiva, tipica di personalità più o meno caratterizzate da eventi dissociativi. In questo vedrei una non irrilevante motivazione del fatto per cui solitamente la madre da un lato non pare proprio accorgersi dell’accadere dell’incesto, dall’altro tende a negarne all’estremo la possibilità e comunque a difendere il padre. Del resto, come potrebbe la madre accusare chi, in certo senso, ha fatto l’amore non tanto con la figlia quanto con quella parte dissociata di sé, che la madre ha proiettato e identificato nella figlia?

Come in un panico incesto globale

È davvero impressionante il numero di persone che accedono a questo sito cliccando richieste sull’incesto. Nonostante siano molti i temi trattati o trattabili nei post di questo blog, più della metà delle richieste d’accesso riguardano l’incesto. Credo sia il segno, l’emergenza di una richiesta molto profonda, di una curiosità che non è solo accademica. Fatti di incesto sono sempre più frequenti. Immagini e video più o meno dichiaratamente incestuosi sono sempre più cliccati in internet.

Come ho già detto, mi stupisco che i grandi media non si accorgano di come siano centrali la presenza e il tema dell’incesto, le domande sull’incesto. Eppure, il tema è decisivo, la richiesta ultimativa e ben più ampia del pure tragico fenomeno inteso in stretto senso fisico. Che altro sono il dissesto eco-ambientale, l’implosione mondiale della finanza, se non il tentativo di negare alle nuove generazioni la vita? Come in un panico incesto globale, le generazione dei figli, dei nipoti, dei pronipoti sono possedute e negate da quelle dei padri e dei nonni. E che altro è l’incesto se non la possessione e la negazione delle nuove generazioni da parte delle vecchie? La possessione incestuosa non consiste soltanto nel mettere fisicamente il vecchio pene del padre nella vagina della figlia, o nel prendere il sempre meno eretto pisello del figlio nelle grandi labbra materne.

Non credo sia un caso che, dopo l’incesto, le richieste più cliccate riguardino il deficit d’erezione maschile e “come conquistare un cinquantenne”. A quanto pare, dunque, ai maschi giovani “non tira più”; alle giovani femmine appare appetibile soltanto il vecchio e ben funzionante cinquantenne.

Manca nel maschio giovane la tensione erotica, la capacità – sia fisica che simbolica – di eiaculare il proprio seme nel grembo della femmina nuova, del futuro, della vita. Altro che decreto Carfagna! Per molti giovani di venti, venticinque, trent’anni sarebbe già un successo riuscire ad andare con una prostituta. Alcuni riescono solo a masturbarsi, con ossessiva fatica, in un’impotenza sempre più avvolgente e solitaria. Altri, molti di più, riescono a rivolgere la parola alla coetanea solo se hanno bevuto o hanno preso la pasticca, la coca. Vagano con la birra in mano come bambini spauriti; hanno soltanto sostituito il succhiotto con la bottiglia, in una oralità infantile insuperabile, preedipica, afasica. Come possono desiderare, amare, penetrare una giovane donna, costruendo con lei il Noi di una coppia che voglia, possa, sappia essere il mondo nuovo, il desiderio di cieli e terre nuove, la voglia di generare popoli più numerosi delle stelle del cielo e dei granelli di sabbia del mare? L’unica cosa che sanno fare è farsi inseguire da qualche madre più o meno castrante e direttiva, con la quale – per un verso – psicoticamente confliggere all’interno delle mura domestiche, con la quale – per altro verso – incestuosamente fondersi abitando con lei, facendosi accudire a tempo indeterminato da lei, essendo mantenuti a oltranza da lei. Se non ci vanno anche a letto insieme, è perché la loro sessualità è spesso talmente preedipica che neppure è attivata o attivabile.

