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Per lui è “normale” dormire con la mamma. Secondo caso: quando il figlio è disturbato a livello psicotico o narcisistico

Continua con questo articolo il discorso avviato nel post Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Secondo caso: strutturazioni problematiche del figlio a livello del Sé

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello del Sé la personalità del figlio risulta disturbata a livello o psicotico o narcisistico, situazioni queste di ulteriore gravità. Mentre nel primo caso alla base del rapporto tra madre e figlio c’è innanzi tutto la solitudine della madre e il suo bisogno di compensarla attraverso il figlio, dipendendo lei mamma da lui figlio (e sullo sfondo, ripeto, ci sono l’incapacità del padre e della madre di intrattenere tra loro un vero rapporto di coppia non solo genitoriale), nel secondo caso alla base del rapporto tra figlio e madre ci sono prima di tutto i deficit profondi del figlio nella identificazione di sé:

  • nel caso di un disturbo a livello psicotico: il figlio (si tratta spesso di secondogeniti con primogenito maschio) non è stato pienamente accettato o accudito dalla madre (che solitamente nega o rimuove tali carenze), oppure è stato rifiutato o abbandonato da lei del tutto o anche soltanto temporaneamente, come nel caso di depressioni post partum della madre e di assenze o ricoveri prolungati. Ne consegue una strutturazione altamente deficitaria del Sé del figlio, che, proprio a causa della disconferma materna, non riesce a costituire ed elaborare adeguate strutture di svincolo e di autonomia, finendo con il dipendere massicciamente dalla madre (le madri più carenti creano le dipendenze più gravi); se poi oltre a quella materna subisce anche la disconferma paterna, difficilmente il Sé sfugge alla psicosi, che lo ributta ancora di più sulla madre fino al rischio della scissione schizofrenica;
  • nel caso di un disturbo di personalità a livello narcisistico: il figlio (di solito il primogenito maschio) è irretito dalla madre, che gli butta addosso eccessive proiezioni di attese-aspettative-pretese grandiose. La madre non ascolta il Sé autentico del figlio, ma i bisogni del proprio Sé proiettato sul figlio, inconsciamente manipolando il figlio e costringendolo di fatto a realizzare quanto lei vuole da lui; di fatto la madre gonfia a dismisura il Sé del figlio, che si viene sempre più costituendo e strutturando come “falso Sé”, obbligato a performances sempre più in linea con le grandiose aspettative materne. Si tratta di madri che quanto meno presentano a livello profondo forti nodi dissociativi e una profonda invidia del maschile: per questo si proiettano sul figlio maschio, come se fosse una loro protesi maschile da controllare, gonfiare, così da ottenere attraverso il figlio quelle realizzazioni di sé e quelle affermazioni sociali che come donne non hanno mai potuto o saputo raggiungere. È come se la madre considerasse il figlio una propria emanazione, come se volesse lei viversi in lui e attraverso di lui, più attenta ai propri bisogni che all’ascolto del sé autentico del bambino, della sua vera identità, dei suoi veri bisogni. In taluni casi (specie in presenza di un mancato sostegno paterno del figlio o addirittura di una profonda svalutazione paterna1) la grandiosità del “falso Sé” può, soprattutto in vecchiaia, degenerare in un delirio di onnipotenza schizofrenico. Come sono stati manipolati dalla madre nella relazione diaccudimento, a loro volta questi figli useranno e manipoleranno nella relazione d’amore la persona che crederanno di amare.

In entrambi i casi (si tratti di disturbo a libello psicotico o a livello narcisistico) l’incesto e la dinamica incestuosa che a esso può portare non si esauriscono nell’esercizio di un ruolo da coniuge compensatorio o consolatorio nei confronti della madre, ma tendono alla fusione tra figlio e madre. Più che sostituire il padre ponendosi come vero e unico interlocutore emotivo e affettivo della madre (Primo caso), il figlio tende fare una cosa sola con la madre, in una dinamica fusionale abissale, come se il figlio nell’incesto volesse diventare la madre, essere la madre. Non a caso il Secondo caso riguarda personalità dalla identità di genere problematica, comunque non evoluta e definita in modo corretto, con frange più o meno consistenti, rimosse o negate di ambivalente orientamento sessuale.

