Salta la navigazione

Tag Archives: DPN

Rita mi scrive: “A proposito di DNP, lei consiglia di stare alla larga da tali persone. Ma se tutti se ne vanno a gambe levate???”.

Dato l’interesse diffuso prodotto dalla sempre più frequente convivenza con la distruttività propria delle persone sofferenti di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o DPN o NPD), ritengo utile dare visibilità alla risposta attraverso questo post.

Cara Rita,

se leggi bene i miei commenti, vedrai che ho consigliato di “andarsene a gambe levate” non a “tutti”, ma a un paio di persone che da tempo convivevano – subendola – con la grave distruttività di compagni sofferenti – a quanto risultava – da Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), i quali non mostravano alcuna intenzione di farsi aiutare con una adeguata psicoterapia. Restare accanto a persone tanto distruttive senza che queste si mettano nella effettiva condizione di farsi davvero aiutare e possibilmente guarire, che senso ha? Non è puro masochismo? Non è complicità e collusione con la loro patologia?

Come terapeuta, quando si rivolge a me una persona disturbato da DNP, che voglia davvero farsi aiutare, io per esempio non me ne vado a gambe levate, ma la accolgo e cerco di aiutarla al meglio delle mie possibilità, pur sapendo quanto è difficile e – di solito – molto poco gratificante lavorare su persone colpite da questo disturbo. Quando, invece, a scrivermi è la vittima di queste persone distruttive, che – ripeto – non mostrino alcuna intenzione di essere davvero aiutate, è mio dovere etico e professionale – dovere sancito anche dal codice deontologico della mia professione – di aiutare prima di tutto il più debole, che, in casi simili, è la vittima indifesa della distruttività narcisistica fine a sé stessa.

Siccome, solitamente, vittima della distruttività di persone colpite da DNP è la donna, mi pare opportuna una breve aggiunta di riflessione.

La femminilità ha nel potere e nella capacità di trasformazione una delle proprie caratteristiche più essenziali, forse la più essenziale. Soprattutto quando ama, la donna accoglie l’umanità dell’amato, per restituirla trasformata, proprio come fa nella maternità con il seme maschile: lo concepisce in sé unendolo al proprio ovulo e facendone una creatura unica, con la gravidanza lo trasforma sempre più, lo partorisce poi dandolo come figlio al mondo e al padre. Accogliere, trasformare, dare al mondo sono un po’, in sintesi le tre dimensioni della capacità e del potere femminili di trasformazione.

Spesso, proprio questo potere e questa capacità di trasformazione rendono difficile alla donna l’accettazione della impossibilità di aiutare, sempre e comunque, la persona amata, fino al punto di farla sentire colpevole se la persona amata non cambia. Per questo al Sé femminile risulta difficilmente accettabile – come se in discussione ci fosse il proprio fallimento – l’impossibilità di trasformare l’amato, di cambiarlo, di guarirlo. Accettare questa impossibilità è questo uno dei limiti più grossi da accettarsi da parte del narcisismo femminile (quando in gioco c’è il Sé, si parla di narcisismo, non necessariamente intendendo ciò come patologia narcisistica), soprattutto quando si tratta di amore, evento che più di ogni altro coinvolge la profondità del Sé. Difficilissimo, dunque, per una donna innamorata accettare anche soltanto razionalmente l’impossibilità di amare persone quali possono essere quella disturbata da DNP o da altri disturbi di personalità o – altro caso frequente – da tossicodipendenze di area psicotica. Difficilissimo, ma purtroppo necessario. Difatti, a fronte di patologie siffatte, ostinarsi nell’aiuto può significare oltre che perseverare in una azione impossibile anche, come ricordo nella risposta a Rita, collusione e complicità nei confronti della patologia in atto, alibi e causa sia pure involontaria di gravi ritardi nella ricerca di vero ed efficace aiuto da parte della persona disturbata. In questi casi l’unico vero efficace aiuto nei confronti della persona amata è quello di andarsene.

Purtroppo, se e quando puree il narcisismo del sé femminile è disturbato (evento non raro), allora tragicamente il narcisismo disturbato di lui e di lei colludono, si alimentano e si legittimano a vicenda, in una spirale sado-masochistica spesso tragica, non facilmente arginabile o arrestabile, gravemente destabilizzante per entrambi e tragicamente patogena per i figli.