Manca nella giovane femmina il potere di accogliere e trasformare in sé il nuovo, il bello, il giovane; manca il sogno fresco, che la ingravidi di utopia, che la faccia concepire di avventura, di progetto, di sfida, di vita, di gioia, di generazione. Sono bambine smarrite; cercano solo stampelle di sicurezza; vivono soltanto il bisogno di conferme ed esibizioni infantili, all’interno di autostime sempre più basse. Non hanno pelle e corpo. Come possono accogliere, amare, concepire? Possono solo sposare il vecchio. Incapaci di trasformare l’amato, cercano di farsi loro trasformare da lui, dal suo nome, dal suo potere, dal suo denaro. Con questa logica, che sessualità possono mai avere? Senza corpo, come possono davvero essere penetrate? Senza pelle, come possono davvero essere accarezzate? Senza anima, come possono davvero essere amate? Senza futuro, come possono davvero diventare madri, essere madri? Senza sogni e senza interiorità, come possono davvero essere spose complici, capaci di continuità, di casa, di ripresa, di accoglienza che dà alla luce, al mondo, alla vita?

 

 

 

Incesto e stragi familiari: un’unica abissale radice

Come ho già detto, attraverso i motori di ricerca moltissime risultano le richieste perché questo sito parli d’incesto. Mi stupisco che nessuno degli operatori dei grandi media individui e segnali la presenza di questo interesse.

Da parte mia, noto invece che, se c’è un legame capace – dando ragione e causa – di unire tra loro eventi tragici quali i sempre più frequenti episodi di stragi familiari, questo va colto in un implosivo, violentissimo vortice d’incesto e di dinamiche incestuose, che sta investendo le nostre famiglie.

Che altro è l’omicidio-suicidio tipico di queste stragi di genitori e figli, se non il folle, assurdo, magico tentativo di bloccare la genitorialità e la filialità di sé stessi nel tempo, e il tempo in sé stessi, rendendo assoluto, irreversibile, invincibile il possesso? E che altro è l’incesto se non il tentativo di continuare a possedere e a possedersi nel figlio o nella figlia, al di là e al di qua di ogni tempo e di ogni storia? Che altro è se non il tentativo di non lasciare mai la madre e il padre, grazie al magico assoluto possesso del matricidio e del patricidio? Strage familiare e dinamica incestuosa non hanno allora la stessa identica, magica, folle, abissale, unica radice?

La strage familiare è per certi versi l’estrema, radicale, magica, folle coerenza dell’incesto; è l’incesto spinto alla propria estrema folle conseguenza, all’ultima assoluta sperante disperazione, quella che non vuole e non può più vedere nulla oltre di sé.

Che l’incesto sia cecità disperata, lo ha detto fin dall’alba stessa dell’Occidente la saggezza greca, quando, nel mito, dice di Edipo che si acceca di fronte alla coscienza del proprio incesto con la madre Giocasta.

Incesto è black out della luce, di ogni luce e di ogni dare alla luce. Anche per questo è evento tanto nascosto e taciuto. Incesto è in-vidia (letteralmente “non vedere”) della vita. Dunque è difesa paranoide nei confronti di ogni incontro tra le diversità. Difatti, dove altro è e sta la vita, se non nel luogo in cui le diversità si incontrano, si amano, concepiscono e si concepiscono l’una nell’altra, chiedono di essere futuro, progetto, utopia, l’una diversità per-sonando nell’altra e dell’altra? Ecco perché incesto è anche – radicalmente e prima di ogi altro fatto o fenomeno – evento e culla, oltre che di buio cieco, anche di paura della diversità propria e altrui, di intolleranza, di razzismo, di apartheid, di eliminazione e soluzione finale di ogni novità e alterità, di aborto, di occidente. Non è un caso – io credo – che aborto e occidente abbiano la stessa matrice semantica e entrambi significhino “lontananza dal sorgere del sole”, cioè lontananza dalla e della luce. Prima di difendere l’occidente, non è forse il caso di vederne, metterne in luce, coglierne il dramma, di affrontarlo e guarirlo? Anche oggi Edipo è ancora lì a Colono dove – nel giardino delle Erinni, le divine furie vendicatrici – attende la definitiva discesa agli inferi. Con lui sta la figlia Antigone (significa “contrapposta alla generazione”), che, come dice Euripide nelle Fenicie, rinuncia per il padre alle nozze e alla generazione. Quanti Edipo, quante Antigone, quante Giocasta (madre e sposa di Edipo), quanti Laio (il padre ucciso da Edipo; il padre che, trafittigli i piedi aveva abbandonato appena nato Edipo, così che morisse) ho incontrato e incontro sempre di più nelle mie terapie!

