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Tag Archives: ferdinando

Dal mio solito amico ricevo queste domande:

Dottor Cortesi,

qual’è la sua valutazione, da psicoterapeuta della scuola sistemico-relazionale, del caso di Pietro Maso, libero dopo 22 anni di carcere? Ho visto il ragazzo, che a vent’anni uccise entrambi i genitori, oggi un uomo di 44 anni, uscire dalla prigione e allontanarsi da solo, senza particolare entusiasmo, guardandosi attorno smarrito e quasi assente. Che cosa è rimasto della sua “relazione” con i genitori. Cosa pensa quando è solo? Che cosa crede ci sia nel profondo della sua psiche? E perché una persona così sembra volere affrontare di nuovo la vita e non è schiacciato dall’istinto del suicidio, mentre si abbandonano a questa prospettiva imprenditori falliti e manager corrotti?

Non so se Pietro in carcere abbia o non abbia usufruito del proprio diritto a essere aiutato, se abbia o meno fatto un percorso terapeutico e, qualora l’abbia fatto, che tipo di approccio sia stato seguito e che qualità di intervento ci sia o non ci sia stata. Secondo quanto si sa delle carceri italiane, è difficile sperare più di tanto. Quasi sicuramente – temo – non è stato seguito un approccio sistemico, dato che, a quanto vedo, difficilmente la stampa, le istituzioni e, in queste, la magistratura ricorrono oggi a professionisti di scuola sistemico-relazionale; a quanto vedo, molti magistrati manco sanno di che cosa si tratti. Si tratta invece dell’approccio più ad hoc per casi come quello di Pietro (o, per citare altri esempi conosciuti, di Erica di Novi Ligure o della mamma di Cogne o della zia e cugina di Avetrana); si tratta di un approccio prezioso e unico, capace, oltre che di risolvere situazioni, anche di capire e, ancora meglio, di prevenire tragiche situazioni, quali quelle appena ricordate. Penso, in particolare, a quante dolorose situazioni familiari e di coppia verrebbero risolte o evitate se, nei confronti dell’approccio sistemico-relazionale, non ci fossero ignoranza e preclusione ingiustificate.

Data la mia ignoranza del caso Maso, le considerazioni che seguono non possono non essere che di massima; sarebbero le considerazioni di partenza dalle quali sarei partito io, se avessi dovuto prendermi cura di Pietro.

Di sicuro Pietro era all’interno di una famiglia caratterizzata da “giochi psicotici” (l’espressione è di Mara Selvini Palazzoli), cioè da dinamiche relazionali disfunzionali che durano da almeno tre generazioni e che hanno il loro fulcro nello stallo relazionale della coppia coniugale-genitoriale (marito-moglie e padre-madre) dei genitori di Pietro. Senza spesso rendersene minimamente conto (pensando anzi di essere buoni genitori e buoni coniugi e venendo molte volte considerati tali da conoscenti, parenti e amici), di solito queste coppie usano i figli e la propria funzione genitoriale come alibi per non vedere e per non affrontare lo stallo relazionale di coppia; di fatto hanno bisogno di fare i genitori ad oltranza, di restare genitori per sempre, perché altrimenti dovrebbero affrontare il problema della loro situazioni di coppia, cosa che, a causa della storia familiare e delle carenze individuali, non sono assolutamente in grado di fare senza l’aiuto di un’adeguata psicoterapia sistemica. Sono genitori che, letteralmente, si buttano sul figlio (o sulla figlia) proiettando su di lui i propri bisogni non risolti, le proprie frustrazioni, caricandolo delle proprie aspettative, senza mai davvero amare il figlio per quello che è e per come è, senza mai davvero tenere conto di che cosa il figlio (o la figlia) abbia davvero bisogno, di quali siano i suoi vissuti, i suoi desideri, i suoi affetti, la sua età, le sue dinamiche evolutive, il suo senso della vita e della felicità. Spesso, senza mai davvero amarlo, lo controllano o, all’opposto, lo lasciano nella indifferenza assoluta, magari coprendolo di regali costosi, di vestiti firmati, di livelli di vita assurdi. Sono situazioni molto diffuse, fino a rasentare una epidemica “normalità”; se ci penso, mi stupisce non tanto il fatto che ci siano casi come quello di Pietro o di Erica o di Ferdinando Carretta (a Parma uccise padre, madre e fratello), quanto il fatto che questi casi così siano pochi. Penso che siano pochi, perché oggi la crisi familiare è più implosiva che esplosiva (ho titolato Implosione l’ultimo mio libro su famiglia, società e politica); penso siano pochi perché oggi a soccombere è quasi sempre il figlio (o la figlia), travolto dai giochi malati della famiglia e, a causa di questi, spinto nell’abisso della psicosi, della schizofrenia, della anoressia, della bulimia, delle dipendenze più devastanti, dei disturbi di personalità. Ma nessuno o quasi parla di ciò come dell’estremo opposto (ma di pari peso) dei casi di Pietro o di Erica o di Ferdinando. So di essere estremamente provocatorio nel dirlo, ma non so chi stia peggio tra, di qua, Pietro Maso che uccide i genitori e, di là, un figlio schizofrenico o una figlia anoressica che sono uccisi psicologicamente dal “gioco psicotico” familiare.