So quanto, anche in casi in cui a essere disturbato sia soltanto lui, per una donna innamorata sia più facile contestare la parola di un terapeuta che accettarne la diagnosi, la prognosi e il consiglio. È questa una delle ragioni che rendono difficile e non sempre popolare la mia professione. Ma non c’è professione – io credo – che possa o debba rinunciare alla verità.

Commentando il post “quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata”, Valentina mi chiede: “Conosco bene gli aspetti della personalità narcisistica, avendola anche mio padre…sarebbe un errore mandare questa email nella quale gli faccio presente i suoi comportamenti e lo invito a riflettere?”.

Non so se e quanto il padre di Valentina soffra di una patologia del Sé, né se questa sia configurabile come Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Se di questo si tratta, ben difficilmente un invito alla riflessione, per quanto tenero e amorevole possa essere, otterrà risultati positivi. E, dicendo “ben difficilmente”, uso sicuramente un eufemismo.

Chiedere a una persona sofferente di DNP di guardarsi dentro, di riflettere su sé stesso e magari di ammettere la propria patologia, è come chiedere a un cieco di vedere o a una persona priva di gambe di camminare.

Il DNP è un disturbo psichico tra i più impegnativi, sia per il paziente che ne soffre, sia per il terapeuta che cerchi di guarirlo, sia per i familiari che gli sono o che debbano essergli vicini.

Difficilmente la persona colpita da DNP accede o accetta di accedere a una terapia. Non può ammettere che ci sia qualcuno che sia all’altezza di capirla. meno che meno di aiutarla e curarla. Anche soltanto la possibilità di una tale ammissione viene vissuta come assurdo attentato alla propria grandezza. Come può una simile grande persona essere anche soltanto malata? Figuriamoci se può essere curata o aiutata! Semmai saranno gli altri a essere malati, a dovere essere curati e guariti, a cominciare dai terapeuti o da chiunque possa non adorarli. Gli altri, qualunque altro, esistono soltanto come oggetti manipolabili, come spettatori da sedurre o plagiare, come strumenti da usare. Se qualcuno gli resiste, lo fa solo per invidia della sua grandezza. Solo chi gli è schiavo, sa amare. Gli altri sanno solo odiare e, come tali, vanno – giustamente e santamente! – svalutati, umiliati, sporcati, distrutti, annientati.

Nei rari casi in cui si affacci a una terapia, la persona con DNP lo fa soltanto perché è convinta di potere manipolare anche il terapeuta, soprattutto il terapeuta, a conferma che lui è più bravo e potente di tutti i terapeuti, è più terapeuta di qualsiasi terapeuta, specialmente di chi goda la fama di essere un bravo terapeuta. Se per qualche ragione il terapeuta non risponde alle sue aspettattive, allora lo svaluta, cercando di annientarne la professionalità, di svalutarne il nome, di boicottarne l’attività, con modalità ed esiti simili a quelli di chi fa stalking.

Per questa ragione molti terapeuti ci pensano cento volte prima di prendere in carico pazienti con DNP o pazienti che debbano essere protetti da persone narcisisticamente disturbate E non si tratta di certo dei terapeuti peggiori o più sprovveduti.

Per questo dico a Valentina di non procedere con l’intenzione espressa. Se soffre di DNP, il padre – ammesso che voglia davvero farsi curare – può essere aiutato soltanto da un bravo terapeuta, disposto al peso di una terapia molto difficile e rischiosa. Lei, Valentina, pensi a sopravvivere. Senza sentirsene in colpa, stia il più lontano possibile da tanto padre, viva la propria vita e i propri affetti, senza lasciarsi né colpevolizzare, né plagiare, né manipolare, né umiliare.

Non sarà facile per Valentina resistere all’azione erosiva di un padre che sia affetto da DNP. Per questo consiglio a lei e a chi si trovi in situazioni come la sua di farsi sostenere, indirizzare e aiutare da un bravo terapeuta. La psicoterapia serve non soltanto a curare e a guarire i propri disagi o i propri disturbi; serve anche a proteggersi dalla follia di chi ci sta vicino, Spesso gli unici veri matti sono quelli che fanno impazzire gli altri, soprattutto chi, cominciando dai figli, abbia la malaugurata sorte di vivere con loro o addirittura di amarli.