Che l’incesto sia infradiciato di cecità, lo dice ogni giorno l’esperienza clinica. Senza vedere quanto incestuosi sono nelle loro logiche, pur di continuare a possedere i figli, i genitori ne impediscono lo svincolo in mille modi: tengono ancora in casa figli e figlie ventenni, trentenni (e oltre); temono di lasciare soli in casa “bambini” di 11-12 anni anche in pieno giorno e solo per un’ora o due; continuano a portare a scuola figli e figlie di 13, 14, 15, 16, 17, 18 anni; se la scuola non è proprio lì alla porta accanto e dista anche solo due o tre fermate d’autobus, portano loro a scuola i figli di 6, 7, 8, 9 10, 11, 12 anni. Addirittura, pur di continuare a mantenere figli i figli e pur di continuare – mantenendoli figli – a possederli, li condannano – ciechi – alla problematicità, alla mai raggiunta autonomia, al disturbo psichico. Legittimano la loro cecità puntellandola di indiscutibili paranoie, che vedono pericoli dovunque e comunque, che hanno “bisogno” che ci siano i pericoli, così che, nei pericoli, trovi alibi il vero grande pericolo: la possessione incestuosa del figlio, condannato a restare per sempre bambino, incapace di allontanarsi, di essere autonomo, di affrontare e vivere la luce della propria vita.

Allora, perché si resti eternamente padri e madri di figli eternamente figli, quale strada c’è più assoluta, più sicura, più occidentale dell’incesto? E quale incesto c’è che sia più assoluto, più incancellabile, più occidentale di una strage familiare? Chi più di Pietro Maso o di Ferdinando Carretta possiede per sempre la propria madre, possiede per sempre il proprio padre? E chi più del padre e della madre di Pietro Maso e di Ferdinando Carretta possiede per sempre la vita del figlio?

 

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

incesto madre figlia e padre

Molto più numerose del prevedibile sono le richieste riguardanti l’incesto, che tramite i motori di ricerca (Google in particolare) portano i lettori al mio sito. Né, in base alle espressioni e ai termini usati, mi pare che a ricercare siano colleghi o addetti ai lavori. Purtroppo e probabilmente il problema dell’incesto interroga e concerne il quotidiano e i vissuti della gente comune, molto più di quanto si pensi o si voglia pensare.

Per questo è fondamentale, a mio avviso, una premessa. L’incesto – che io sappia – è l’unico tabù presente in tutte le culture umane, passate e attuali. Il che significa che esso riguarda un rischio che l’umanità ha – sempre e dovunque – dovuto prevedere e arginare nel modo più forte possibile, come il primo decisivo anello di ogni costruzione umana e di ogni cultura. Come stupirsi dunque che pure oggi, soprattutto oggi, in un’epoca di enormi epocali cambiamenti, l’incesto riaffiori in tanta urgenza? Quando a interrogare è un tabù, significa che il fatto in gioco è di tale rilevanza che non basta ricorrere a una semplice legge o a una norma sia pure morale ed etica. Il tabù è legge prima e più di qualsiasi altra legge o norma; incide a livelli ancora più profondi e radicali di quanto possa fare una legge (che come tale riguarda la convenzione e la convivenza sociali, il patto e l’organizzazione politici, le autorità socio-istituzionali) o di quanto possa fare la norma morale o quella etica (che, come tali, riguardano il senso e la pratica del dovere fare o del dovere essere, comunque l’interiorità pur sempre cosciente dell’individuo e del suo Super Ego, il riferimento pur sempre consapevole ai suoi valori soggettivi, ai suoi ideali, al suo credo ideologico, filosofico o religioso). Il tabù riguarda le profondità più arcaiche, quelle precoscienziali, dove – a livello di pensiero magico e mitico – si fondono in modo abissale l’inconscio individuale, quello familiare e, prima ancora, quello culturale-antropologico. Se interviene il tabù e se questo tabù è l’unico condiviso da tutte le culture umane, significa allora che l’evento che, attraverso il tabù, si vuole prevenire e arginare tocca e interroga il margine stesso dell’umano, al di qua del quale ogni possibile sopravvivenza è negata, al di qua del quale sono impossibili la civiltà, la storia, la stessa esistenza dell’uomo.

