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Tag Archives: disturbo psichico e coppia

Adolescente e bigliardo. La “morte” del figlio e l’uccisione dei “genitori”

Prima di iniziare un’importante partita, gli esperti giocatori di bigliardo gettano le biglie contro i diversi punti delle sponde, valutandone la consistenza e la tenuta in ogni loro parte; così sanno con quale forza bisognerà calibrare il tiro durante la partita. È un po’ quello che fanno gli adolescenti con i comportamenti e, ancora di più, con i “valori” dei genitori, sia quelli consci e dichiarati, sia soprattutto con quelli inconsci e più profondi, quelli che nessun altro intuisce o conosce più di un figlio. In tale modo ne provano, verificano, valutano la verità, la tenuta, la coerenza, l’autenticità. Da parte del figlio provocare e sfidare i genitori non è, dunque, obbligatoriamente o esclusivamente una azione di svalutazione o di “mancanza di rispetto” o una irriverenza fine a sé stessa. È invece una necessità, legata alla fisiologia del confronto e del riferimento: l’adolescente sfida e snida l’anima dei genitori e l’anima del loro legame genitoriale e – se c’è – anche genitoriale , perché quelle anime vuole conoscerle fino in fondo, vuole sondarle e – se possibile – desidera amarle come i modelli da seguire nella propria vita di individuo e di coppia.

Ripeto, nessuno più di un figlio conosce dal di dentro i propri genitori, il loro essere o non essere coppia, relazione, interazione, interlocuzione, identificazione reciproca. Nel “tra” della coppia il figlio viene concepito, accudito, formato, educato. Il “tra” è la sua culla, la sua mangiatoia, il suo primo orizzonte, il suo mondo originario, la sua più antica identità, il primordiale guscio della sua esistenza, il riferimento da cui partire e ripartire, per porsi il problema del senso e della identità.

Ma, troppo spesso, il “tra” della coppia sia genitoriale che coniugale, invece di essere dinamica viva e vivente, è un guscio, duro e sedimentato, dal quale è difficile uscire. In particolare lo è il “tra” della coppia genitoriale, quando i genitori, dopo avere poco alla volta lasciato languire e forse morire il “tra” della loro coniugalità, si sono chiusi nella loro funzione genitoriale come se questa fosse l’alibi del loro essere coppia (“se non ci fossero i figli …”), l’alibi di una identità e di una relazione che non ci sono più, l’alibi per non amarsi più, per non crescere più l’uno identificandosi grazie all’altro, per-sonando l’uno attraverso l’altro.

Se non è vivificata dalla relazione coniugale, la relazione genitoriale rischia davvero di diventare uno scorza dura, qualcosa di poco autentico, che trattiene il figlio, come se fossero i genitori ad avere bisogno di lui e del suo rimanere eternamente figlio. Se il figlio se ne andasse, che ne sarebbe di loro? Come potrebbero di nuovo amarsi, guardarsi negli occhi, sperare l’uno nell’anima dell’altro?

In tale modo si viene spesso a creare un capovolgimento di ruolo tanto terribile quanto coperto e negato: mentre dovrebbe essere il genitore a dare conferma al figlio, è il figlio a confermare i genitori nella persistente necessità della loro presenza e funzione. Il prezzo di questo devastante capovolgimento è dunque la necessità che il figlio rimanga figlio, magari “grazie” alla propria problematicità o al proprio disturbo psichico.

Ecco perché, in tutti questi casi, la questione, prima che essere dell’individuo, è del sistema familiare, che ha bisogno di trattenere i figlio e di usarlo come capro espiatorio della propria disfunzione relazionale.

Come un pulcino che voglia nascere, il figlio adolescente deve allora, più che mai, fare i conti con questo guscio, verificarlo, metterlo alla prova, romperlo, uscirne. Solo così potrà cessare di essere figlio, per essere uomo; potrà cominciare davvero a crescere (non a caso il termine adolescente significa “colui che sta cominciando a crescere”), a essere sé stesso in modo autentico, proprio, originale.

Solo “rompendo”[1] il mondo di valori non vivi e non più vivificati dei genitori, l’adolescente può davvero prenderne distanza da quel loro mondo spesso tanto asfittico e arido, così da poterlo oggettivare, conoscere, ri-conoscere, valutare per quello che è. Solo così potrà pensare a un mondo nuovo e proprio.

Da parte del figlio non è azione facile. Non a caso la psicologia parla di necessaria “uccisione” dei genitori da parte del figlio. Non a caso la stessa Bibbia parla del dovere di “abbandonare” (è il termine forte e tranchant usato dalla traduzione della CEI in Genesi, 2, 24) il padre e la madre.