L’impotenza maschile viene di solito identificata e colta in modo del tutto riduttivo: come mero evento fisico, come mera impossibilità di penetrare fisicamente la femmina. Quasi sempre ci si dimentica che la disfunzione fisica è solo l’ultima espressione di un dramma molto più profondo e radicale, che nessun Viagra o farmaco e nessuna strategia comportamentale possono davvero risolvere.

In gioco, alla radice, ci sono l’impossibilità e/o l’incapacità a lasciarsi andare al femminile, la fuga difensiva di fronte al femminile vissuto o come troppo divorante o come troppo rifiutante e castrante. Si tratta di impossibilità e/o incapacità che hanno la loro radice nella profondità più inconscia del Sé; l’Io (che è la parte conscia del Sé) abitualmente dice e vive il contrario: contrariamente a quanto a fatti dice il Sé, l’Io afferma di volere e potere amare davvero la femmina, attribuendo così l’impotenza a fattori e disfunzioni fisici.

Come affermo nel mio ultimo libro La tenerezza dell’eros, un Sé troppo ferito non può senza un’efficace psicoterapia accedere a una piena e adeguata esperienza d’amore (e talora neppure la psicoterapia riesce a colmare ferite troppo devastanti). Se alle spalle – magari non ricordato, magari rimosso o negato, magari coperto dal mito di una madre idealizzata – c’è un accudimento materno o troppo divorante o troppo rifiutante e castrante (la carenza materna è sempre comunque espressione di una coppia genitoriale carente), quel maschio non riuscirà da adulto ad affidarsi al femminile, non saprà e – soprattutto – non potrà vivere la dolcissima avventura di tuffarsi nel magico e trasformante potere della femmina, affidandosi al suo abbraccio e penetrandone il mistero.

Una forma di impotenza maschile di solito ignorata del tutto o, comunque, sottovalutata (proprio a causa dell’ottica riduttiva che dice dell’impotenza come di mero evento fisico) è quella che chiamerei impotenza relazionale. È tipica di maschi, che, da un punto di vista comportamentale e funzionale, parrebbero proprio non avere problemi; anzi, spesso, sono considerati maschi molto efficienti e prestanti, in grado di esprimere una straordinaria attività sessuale. In realtà, a una attenta analisi clinica, essi rivelano una radicale impotenza a relazionarsi davvero con il femminile, così da raggiungere una vera intimità con la donna e con il suo mondo. Non a caso, di frequente, questi maschi presentano improvvise e apparentemente inspiegabili défaillances anche totali e perduranti.

Le personalità disturbate a livello del Sé (per esempio maschi con Disturbo Narcisistico di Personalità [DNP] o con Disturbo Asociale o Antisociale di Personalità [DAP]), molto di frequente coprono con una attività sessuale iperattiva e/o ossessiva e/o molto esibita e/o in apparenza molto disinibita e “trasgressiva” una radicale e massiccia paura della femmina, in particolare della femmina adulta e psicologicamente evoluta; o comunque, più o meno massicciamente, agiscono rapporti che, anche se da un punto di vista funzionale paiono adeguati, sono caratterizzati dalla freddezza relazionale, dalla distanza emotiva e affettiva, dalla assenza di autentica empatia (talora accompagnata da comportamenti sadici e/o umilianti), quasi che la donna fosse per loro soltanto un oggetto erotico, una cosa senza valore “da scopare e basta”, un pezzo di carne privo di anima e di sentimenti.

Per questo motivo, di solito, i DNP e i DAP si accoppiano con femmine molto infantili anagraficamente e/o psicologicamente, comunque con femmine da loro facilmente controllabili e/o manipolabili e/o condizionabili (dal denaro, dallo status, dal potere, dalla paura, dai sensi di colpa, dalla soggezione) e/o con tragiche storie alle spalle (per esempio storie di abusi subiti, di violenze, di abbandoni, di famiglie dissestate da malattie psichiche, da gravi dipendenze, da suicidi). In ogni caso non sanno intrattenere con la femmina relazioni veramente profonde, ricche di continuità e intimità, capaci di identificare i due partners in un Noi in continua e feconda evoluzione, a partire dal quale l’Io e e il Tu si identificano e si differenziano sempre meglio e in modo sempre più ricco e vero. Questi maschi sono perciò costretti a passare da una relazione all’altra, sempre nel segno di una radicale superficialità e impotenza relazionali.