Passiamo ora al problema.

La letteratura scientifica e l’esperienza clinica concordano: di solito l’ultima a sapere dell’incesto tra padre e figlia è la madre. Non solo: anche quando ne viene informata, la madre tende o a negare radicalmente i fatti, spesso contro la più palese delle evidenze. Da ultimo, quando proprio non può più impedirsi di vedere i fatti, cerca quasi sempre di difendere il più possibile il marito o il compagno, quantomeno di sminuirne la responsabilità.

È come se, sotto sotto, alla madre facesse gioco l’incesto; come se, sotto sotto, fosse così scontato da non essere neppure sospettato o visto.

A quanto mi è dato notare nella mia esperienza clinica, in gioco ci sono madri con nodi dissociativi forti (anche se non necessariamente così profondi da superare l’identità individuale e intaccare l’identità di genere). È come se proiettassero sulla figlia una parte del proprio Sé femminile (il Sé di genere), delegandole inconsciamente la gestione sessuale del marito o del compagno. Di solito questa dinamica è sostenuta per un verso da una visione molto negativa del maschio e del maschile, colti come deboli, malati, irrecuperabili; per altro verso da una visione del tutto strumentale della sessualità, quasi si trattasse di una pratica che purtroppo bisogna sbrigare, di una incombenza a cui non ci si può sottrarre e alla quale, in quanto donne, si deve provvedere, come se si trattasse di lavare dalla cacca un bambino piccolo o di pulire il naso a un moccioso poco più grande. Per questo, inconsciamente, scatta in modo meccanico una specie di identificazione nel genere (cioè nell’essere entrambe femmine all’interno di una comune casa) tra la madre e la figlia, come se questa fosse la naturale sostituta e continuatrice delle mansioni dell’altra. Che faccia lei, quello che mi scoccia fare e che magari io ho già dovuto fare con mio padre o con mio fratello o mio zio!

Da un punto di vista clinico, molto più di frequente dell’incesto fisico vero e proprio (per altro molto meno raro di quanto si ritenga abitualmente) capitano dinamiche di incesto relazionale, dove, pure non essendoci rapporto sessuale tra padre e figlia (tanto in queste famiglie di rado il sesso è evento e luogo di intimità comunicata e condivisa), la vera coppia relazionale è quella non tra moglie e marito (o compagno), ma quella tra figlia e padre (o compagno della madre). Alle fiere, al mercato, al lavoro, in ufficio, nella carriera professionale, finanziaria, politica è la figlia che sempre più frequentemente e intensamente segue e prosegue il padre; è lei che lo accudisce, che gli programma le cose e la giornata, perfino gli sceglie i vestiti o gli decide gli incontri. Spesso si tratta di uomini che di fatto passano dalla loro vecchia mamma alla figlia, transitando quasi casualmente dalla moglie o dalle mogli. Del resto che importanza c’è che le mogli siano una o tante? Comunque non sono mai la vera interlocutrice del loro mondo. Per quello prima c’è la mamma o poi c’è la figlia. Da un incesto psicologico all’altro. Da parte loro queste figlie o non si sposano affatto (tanto sono già “sposate” con il padre) o sposano uomini deboli, inconsistenti, di facciata, spesso a loro volta “sposati” con la loro mamma. Le mogli poi, ripeto, lasciano fare, prese come sono dalla maternità e del tutto disinteressate a una vera intimità affettiva, emotiva e sessuale con il loro uomo.

