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Tag Archives: disturbo psichico e famiglia

Anoressica in cura psichiatrica da 5 anni si suicida gettandosi dalla finestra della sua camera da letto

Un amico mi prega di commentare questa notizia apparsa oggi su “Repubblica”: «Roma, studentessa anoressica si uccide. “Troppi pranzi, le feste la angosciavano”».

L’articolo non dice il nome della ragazza, si limita all’età, 19 anni. Senza commentarle, il cronista riporta le parole della madre: “Mia figlia era in cura da uno psichiatra da quando aveva 14 anni per via dell’anoressia. Le feste per lei, ogni anno, erano uno scoglio insormontabile, difficile da superare: i pasti luculliani, insieme alla famiglia riunita, le mettevano angoscia – ha raccontato in lacrime la donna ai poliziotti – Ma ultimamente sembrava migliorata, pareva ne stesse uscendo. Stamattina, prima di andare a lavorare, l’ho vista di buon umore, serena, e invece… “.

Il messaggio che il lettore riceve da titolo e articolo è grosso modo questo: l’anoressia è una disgrazia che capita; la famiglia ha fatto quanto poteva, si è rivolta a uno psichiatra, che per cinque anni ha curato la ragazza; purtroppo le feste e i pranzi delle feste hanno affossato i miglioramenti in atto (secondo la madre e, forse, lo psichiatra); con le disgrazie non c’è nulla da fare e a chi la tocca, la tocca; anche l’anoressia è tra queste disgrazie.

Penso che sia ora di finirla con notizie tanto devianti. Che anche un giornale di grosso spessore come “Repubblica” (io stesso lo leggo ogni giorno), caschi in questo tranello, è altamente micidiale, perché, facendo mentalità, contribuisce con la disinformazione a favorire il ripetersi di episodi tanto dolorosi e tragici.

L’anoressia – occorre ribadirlo a più non posso – prima di essere un disturbo mentale dell’individuo è un disturbo familiare. Se a monte non si cura e guarisce la famiglia, la ragazza anoressica non guarisce. Curare solo lei (come mi pare si evinca dalle parole della madre), non porta risultati veri; può in determinati casi portare alla remissione più o meno temporanea dei sintomi, può spostare i sintomi, ma non può guarire. E, se non viene guarita, l’anoressia continua a lavorare e a peggiorare la struttura profonda della psiche. Un disturbo mentale di area psicotica (e l’anoressia è una patologia psicotica) o guarisce o peggiora.

La morte di questa ragazza non è dunque semplicemente una disgrazia che possa capitare a chiunque e comunque. Il problema poteva e doveva essere affrontato ed essere risolto. Non bisognava perdere tempo con terapie individuali, meno che meno con terapie psicofarmacologiche, quali sono quelle che abitualmente attuano gli psichiatri o, più in generale, quanti si affidano a terapie medico-centriche e farmaco-centriche. Se poi, come succede spesso a questo tipo di terapie, si somministrano psicofarmaci antidepressivi, in particolare gli antiserotoninici, non solo non si risolve nulla, ma si aumentano in modo, a mio parere, irresponsabile il rischio e la possibilità del suicidio.

Che le feste destabilizzino ulteriormente situazioni di patologia psicotica, è vero. Io stesso vi ho accennato nel mio post sul Natale. Riunendo nel nome del rituale della festa famiglie caratterizzate da giochi psicotici, si rischia di portare a estremi insopportabili la disfunzione delle dinamiche relazionali, che, come bene sostiene la psicologia sistemica, sono – esse, non la festa come tale! – la causa del disturbo psicotico e, nel caso, della anoressia.

È più che mai il tempo che la stampa dica queste cose.

 

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

Il disturbo psichico, la coppia e il sistema familiare

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

 Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza.

 

Leggo sull’ultimo numero di “National Geographic”: una delle ragioni che portò alla scomparsa dell’uomo di Neandertal e alla affermazione dell’Homo Sapiens fu la maggiore articolazione della vita sociale di quest’ultimo. “L’unità sociale tipica dei Neandertal aveva le dimensioni di una famiglia allargata. Invece, anche nei siti più antichi di H. Sapiens in Europa «si notano elementi che fanno pensare a popolazioni più ampie» (…). Già il solo fatto di vivere in gruppi più grandi ha delle ripercussioni sia a livello sociale che biologico. I gruppi più ampi richiedono una maggiore interazione sociale, il che rende il cervello più attivo durante l’infanzia e l’adolescenza, obbliga alla elaborazione di un linguaggio più sofisticato e, indirettamente, aumenta la durata media della vita dei componenti del gruppo”. Non solo, aggiungerei io. Aumenta anche la qualità relazionale del gruppo, la sua plasticità, cioè la sua capacità, disponibilità e voluttà a cambiare, a vivere equilibri relazionali sempre più sofisticati e piacevoli.