Solo in apparenza fanno l’amore con una femmina; in realtà – usando la femmina – fanno, più o meno inconsciamente, l’amore con il proprio Sé ferito e malato, con la propria paura e con la propria impotenza. Non sentono la femmina, ma sé stessi, in una intransitiva impotenza di relazionarsi con l’alterità del femminile. Accoppiarsi con la femmina serve loro da copertura e da alibi, per non vedere il proprio Sé ferito e malato, molto spesso la propria sessualità infantile e preedipica, la propria inadeguatezza di maschi malati, talora la propria paura di una omosessualità rimossa o negata e comunque non ammessa e ancora di meno accettata (in questo caso presentano forti convinzioni e affermazioni omofobiche: l’omofobia li illude, esorcizza la loro paura di non essere ciò che sono).

Se poi la ferita del loro Sé è ancora più primordiale, tale da identificare una strutturazione di personalità con nodi dissociativi e/o paranoidi più o meno profondi e pervasivi, allora questi maschi possono presentare dinamiche relazionali particolari, che – anche qui – sotto un comportamento sessuale apparentemente “normale” nascondono una radicale impotenza a relazionarsi con la femmina, entrando davvero nel mondo femminile.

Per esempio, la presenza di nodi dissociativi li porta a una modalità relazionale fusionale, come se volessero fondersi con la donna, farsi tutt’uno con lei e in lei. Fusione non è, come taluno potrebbe credere, totale intimità o pienezza relazionale, ma, appunto, impotenza relazionale: nella fusione l’Io e il Tu non si affermano e si identificano l’uno di fronte all’altro, ma si perdono e si annullano l’uno nell’altro. Più che relazionarsi con la femmina, il maschio fusionale la invade, vi si annida con dinamiche sempre più regressive e – per lei – sempre più esproprianti e soffocanti. Più che penetrarla in quanto femmina adulta all’interno di una relazione adulta, regredisce in lei come se volesse, attraverso di lei, entrare in una madre mai avuta, in un contenimento mai davvero vissuto, in una accoglienza mai veramente ricevuta. Di solito la partner di questo maschio è di due tipi: 1) a propria volta essa presenta nodi dissociativi e tendenze fusionali, così che i due agiscono una relazione di mutua dipendenza fusionale, fino alla possibilità di una folie à deux, dalla quale non sanno né possono più uscire (Olindo Romano e Rosa Bazzi, gli assassini di Erba, possono rappresentare, all’estremo, questo tipo di coppia); 2) soprattutto all’inizio della loro relazione, essa addirittura legge e vive il comportamento e la ricerca fusionali del maschio come segno ed espressione di una positiva, intensa, passionale intimità; soltanto con il tempo si accorge della soffocante, controllante e infantile dipendenza del maschio e tende a liberarsene, spesso ottenendo risposte di insopportabile e anche pericoloso stalking.

C’è poi nel maschio (spesso dovuta alla presenza di nodi paranoidi nella strutturazione del suo Sé) quella impotenza a lasciarsi andare fino in fondo al femminile, che si esprime nella difficoltà o anche nella impossibilità a eiaculare nella femmina.

Nella eiaculazione il maschio lascia uscire il proprio seme, cioè la parte più profonda del proprio Sé, quella che, sconosciuta a lui stesso, giace nel profondo del suo inconscio e della sua anima. Lasciarla andare affidandosi al prodigioso oceano della femminilità, alle sue mille fantastiche maree è bellissima, formidabile esperienza d’amore, possibile solo con la femmina totale, meravigliosa che abita al fondo della donna amata.

Chi abbia tendenze paranoidi nei confronti della femmina e del femminile, avrà naturalmente una grande difficoltà ad amare davvero e quindi a lasciarsi veramente andare al femminile. Soffrirà così della difficoltà o della impossibilità a eiaculare nella femmina. Oppure – all’estremo opposto – eiaculerà sadicamente in essa, come se il seme venisse vissuto quale arma con cui colpire la femmina (quanto basso senso del proprio Sé e del proprio seme hanno questi maschi!), quale possibilità di un concepimento che, trattenendola come madre, sadicamente impedisca il distacco e il non controllo della femmina.