Un’ultima notazione: per quanto paradossale possa sembrare, per un clinico, sotto molti aspetti, è più facile lavorare su un incesto fisicamente consumato che non su una dinamica relazionalmente incestuosa. Nel primo caso la forza di fatti evidenti e rilevanti anche legalmente aiuta ad affrontare il problema incesto; nel secondo caso il tabù rafforza le difese e impedisce ai pazienti di vedere e di leggere i fatti per quello che sono. Purtroppo solo la presenza di patologie gravi, quali per esempio le anoressie o altre psicosi, permette al clinico di fare emergere in piena evidenze la dinamiche incestuose che di solito caratterizzano le famiglie nelle quali insorgono anoressie e psicosi.

Madri che, pur di non perdere il figlio, gli mettono la ragazza nel letto
Me lo conferma sia direttamente il mio lavoro clinico sia indirettamente quello dei colleghi che ho in supervisione: sono sempre più frequenti i casi di madri che, pur di non perdere il figlio, gli mettono la ragazza nel letto. Più o meno inconsciamente. Più o meno in buona fede. 

La ragazza di solito è una creatura smarrita, dalla scarsa autostima, con bisogni affettivi enormi e un vuoto depressivo profondo; nessuno si è mai davvero curato di lei, né l’ha mai fatto davvero oggetto d’attenzione. Per certi versi la sua psicologia ricorda quella delle bambine abusate: affamate come sono di attenzione e di affetto, leggono l’approccio dell’abusante come dettato da sincero affetto e da vero interesse. Proprio con modalità seduttive e strumentali analoghe a quelle di un abusante, la madre del ragazzo, più o meno inconsciamente, avvicina la poveretta, ne diventa amica e confidente, in certo modo la conquista e – con abilità tutta femminile, ma con determinazione tipica di un maschio – la fa sua, perfettamente e in tutto controllabile e manovrabile da lei. A questo punto, cucinata a dovere, la tapina è pronta per essere infornata nel letto del figlio. Tutto quello che succederà tra i due giovani verrà puntualmente monitorato, controllato e diretto dalla madre, così che il rapporto non sia né troppo coinvolgente da formare una vera coppia, né così insignificante da spingere il figlio alla ricerca di altri più gratificanti legami.

In quale conto queste madri tengano la persona del figlio, la sua affettività, la sua sessualità è fin troppo facile intuirlo. Il figlio è loro e solo loro. È, per loro, poco più di un bambolotto, in tutto o quasi manovrabile da loro. Né in alcun modo si fidano di quel poco di suo che egli possa essere o fare, soprattutto in ordine agli affetti e al sesso. Come possono fidarsi dei maschi, del loro cuore? Il pisello poi, te lo raccomando: è per loro la cosa più idiota che esista. E, quante storie!, che cosa è poi il sesso? Serve solo ai maschi per sfogarsi nella loro infantile idiozia, e alle donne non sprovvedute per dominarli e tenerli in pugno.

Per queste donne, poi, la persona del padre è come se manco ci fosse. Ne scippano il seme e, dopo, se è ricco o ha una posizione, lo usano per vivere, allevare il figlio, così che, possibilmente, subentri al posto del padre. Così – per interposto figlio – ne prendono dopo il seme l’azienda e i capitali. Del resto, queste madri che altro maschio potrebbero mai selezionare per restare incinte di quel figlio che poi sarà loro e solo loro? E chi mai può accettare questo gioco di paternità scippata, se non un maschio relazionalmente debole, manipolabile, incapace di conquistare lui la donna, di costruire con lei una vera intimità di coppia?

Per queste donne la sessualità del figlio è come una mammella, che, quando è troppo gonfia di seme e troppo tesa, va munta. Per evitare rischi, procurano loro la mungitrice. Qualcuna – più sbrigativa ancora – a letto a mungere ci va lei in prima persona. Meglio non fidarsi delle altre, neppure delle derelitte. Di fronte al dubbio, tolleranza zero. Per la sicurezza, che cosa è un piccolo sacrificio? E poi quel pisello è mio, l’ho fatto io, chi lo sa mungere meglio di me?