Se nel Primo caso è innanzi tutto la madre a dipendere dal figlio e dal bisogno di farsi consolare da lui, nella seconda possibilità è innanzi tutto il figlio a dipendere dalla madre, a inseguirla fino all’assurdo fusionale: o rincorrendola per tutta la vita, nella speranza che in modo del tutto improbabile lei si accorga finalmente e autenticamente di lui, cominciando a volergli bene davvero; o spingendo fino all’estremo della ossessione e del parossismo il bisogno di soddisfare sempre più le attese-pretese della madre, sempre idealizzandola come la più grande e bella e brava delle madri, con conseguente svalutazione di ogni altra donna. Il narcisista disturbato dopo corteggiamenti magari apparentemente bellissimi e irresistibili (nessuno meglio di un narcisista può illudere in tale senso) colpisce e umilia sempre di più la femminilità e la maternità della propria compagna (come se, in questo modo, dicesse alla propria madre: “vedi, nessuna è grande, bella e buona come te”).

Nel Secondo caso, dunque, la paura della perdita della madre può – riattivandolo -accelerare e fare emergere il bisogno fusionale del figlio, spingendolo all’incesto-fusione.

Comunque sia, che appartenga al primo caso o al secondo, il fidanzato di Donatella non pare avere avvertito il dolore e i vissuti di frustrazione femminile di Donatella, cosa questa che dimostra o l’incapacità di ascoltare Donatella o l’intenzione più o meno inconscia di umiliarla, escluderla dall’unica relazione importante per lui, quella fusionale con la madre.

Mi capita spesso, durante le terapie, di esortare le donne a fidarsi di più della loro femminilità, delle loro sensazioni “di pancia”! Difficilmente la pancia di una donna sbaglia. Per questo a Donatella dico di fidarsi di più di sé stessa, di non avere paura di aspettare. È molto meno pericoloso restare sole per un po’, piuttosto che incappare in un uomo che non sappia fare altro che andare a letto con la madre.

 

1Di solito i padri di figli con disturbo narcisistico della personalità sono personalità deboli, mai veramente amati dalla moglie e di fatto usati da lei dapprima come indispensabili portatori di sperma, poi come necessari garanti del benessere economico della famiglia (per queste donne i soldi e l’acquisizione di uno status sociale superiore sono il senso vero e profondo della vita, anche se a livello conscio spesso negano questo). Spesso tale tipo di padre, più che di svalutare e disconfermare il figlio prediletto dalla moglie, si preoccupa di defilarsi il più possibile, così da non dovere confrontarsi con lei e con i suoi nodi dissociativi. Semmai il padre soffia sulla rabbia dell’eventuale secondogenito/a, lasciandolo/a fare e non bloccando le sue provocazioni e la sue sregolatezza, di fatto delegando a lui/lei il compito di disturbare una moglie per lui altrimenti inaffondabile.

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Mi scrive Donatella: «Mi sono imbattuta nel suo sito per caso, in un momento di sconforto, in quanto mi sono trovata davanti a una situazione per me disarmante. Io e il mio fidanzato abbiamo 25 anni, e lui, in occasione di un intervento al quale la madre si è dovuta sottoporre, ha esasperato al massimo il suo lato “mammone”, se così possiamo dire. La mia figura di fidanzata è stata in un attimo annullata, mi sono sentita umiliata e mortificata, e soprattutto, minacciata ed esclusa da questo rapporto esclusivo tra madre e figlio. Mi sembrava che lui non avesse occhi che per lei, quasi fosse stata la madre la sua ragazza. Voglio sottolineare il fatto che sono una persona molto comprensiva, aperta mentalmente, e che non ho avuto questa reazione per gelosia, tuttavia, sono stata molto male. Soprattutto quando ho saputo che lui aveva dormito qualche notte con la madre, sfrattando il padre in un’altra stanza: per me ciò è impensabile, a 25 anni, è normale fare ancora queste cose?? Mica siamo più bambini?? Questo era il mio quesito, e cioè se questo gesto possa essere considerato (come mi ha replicato il mio fidanzato) “normale”».