Se penso che difficilmente in carcere questo uomo è stato davvero aiutato in modo corretto e adeguato, allora l’immagine di Pietro che esce dal carcere non mi dà tanto l’idea di un uomo che “affronta la vita”, quanto quella di un figlio che resta figlio per sempre e che per sempre resterà nella incapacità di crescere, di individuarsi e identificarsi, di amare e di essere amato: potrà sì lavorare, ma non crescerà; potrà sì fare sesso o procreare, ma non amerà e non sarà mai davvero amato. Certi genitori (e certi giochi familiari disfunzionali) sono ancora più micidiali da morti che da vivi, soprattutto se gli altri (la gente, l’opinione pubblica, le istituzioni, i tuoi stessi amici e parenti, i tuoi compaesani) continuano – e continuano!!! – a vederti come l’assassino, il mostro, il degenerato.

Né va dimenticato che, chi sta all’interno di giochi familiari psicotici e agisce-subisce fatti estremi quali l’omicidio o il suicidio, è come se vivesse un tempo fissato, bloccato. Come ho più volte scritto, chi uccide possiede per sempre la propria vittima ed è per sempre posseduto dalla propria vittima, è per sempre l’azione che ha compiuto. Molto probabilmente in fondo a Pietro c’è il bambino mai davvero amato che, con l’omicidio, trattiene per sempre in sé e con sé la propria mamma e il proprio papà. Qualora, ripeto, non ci sia stato in questi anni un adeguato intervento su di lui, il primo obiettivo terapeutico di un intervento su Pietro dovrebbe essere quello teso a portare alla luce quel bambino, a farlo nascere staccando il magico cordone ombelicale che , con il possesso omicida, lo tiene ancora legato ai suoi genitori. Paradossalmente si tratta di aiutare Pietro a “uccidere” davvero e finalmente i genitori; del resto ogni figlio, che voglia evolvere e diventare adulto, non può non “uccidere” i propri genitori, così da diventare figlio di sé stesso. Pietro o Erica o Ferdinando hanno ucciso i propri genitori fisicamente, proprio perché il gioco relazionale disfunzionale non permetteva loro di “ucciderli” psicologicamente staccandosi da loro, diventando autonomi, essendo sé stessi senza più dipendere da loro e dalla loro presenza. Pietro, Erica, Ferdinando hanno uccisi i genitori senza le virgolette, perché non potevano “ucciderli” con le virgolette, cioè all’interno di un corretto processo evolutivo di svincolo e di emancipazione. E, al di fuori della famiglia, nessuno ha visto la loro situazione, nessuno l’ha letta per quello che era, e nessuno li ha – nei limiti del possibile – aiutati. Nessuno, né i parenti, né gli amici, né le istituzioni. Prima che omicidi, Pietro, Erica, Ferdinando sono vittime della violenza e del gioco psicotico della famiglia all’interno della quale sono nati e vissuti; oggi rischiano di restare vittime della violenza e del gioco psicotico di un sistema sociale e istituzionale che, nella propria ignoranza del problema, rischia soltanto – divenendone complice ed esecutore – di continuare e amplificare il gioco psicotico e la violenza della famiglia di queste persone. È questo il grande rischio attuale: di uccidere chi non ha saputo “uccidere”.

Paradossalmente Pietro, uccidendoli, ha fatto e continuato il gioco dei genitori, li ha resi genitori per sempre, se li è per sempre caricati sulle spalle senza più poterli lasciare, mentre è diritto-dovere di ogni figlio lasciare i genitori (la Bibbia, più decisa e radicale, parla non di lasciare, ma addirittura di “abbandonare” e mette questo termine nella bocca stessa di Dio). Per questo dico che Pietro è ancora e inesorabilmente figlio, se non sarà partorito a sé stesso e alla propria autonomia di uomo adulto da una corretta psicoterapia.

Ripeto, non so se Pietro sia stato davvero aiutato in questi anni di carcere. Se, come temo, non lo è stato, penso che il suo vero carcere e il suo vero Calvario comincino adesso. Non si arrabbino i lettori, ma a Pietro vanno tutta la mia empatia di terapeuta e tutta la mia simpatia di uomo. Forza Pietro! Se nessuno ti ha ancora aiutato davvero, cerca aiuto. Esci tu dal carcere, quello vero.

Nelle domande che mi rivolge, il mio amico lascia trapelare la possibilità del suicidio. Spesso chi sopravvive giunge a simili azioni. In contesto per certi aspetti (solo per certi aspetti!!!) diverso è l’esito cui sono arrivati i sopravvissuti di grandi stermini o catastrofi, per esempio molti sopravvissuti alla Shoah, quali Primo Levi o Bruno Bettelheim. Non si scandalizzi il lettore: accostare gli autori di stragi familiari ai sopravvissuti alla Shoah non è sacrilega mancanza di rispetto o cinica assenza delle proporzioni. I sopravvissuti alla Shoah che si sono suicidati lo hanno fatto, a mio parere, quando e perché si sono sentiti non ascoltati e non creduti nel proprio urlo di testimonianza della tragedia, quando e perché non hanno potuto nascere dopo la sopravvivenza, quando e perché, per usare i termini di Primo Levi, hanno capito che restavano e di nuovo venivano sommersi senza potere mai essere salvati. Caro Pietro, non lasciarti sommergere.

Quanto poi al suicidio di imprenditori, manager o poveri cristi (vedi la coppia e il cognato di Civitanova Marche) aspetto nuove domande dal mio amico. Per ora mi limito a precisare, prima di tutto, che il suicidio non è un “istinto”, in secondo luogo che, a differenza di quanto si vuole fare o lasciare credere, non è la crisi di per sé la “colpevole” di questi eventi. Ma, ripeto, aspetto domande precise.

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