Neppure da parte dei genitori l’azione è facile. Devono sapere morire poco alla volta alla loro funzione genitoriale, vivificando e confermando sempre di più la loro identità coniugale o, come taluni preferiscono dire, sponsale. Se non lo fanno non vivono più la loro dimensione primaria e – che ne siano o meno consapevoli – trattengono i figli e tolgono loro la speranza, cioè li esasperano (il termine deriva da ex, ab, spero, che letteralmente significa “allontano e sottraggo la speranza”)[2]. In questa azione esasperante dei genitori la psicologia sistemica trova la più rilevante delle cause del disturbo psichico.

Se la separazione o il divorzio non consentono al padre e alla madre il recupero attuale della loro relazione coniugale, questi devono sforzarsi il più possibile di salvare quanto di vivo e autentico c’era nella loro relazione di coppia prima che si separassero e divorziassero. Purtroppo molte coppie di separati e divorziati nel conflitto dell’oggi perdono, rinnegano e annullano anche quanto magari li ha uniti e fatti innamorare ieri, in quel “tra” che ha concepito e fatto nascere il figlio.

Troppo spesso la cronaca ce lo ricorda: se il figlio non “muore” con le virgolette, può rischia di morire senza virgolette; se il genitore non è “ucciso” con le virgolette, può rischiare di essere ucciso senza virgolette.

 


[1] “Rompere” è evento tipico di ogni nascita. Non a caso, per nascere, si rompe il sacco amniotico o, come si suole dire, “si rompono le acque”.

[2] Lo stesso san Paolo ammonisce in tale senso i padri (Col. 3, 21).

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

Il disturbo psichico, la coppia e il sistema familiare

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

Coppia e soldi

 

Quando la coppia non è figlia di un vero rapporto d’amore, spesso il denaro viene usato come strumento di controllo. Quello dei due, che teme di perdere l’altro, usa il proprio potere finanziario come gabbia per imprigionare a sé il partner, per non lasciarlo fuggire. Di solito il controllore è lui e la controllata è lei (ma non mancano le eccezioni).

Molto di frequente questa è la tipologia del controllore: un maschio che in utero e sul fasciatoio ha ricevuto dalla madre poca accoglienza e/o attenzione, cosa questa che molto spesso viene negata o attenuata sia dal figlio che dalla madre. Quasi sempre questo maschio ha prima di sé un fratello (molto difficile che si tratti di una sorella), che – non importa se gratificandola o preoccupandola – ha focalizzato massicciamente su di sé l’attenzione della madre, la quale quindi vive con disagio, insofferenza o contrarietà l’arrivo del secondo maschio.

Questo maschio controllore, una volta che sia riuscito – non importa come – a fare coppia, avrà una tremenda paura non tanto di perdere, quanto di non possedere davvero la compagna. È come se, più o meno inconsciamente, ragionasse così: “come posso possedere una donna io che non ho mai neppure avuto l’attenzione e l’amore di mia madre?”, “come posso sentirmi amato, se non ho mai ricevuto amore?”, “come può una donna amare veramente uno come me, brutto e bestia come sono tutti i figli non amati?”. Chi ha letto o visto la fiaba Bella e la bestia, di sicuro trova riscontri tra questo tipo di maschio e il protagonista di quella fiaba: solo quando riuscirà a rischiare la perdita del controllo sulla donna e a  rischiare di liberarla da un amore-prigione, Bestia potrà essere amato davvero. Ma è un rischio che difficilmente questo tipo di maschio sa, può e vuole correre; solitamente preferisce avere non l’amore della donna, bensì il possesso. La ragione per cui il rischio della perdita è per lui impercorribile sta, oltre che nella propria radicale bassa autostima, in una visione del tutto svalutante delle donne (la donna come individuo per lui è un ufo indecifrabile), che “possono amare solo per denaro” e che “sotto sotto sono tutte o puttane o mantenute” (frasi che prima o poi puntualmente dice) e che quindi possono essere possedute solo mettendole in gabbie dorate e/o costringendole alla dipendenza finanziaria, misurando loro i soldi, esigendo il resoconto di ogni sia pure minima spesa, sindacando su ogni uscita di denaro. Spesso – tra l’altro – a fronte di una vita da asceta o da fachiro imposta alla moglie e ai “suoi” figli, il suo regime di vita è altamente lussuoso, di facciata e di prestigio, ricco di quei costosi status symbol con i quali cerca di compensare la propria profonda disistima (anche la donna sarà tendenzialmente vista come status symbol: appariscente, contesa, di buona famiglia). Ultima notazione: per lui l’eros vero sta, più che nel rapporto sessuale vero e proprio (non di rado bisessuale), nell’esercizio del potere finanziario e/o nella umiliazione della donna posseduta o – se si preferisce – nel possesso della donna umiliata. Non a caso sposano spesso donne che escano da separazioni, divorzi o comunque da situazioni che, per una certa morale, siano o possano essere criticabili e ascrivibili a scarsa dignità: prima o poi anche lui finirà con il dare ragione a questa stessa morale e affosserà la poveretta in un mondo di cacca.