L’eiaculazione può dunque essere anche la prepotente, prevaricante e sadica affermazione del Sé del maschio, l’imposizione violenta del Sé alla femmina, o lo sfogo di un Sé tanto ferito e insopportabile da essere incontenibile. Ma tutto questo appartiene alla patologia del maschio del maschile, a una sua impotenza relazionale, di solito ben più profonda e grave di quella fisica.

* * *

L’incapacità di lasciarsi andare al femminile non significa necessariamente che si sia impotenti con tutte le donne o che si abbia difficoltà a eiaculare con tutte le donne. È abbastanza frequente il caso di maschi che siano impotenti o abbiano difficoltà a eiaculare con la propria femmina, ma non con le altre o con altre; o viceversa riescano a essere potenti e a eiaculare senza difficoltà soltanto con la propria femmina.

Quando ci sono in gioco le dinamiche più profonde del Sé, risultano facilmente decisivi gli aspetti transferali da un lato e le dinamiche reattive dall’altro. Spesso gli aspetti transferali e le dinamiche reattive si sovrappongono e si sommano tra loro, rendendo la situazione ancora più complessa e articolata. Aspetti transferali e dinamiche reattive riguardano tuttavia livelli di discorso diversi, per cui almeno sul piano logico possono essere distinti, analizzandoli separatamente.

Partiamo dagli aspetti transferali.

Se, per esempio, la femmina con la quale sta facendo l’amore rappresenta per l’inconscio del maschio la madre cattiva, esigente, castrante, divorante, che, quando egli era piccolo, rischiava di espropriarlo della libertà e della autonomia del Sé, allora il maschio si negherà a quella femmina o con la impotenza o con la difficoltà a eiaculare. Con le altre, invece, potrebbe non avere problemi o averne molto di meno.

In generale, si può ipotizzare che le difficoltà si presentano, se e quando la storia di quel maschio abbia dovuto fare i conti con una madre inadeguata, che su quelli del figlio abbia fatto prevalere – soprattutto durante la gravidanza e l’accudimento (cioè durante la fase evolutiva che vede l’attivazione, costituzione e strutturazione del Sé dell’individuo) – i propri bisogni psicologici, lasciando il figlio nella frustrazione o del non contenimento, o della non attenzione, o del non ascolto dei bisogni e delle scelte, o del non rispetto della autonomia, o della non legittimazione del piacere, o della non conferma delle iniziative, o della non accoglienza degli oggetti proposti (ogni bambino prende in mano oggetti o li accoglie nel proprio sguardo intenzionale; la madre adeguata considera ciò come la prima battuta di una interlocuzione che dà nome, storia, continuità, senso, significato sia all’oggetto sia al bambino che lo propone). Con storie di questo tipo alle spalle è facile dunque vivere la propria femmina come oggetto transferale della madre, facendole di fatto pagare colpe non sue. Solo una psicoterapia del profondo può entrare nel merito di difficoltà di questo tipo aiutando a risolverle, spesso con risultati del tutto soddisfacenti.

Veniamo ora alle dinamiche reattive.

Mi limito a un esempio, un caso preso dall’esperienza clinica: un marito, innamorato della moglie, ma frustrato dalla di lei dipendenza dal padre e dalle sorelle, la tradisce con una femmina, con la quale tuttavia ha grosse difficoltà di eiaculazione. Che è successo? La rabbia reattiva, che lo ha spinto al tradimento, non riesce ad attingere e a smentire la profondità dell’amore per la moglie. È come se con la propria difficoltà a eiaculare nell’altra femmina questo maschio volesse affermare l’insopprimibile amore per l’unica femmina nella quale riesca davvero a lasciarsi andare.

quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata

Fiore mi scrive: ”Un narcisista mi ha distrutto per due volte nella mia vita a distanza di 20 anni. C’e’ una forma di schizofrenia in questa patologia, ho letto svariati libri, ma ho esperimentato sulla mia pelle il dolore che provocano questi tipi di persone, sopravvivere al loro comportamento che fa impazzire una donna è fuori dalle regole, ma sono persone speciali, sono gradevoli quando sono nel momento si, ma poi sono delusivi, è come colpire un muro di gomma, sono sordi, non sentono , hanno paura di vivere, ma sono grandi manipolatori e si riscattano nel lavoro che e’ l’unica cosa positiva nella loro vita. Io mi sono stufata , non c’è modo di comunicare con loro…..tu hai una ricetta???”.

