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Tag Archives: essere casa e terapia

 Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza.

 

Leggo sull’ultimo numero di “National Geographic”: una delle ragioni che portò alla scomparsa dell’uomo di Neandertal e alla affermazione dell’Homo Sapiens fu la maggiore articolazione della vita sociale di quest’ultimo. “L’unità sociale tipica dei Neandertal aveva le dimensioni di una famiglia allargata. Invece, anche nei siti più antichi di H. Sapiens in Europa «si notano elementi che fanno pensare a popolazioni più ampie» (…). Già il solo fatto di vivere in gruppi più grandi ha delle ripercussioni sia a livello sociale che biologico. I gruppi più ampi richiedono una maggiore interazione sociale, il che rende il cervello più attivo durante l’infanzia e l’adolescenza, obbliga alla elaborazione di un linguaggio più sofisticato e, indirettamente, aumenta la durata media della vita dei componenti del gruppo”. Non solo, aggiungerei io. Aumenta anche la qualità relazionale del gruppo, la sua plasticità, cioè la sua capacità, disponibilità e voluttà a cambiare, a vivere equilibri relazionali sempre più sofisticati e piacevoli.

Come più volte ho detto in questo sito, secondo la psicologia sistemica, che per me e il mio lavoro clinico è riferimento fondamentale, il disagio e il disturbo mentali hanno la loro origine nella disfunzione delle relazioni del sistema familiare, cioè nella sua rigidità e incapacità a cambiare, a mettersi in discussione, a configurarsi in modelli e forme nuove, plastiche, capaci di incontrare, affrontare e integrare la novità.

Ebbene, se penso a molte delle nostre famiglie e al sistema relazionale che le caratterizza, mi viene da assimilarle a quanto “National Geographic” dice dell’uomo di Neandertal.

Genitori, figli, zii abitano sempre più insieme; l’hinterland di Bergamo, per esempio, è pieno di palazzine di 3-4-5 appartamenti tutti abitati da parenti di primo o secondo grado. Oltre ad abitare insieme, lavorano sempre più spesso insieme, magari proprio lì sotto casa o vicino a casa; l’unico ufficio di collocamento davvero funzionante pare proprio essere la famiglia allargata; l’assunzione è ormai sempre più di frequente un evento intra-familiare, quasi un fatto ereditario. Il week end poi lo si passa, anche quello, insieme alle famiglie d’origine, il sabato da una e la domenica dall’altra, in rituali tanto abituali e scontati, che, se per una volta, non si può o non si vuole andare dai suoi di lui o dai suoi di lei, ci si deve scusare, dichiarando il proprio rammarico. In pratica, si tende sempre più a chiudere tutta la vita all’interno dello spazio relazionale della famiglia allargata. Proprio come l’uomo di Neandertal.

Non so se e quanto l’estinzione dell’uomo di Neandertal fosse caratterizzata o accompagnata anche dal diffondersi di sempre più frequenti dinamiche psicotiche. Che questo fosse possibile o probabile, pare suggerirlo ancora l’articolo citato, quando ricorda il loro progressivo “ritirarsi in pochi rifugi prima di estinguersi”. Del resto la psicosi che altro è se non quel progressivo ritirarsi, escludendosi da ogni incontro e confronto con l’alterità, la diversità, la realtà. Prima che essere patologia dell’individuo, questo progressivo ritirarsi ed escludersi è patologia della famiglia.

Sono convinto che forse la ragione più vera, profonda, radicale della crisi sociale e, quindi, politica attuale stia in questa neandertalizzazione della famiglia. Di qui vengono la paura a incontrare la novità e la diversità; di quel viene l’appoggio ai decisionismi reali o presunti; di qui vengono il razzismo, l’intolleranza nei confronti del diverso e di ogni sua diversità. Di qui viene la caduta della capacità lavorativa, economica, imprenditoriale. Di qui vengono le esplosioni di violenza oltre che verso il diverso esterno anche verso chi sta in casa.

Quando diventa un rifugio in cui ritirarsi e difendersi, la casa coincide sempre più con l’angoscia dello spaesamento. Non a caso il termine tedesco tradotto con spaesamento, termine usato sia da Freud che da Heidegger, in quest’ultimo sta a indicare ciò che è “non domestico”, ma anche – paradossalmente – ciò che è domestico al massimo. La vera angoscia è quella che si vive nelle case, dentro le case, quella che è di casa.