Come più volte ho detto in questo sito, secondo la psicologia sistemica, che per me e il mio lavoro clinico è riferimento fondamentale, il disagio e il disturbo mentali hanno la loro origine nella disfunzione delle relazioni del sistema familiare, cioè nella sua rigidità e incapacità a cambiare, a mettersi in discussione, a configurarsi in modelli e forme nuove, plastiche, capaci di incontrare, affrontare e integrare la novità.

Ebbene, se penso a molte delle nostre famiglie e al sistema relazionale che le caratterizza, mi viene da assimilarle a quanto “National Geographic” dice dell’uomo di Neandertal.

Genitori, figli, zii abitano sempre più insieme; l’hinterland di Bergamo, per esempio, è pieno di palazzine di 3-4-5 appartamenti tutti abitati da parenti di primo o secondo grado. Oltre ad abitare insieme, lavorano sempre più spesso insieme, magari proprio lì sotto casa o vicino a casa; l’unico ufficio di collocamento davvero funzionante pare proprio essere la famiglia allargata; l’assunzione è ormai sempre più di frequente un evento intra-familiare, quasi un fatto ereditario. Il week end poi lo si passa, anche quello, insieme alle famiglie d’origine, il sabato da una e la domenica dall’altra, in rituali tanto abituali e scontati, che, se per una volta, non si può o non si vuole andare dai suoi di lui o dai suoi di lei, ci si deve scusare, dichiarando il proprio rammarico. In pratica, si tende sempre più a chiudere tutta la vita all’interno dello spazio relazionale della famiglia allargata. Proprio come l’uomo di Neandertal.

Non so se e quanto l’estinzione dell’uomo di Neandertal fosse caratterizzata o accompagnata anche dal diffondersi di sempre più frequenti dinamiche psicotiche. Che questo fosse possibile o probabile, pare suggerirlo ancora l’articolo citato, quando ricorda il loro progressivo “ritirarsi in pochi rifugi prima di estinguersi”. Del resto la psicosi che altro è se non quel progressivo ritirarsi, escludendosi da ogni incontro e confronto con l’alterità, la diversità, la realtà. Prima che essere patologia dell’individuo, questo progressivo ritirarsi ed escludersi è patologia della famiglia.

Sono convinto che forse la ragione più vera, profonda, radicale della crisi sociale e, quindi, politica attuale stia in questa neandertalizzazione della famiglia. Di qui vengono la paura a incontrare la novità e la diversità; di quel viene l’appoggio ai decisionismi reali o presunti; di qui vengono il razzismo, l’intolleranza nei confronti del diverso e di ogni sua diversità. Di qui viene la caduta della capacità lavorativa, economica, imprenditoriale. Di qui vengono le esplosioni di violenza oltre che verso il diverso esterno anche verso chi sta in casa.

Quando diventa un rifugio in cui ritirarsi e difendersi, la casa coincide sempre più con l’angoscia dello spaesamento. Non a caso il termine tedesco tradotto con spaesamento, termine usato sia da Freud che da Heidegger, in quest’ultimo sta a indicare ciò che è “non domestico”, ma anche – paradossalmente – ciò che è domestico al massimo. La vera angoscia è quella che si vive nelle case, dentro le case, quella che è di casa.

In seduta mi capita spesso di fare una domanda: “che succederebbe se per qualche mese lasciassimo una stanza come questa al buio, con tutte le finestre, le tapparelle e la porta sempre chiuse?”. “Verrebbero la puzza e la muffa. L’umidità trionferebbe”, mi rispondono puntualmente. Al che non mi resta che concludere: “E perchè mai con le vostre famiglie voi fate proprio così?”.

Disturbo psichico, coppia

e sistema familiare

 

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze  incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

Disturbo psichico, coppia

e sistema familiare

 

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze  incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.