Cara Fiore, hai descritto perfettamente il narcisista: abilissimo seduttore dalla sordità e dalla cecità affettive totali. Aggiungerei: colpevolizzante e micidiale manipolatore di inguaribili masochiste (spesso sono donne con storie di abusi o violenze non elaborate in terapia) e/o di presuntuose presunte salvatrici di chi non vuole per nulla essere né salvato né cambiato. Dimenticavo: il narcisista seduce non perché è interessato alla “vittima”, ma perché più vittime ha più bella figura fa (come penne sempre più numerose nella ruota del pavone).

L’unica persona che per lui conti davvero è sé stesso, intrascendibilmente sé stesso, inesorabilmente sé stesso. Gli altri – soprattutto le donne – sono soltanto oggetti da manipolare, usare, esibire, orpelli della sua vanagloria; oppure sono schermi su cui proiettare e scaricare – spesso con violenza – la propria rabbia radicale e il proprio profondo disprezzo nei confronti della donna.

Se, come parrebbe, la persona di cui parli ha un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), si tratta veramente di una grossa “patologia” psichica, che pochi terapeuti sanno trattare con competenza ed efficacia. Oltretutto il DNP difficilmente accede a una terapia e ancora più raramente si affida al terapeuta (“chi mi può capire?”, “che vuoi che capiscano gli altri di uno come me?”, “io non ho bisogno di nessuno”, “che vuoi che capisca il terapeuta? Sono più bravo io a capire lui”). Come hai bene intuito tu quando parli non del tutto appropriatamente di “schizofrenia”, c’è un indubbio fondo dissociativo nella persona sofferente di DNP, che può portare a deliri di onnipotenza maniacale, non di rado preludio al suicidio.

La riuscita professionale della persona colpita da DNP è frutto di solito – come quasi tutto nella loro vita – di manipolazione e di seduzione strumentale. Il successo sociale, professionale o finanziario, se c’è, nasce dal suo bisogno di conferme sociali, di consenso, di popolarità; come tale, affondando le radici in un bisogno che può strutturarsi come dipendenza, il suo successo sfocia spesso in catastrofiche rovine e in clamorose smentite. Dall’Impero a Waterloo. Dalle stelle alle stalle.

Vuoi un consiglio? Scappa a gambe levate, fin che sei in tempo. Ma ti conviene lasciargli l’impressione che sia lui a lasciare te; altrimenti cercherà in tutti i modi di distruggerti, pur di non vedersi sminuito da te o, meglio, dal tuo rifiuto. In ogni caso, fa in modo di uscire discretamente e completamente dall’orizzonte del suo universo, altrimenti tenderà comunque a “usarti”, non importa in che modo.

Come suggerisce la stessa mitologia greca, la donna di Narciso, che non a caso si chiamava Eco, finisce con l’essere la pietrificata ripetitrice delle parole altrui, totalmente svuotata di carne e di anima. L’esperienza clinica mi conferma sempre più spesso la grande valenza e saggezza di quanto dice la mitologia: noto l’enorme frequenza di morti per cancro al seno e/o all’utero nelle donne di questi uomini. In effetti nulla può rispecchiare l’immagine di Eco pietricata più del corpo di una donna scavata dal cancro e mortificata nella propria femminilità, ridotta soltanto a fare il megafono della sua vanità: lui è l’unica “prima donna” che conti. La altre – tu, per prima – che crepino pure!