In seduta mi capita spesso di fare una domanda: “che succederebbe se per qualche mese lasciassimo una stanza come questa al buio, con tutte le finestre, le tapparelle e la porta sempre chiuse?”. “Verrebbero la puzza e la muffa. L’umidità trionferebbe”, mi rispondono puntualmente. Al che non mi resta che concludere: “E perchè mai con le vostre famiglie voi fate proprio così?”.

Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

sfratto e depressione

 

L’esperienza dello sfratto riattiva tutte le ferite che, nel profondo, riguardano le prime accoglienze dell’esistenza di un essere umano: come fu accolto quando fu concepito, come venne vissuta la sua gravidanza, come fu il suo parto, come fu guardato e accolto alla nascita dalla madre, come venne contenuto dal suo abbraccio, con quale attenzione e cura fu accudito  nei suoi primi tre anni, all’interno di quale relazione crebbe (di accettazione, rifiuto, abbandono), se e come cambiò il rapporto con la madre all’arrivo di altri fratelli, all’interno di quale “casa” visse. Anche il tipo di accoglienza e di relazione avute o non avute dal padre e con il padre gioca un ruolo importante, soprattutto per il figlio maschio. Un figlio poco confermato dal padre, per esempio, difficilmente riuscirà a fare ed essere casa in modo pieno; anche se non verrà sfrattato, passerà spesso da una casa all’altra e/o non avrà mai una casa nella quale davvero ritrovarsi e identificarsi. In modo formidabile, poi, gioca il tipo di imprinting che quella persona ha ricevuto dalla coppia dei suoi genitori e dalla relazione che questa coppia era o non era: nel loro relazionarsi hanno fatto casa, sono stati casa calda e accogliente? Se una persona cresce in uno spazio che relazionalmente non è casa, non riuscirà mai a fare e a essere casa, se non a seguito di una adeguata psicoterapia.

La casa, prima e più che una entità fisica e immobiliare, è un evento relazionale. Chi non l’abbia vissuta da figlio, non ne ha l’imprinting e, senza un adeguato percorso terapeutico, difficilmente saprà proporla, costruirla e viverla da coniuge e da genitore

Ben difficilmente uno sfratto è evento casuale, Al di qua delle ragioni oggettive che lo producono, di solito è un evento che, anche quando non venga – più o meno inconsciamente – provocato, viene comunque lasciato accadere o non viene debitamente previsto e adeguatamente anticipato o evitato. È come se, in un modo o nell’altro, la persona avesse bisogno di essere prima o poi sfrattata.

La dinamica che presiede a tali tipi di comportamenti o situazioni si chiama coazione a ripetere; venne identificata da Freud. La psiche o il Sé profondo di una persona hanno bisogno di riproporre – spesso in modo compulsivo – situazioni analoghe a quella vissute nella prime fondamentali relazioni della esistenza, per poterle, affrontandole di nuovo, finalmente superare o – eventualità molto più probabile – ancora subire. Più la ferita è profonda, più il Sé cerca di continuare a subirla, sia pure all’interno di contesti e di situazioni diversi e consciamente non riconducibili alla ferita originaria, da un lato quasi per potere dimostrare a sé stesso l’insuperabilità del proprio essere vittima, dall’altro per potere spostare su chi sta causando ora l’attuale situazione tutta la colpa della propria sofferenza sia di ora che di allora. Lamentandosi di chi sta procurando l’attuale sfratto, inveendogli contro, magari aggredendolo, il Sé inconsciamente sfoga sul malcapitato attuale la rabbia e l’aggressività che a suo tempo non poté orientare sul genitore, sui genitori o sui fratelli, che non lo accoglievano e/o che lo “sfrattavano” da una centralità voluta o dovuta o desiderata o pretesa.

La rabbia e l’aggressività possono essere espresse anche attraverso la depressione. Chi è depresso, con la rinuncia a  vivere prima di tutto aggredisce sé stesso, quasi a dimostrare – paradossalmente – che chi lo sfratta ha ragione e che non si può non finire sfrattati quando si è così tanto sfigati. Poi, aggredisce attraverso i sensi di colpa gli altri. Il depresso è un abilissimo produttore e gestore di sensi di colpa: attraverso di essi si assicura un potere enorme, spingendo o – addirittura – più o meno inconsciamente obbligando (con il ricatto psicologico e/o affettivo e/o morale e/o politico) gli altri a occuparsi di lui, a dargli quella poppata di centralità, attenzione, compassione, aiuto, che altrimenti non avrebbe né potrebbe avere. Spesso dietro e sotto uno sfrattato che si lamenta c’è un Sé bambino che si vendica.