Dormire a 25 anni con la mamma, sfrattando il padre, non mi pare proprio un comportamento corretto. Anche la condizione post-operatoria della madre non mi pare una motivazione sufficiente a giustificare il fatto, neppure se il fidanzato fosse un medico o un infermiere (quando mai un medico o un infermiere stanno nel letto del paziente?). Del resto la reazione e i vissuti di Donatella dicono che nel comportamento del fidanzato ci sono in gioco motivazioni che eccedono preoccupazioni puramente assistenziali, che, se pure ci fossero, ribadisco, non comporterebbero automaticamente né il dormire con la madre, né lo “sfrattare” il padre. È più probabile che la situazione di difficoltà della madre abbia fatto emergere nel figlio comportamenti che egli avrebbe già voluto attuare, ma che fino ad allora erano stati o rimossi o negati, comportamenti che indicano la presenza di strutture psichiche carenti o non adeguate. Il rischio di perdere la madre, che un intervento anche di per sé banale può fare affiorare nel figlio, fa by-passare difese psichiche anche molto consolidate, permettendo in tale modo l’espressione da un lato di comportamenti altrimenti censurati (rimossi o negati) dalla coscienza, dall’altro di strutturazioni problematiche del Sé o dell’Io.

Primo caso: strutturazioni problematiche a livello dell’Io

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello dell’Io la personalità del figlio risulta disturbata a livello nevrotico o prevalentemente nevrotico. Il figlio è irretito in un ruolo relazionale di “coniuge compensatorio”, cioè di effettivo e primario interlocutore emotivo e affettivo della madre, in una dinamica di incesto psicologico (ma in certi casi pure fisico) tra madre e figlio.

Il fatto che il padre si lasci così facilmente “sfrattare”, senza riuscire efficacemente né a protestare né a contrastare o a bloccare nella sua iniziativa il figlio, è di solito indice di una situazione di questo tipo: sotto sotto al padre fa gioco liberarsi della moglie apparentemente facendosi “sfrattare”, nei fatti cedendo o scaricando la moglie al figlio, così da potere “andarsene” per i fatti suoi1. Simmetricamente la madre subisce o accetta questo gioco, preferendo ripiegarsi sul figlio piuttosto che porre e affrontare con il marito il loro problema di coppia2. Di solito ciò avviene quando, al di la dell’esercizio della funzione genitoriale, padre e madre non sono una vera coppia, non costituiscono in modo adeguato un “noi” vero di marito e moglie, di uomo e donna, di maschio e femmina; spesso hanno vite e interessi lontani e poco coniugabili tra loro o – all’estremo opposto – hanno interessi troppo comuni (per esempio lavorano insieme, costituendo più una coppia di soci d’affari che non una coppia coniugale); di solito hanno una sessualità di coppia molto limitata o superficiale.

In questo caso il comportamento del figlio nasce dunque dalla solitudine coniugale della madre e dal suo conseguente bisogno di ripiegarsi sul figlio (in particolare il primogenito maschio), compensando e consolandosi nella relazione con lui. È come se, fin da quando lui era piccolo nella pancia o sul fasciatoio, si rivolgesse più o meno inconsciamente a lui con atteggiamenti o parole che più o meno esplicitamente e consciamente esprimevano questo concetto: “meno male che ci sei tu, altrimenti la mia vita sarebbe vuota”. Si tratta dunque di una donna che in modo massiccio tende a identificare la propria femminilità da un lato nell’esercizio – più eseguito che vissuto – della funzione materna, dall’altro nella supplica infantile e inconscia al figlio perché sia il suo consolatore, colui che “deve” dimostrare quanto lei è brava come madre.

1Il padre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere; vive il lavoro come droga e come sua identificazione primaria; ha relazioni fortemente compensatorie con altre donne o – più adolescenzialmente – con amici; ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da alcool o sostanze; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi o irresponsabili tali da relegarlo al ruolo non più di marito, ma di malato da assistere e controllare.

2 La madre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere (più spesso che nel maschio ha alle spalle storie di abusi o di violenze subite); è presa ossessivamente dal fare; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi, per cui tende a farsi compatire e a lamentarsi, colpevolizzando chi non la compatisca; cura poco la casa; ha relazioni fortemente compensatorie con ambienti estranei alla famiglia (parrocchia, associazioni varie, sette, palestre ecc.); ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da sostanze, soprattutto dall’alcool; è altamente controllante riguardo ai figli e alle nuore, spesso con affermazioni svalutanti e tali da fomentare conflitti, di cui poi è la prima a lamentarsi.