 

 

Come è l’uomo del narcisismo postindustriale

Già da almeno un paio di decenni gli studiosi dei grandi cambiamenti umani (psicologi, sociologi, esperti della comunicazione, antropologi, filosofi) avevano previsto quanto purtroppo sta puntualmente avvenendo: che la tipologia media dell’indivduo sarebbe stata caratterizzata da tratti narcisistici sempre più pervasivi e patologici. Il ’68, tutti gli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta sono stati abitati da personalità edipiche, caratterizzate dai grandi conflitti tipici delle personalità di area nevrotica: tra dovere e piacere, tra padre e figlio, tra vecchio e nuovo, tra autorità e libertà, tra pubblico e privato, tra sociale e istituzionale, tra ideologia e potere, tra emozione e scienza, tra appartenenza e militanza, tra ideale e materiale, tra fantasia e progettualità. Era come se continuamente due immensi oceani entrassero tra loro in contratto e in conflitto, per usare, allargandola, l’efficace immagine che Giovanni Moro (Anni Settanta, Einaudi, 2008) usa come emblematica in particolare degli anni settanta.

Oggi è tutto diverso. Con il crescente sviluppo e rafforzamento della società del terziario postindustriale, si viene affermando e diffondendo un tipo di personalità dal Sé debole o ipertrofico, comunque squilibrato, incapace di incontri, coinvolgimenti e affetti profondi. Con impressionante velocità, la comunicazione interpersonale aumenta quantitativamente e diminuisce qualitativamente. I vissuti e l’espressione sia delle idee che dei sentimenti e delle emozioni divengono sempre più paratattici: si perde la percezione della diversità tra un’idea e l’altra, tra un sentimento e l’altro, tra una emozione e l’altra; si perde soprattutto il rapporto di continuità e di valore che lega o dovrebbe legare tra loro idee, sentimenti, emozioni. Conta solo l’adesso, l’ hic et nunc: quello che penso adesso, quello che sento adesso, quello che provo adesso. Non importa se, dopo un nulla, la penso esattamente al contrario, odio quello prima amavo, voglio quello che un attimo fa rifiutavo. Poco alla volta la capacità affettiva si svuota, appare inutile, inefficiente, stupida. Conta l’istante e l’affermazione (o la negazione) di sé nell’istante. Non ci sono più sintassi, fuochi prospettici, sogni, ideali. Meno che meno nel segno del conflitto.

I conflitti, a modo loro, presuppongono continuità, durata, ostinazione. Ora i conflitti sono sostituiti da esplosioni improvvise, apparentemente insospettabili, da acting out incontrollabili. Tra un’esplosione e l’altra, tra un acting out e l’altro la sordità immensa e ovattata della bonaccia, l’avvicendarsi di istanti senza storia, di sentimenti senza passione, di emozioni senza profondità.

Il giorno e la notte tendono a rovesciarsi, senza tuttavia mai perdere il crescente senso dello spaesamento. L’angoscia, la paura, il “magone” si fanno sempre più grandi e indeterminati, senza contenuti precisi, come uno sfondo ogni istante tanto più minaccioso e opprimente, quanto più inafferrabile e devastante.

In quanto mi toglie dalla signoria dell’istante, l’altro è il nemico: ogni sua diversità mi produce solo fastidio e insofferenza. Ma è un nemico di cui l’istante dopo non mi interessa nulla. L’altro conta solo perché mi serve adesso, in quanto mi serve adesso; per il resto non me ne frega nulla, neppure continuare a odiarlo o a combatterlo. Dopo l’esplosione che vorrebbe distruggerlo (o santificarlo), l’altro non esiste.

Dire oggi parole come “razzista”, “irresponsabile”, “delinquente” non ha lo stesso senso che poteva esserci venti o trenta anni fa. Chi ora è razzista, fra un istante può inneggiare a Obama; chi la sera prima guidava ubriaco, il giorno dopo può da volontario guidare l’ambulanza che salva un moribondo; chi oggi mi aiuta a salire le scale, domani mi può ammazzare per un parcheggio contestato.

Questa è la società paratattica del narcista postindustriale. Questo è e può ogni giorno di più essere l’uomo d’oggi, un uomo senza più alcuna dimensione.

Quanto viene affermato ora, è negato l’istante dopo. E quanto nego in me, lo proietto sull’altro, identificandolo in lui. La “negazione” e la “identificazione proiettiva” sono le due dinamiche tipiche della psiche caratterizzata da un Sé fragile e/o malato, proprio a partire dal disturbo mentale che va sotto il nome di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Il DNP è e sarà la patologia psichica sempre più diffusa.