 

Disturbo psichico, coppia

e sistema familiare

 

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze  incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.

 

la coppia si fonda non sul tradimento

ma sulla possibilità di tradire

 

In terapia mi capitano spesso copie in cui soprattutto lui non è in grado di conquistare una donna, spesso nemmeno di rivolgerle la parola e di invitarla a bere un caffè per scambiare quattro chiacchiere. Di solito queste coppie si formano per lo più su iniziativa di lei, che, per esempio, più o meno inconsciamente “usa” il matrimonio per scappare dalla famiglia d’origine o per no essere da meno delle amiche.

Quando è Giulietta a scendere dal balcone e non Romeo a salirvi, di solito ci sono guai in vista per quella coppia. Innanzitutto la donna perde uno dei piaceri e delle conferme più strutturanti per il suo narcisismo di genere: il piacere di essere conquistata e di vedere quanto si impegni e cresca per lei il suo conquistatore. In secondo luogo difficilmente, quando ne avrà bisogno (in particolare durante le fasi della maternità o durante i giorni premestruali o in menopausa) questa donna riceverà le giuste attenzioni dal proprio compagno, abituato come è a riceverle solo lui e non allenato da quel prodigioso training d’attenzione che è il corteggiamento.

Di solito i maschi che si fanno conquistare o sono deboli o hanno problemi. Si tratta molte volte di depressi, che non avendo adeguatamente elaborato il problematico rapporto con la madre, si aspettano sempre che una tenera mamma si accorga di loro e li prenda in braccio. Non mancano poi i disturbati a livello narcisistico, che da vere prime donne si aspettano di essere loro i corteggiati: non a caso – spesso – sotto l’esibizione di comportamenti propri di un maschilismo esaspèrato e ossessivo mostrano una debole e fragile identità di genere e una tragica incapacità a relazionarsi davvero con la donna e con la ricchezza del suo mondo.

La mia terapia con queste coppie segue abitualmente due linee strategiche:

1)       rafforzare lei, così che prende pieno possesso del proprio potere femminile e in tale modo riequilibri la simmetria di coppia;

2)       fare crescere lui. Nel caso lui sia depresso e timoroso, aiutandolo ad affrontare il femminile vincendo la propria paura del rifiuto; nel caso sia un narcisista, avviandolo alla straordinaria complessità del femminile e ad un nuovo modo di rapportarsi con la donna.

Prima della terapia queste coppie difficilmente si tradiscono davvero, proprio per l’incapacità a relazionarsi davvero sia del maschio con il femminile, sia della femmina con il maschile. Il buon esito della terapia, paradossalmente, si ha proprio quando sia lui che lei sono in grado, se vogliono, di avviare una vera relazione con un’altra persona. Ma, proprio allora, se davvero c’era tra loro amore, scoprono quanto è bello non tradirsi.

Disturbo psichico, coppia

e sistema familiare

 

Prima di essere problema del paziente, la malattia mentale (oggi è più corretto chiamarla disturbo psichico) è problema del sistema familiare. È come se il sistema familiare ne avesse bisogno, non ne potesse fare a meno. Sta qui – secondo il metodo sistemico – il paradosso della malattia mentale: quegli stessi genitori, fratelli, nonni e zii, che, in perfetta buona fede, “vogliono” aiutare il paziente a guarire, invece inconsapevolmente vogliono che il paziente resti tale, che non guarisca; la sua guarigione cambierebbe il gioco di potere interno alla famiglia, e questo il sistema familiare non può e non deve concederlo.

Facciamo un esempio. Un papà e una mamma che non sanno più essere coppia di marito e moglie e che, al tempo stesso, non sanno né lasciarsi davvero né sposarsi davvero, finiscono con l’impedire lo svincolo del figlio, senza accorgersene gli inibiscono la possibilità di diventare adulto e poco alla volta lo isolano dal corretto processo evolutivo e sociale, portandolo a scompensi sempre più gravi.

Facciamo un altro esempio. Una moglie troppo bambina, incapace di autonoma affermazione e di una vita sociale adeguata, sposa un marito a sua volta incapace di intrattenere un vero e profondo rapporto con la donna adulta; in questo caso la depressione della moglie mantiene e legittima il gioco delle loro due impotenze  incrociate, così che, mentre lei, in quanto “povera” depressa, può continuare a vivere senza mai uscire dal guscio, lui, in quanto “bravo marito che cura la moglie”, può continuare a evitare una vita di coppia davvero adulta.