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Tag Archives: disturbo ossessivo compulsivo

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

A scuola, attenti agli allievi troppo bravi!

 

“Attenti a quelli troppo bravi”, dico spesso agli insegnanti, soprattutto delle superiori. Di solito mi guardano tra lo stupito e il perplesso; sono già così preoccupati a tenere a bada gli indisciplinati, ad arginare i bulli, a motivare i fannulloni. “Ci manca pure che dobbiamo preoccuparci di quelli bravi”, paiono dirmi con quelle loro pupille pedagogicamente destabilizzate. Se non fosse che si fidano di me, penserebbero a un mio lapsus. Del resto anche le famiglie e la mentalità corrente pensano che essere bravo a scuola equivalga a essere sano di mente.

Ma, appena li fai ragionare e fai loro guardare i fatti, ti danno ragione.

Per esempio, le allieve anoressiche sono regolarmente le prime della classe, difficilmente prendono voti bassi alla maturità, non di rado ottengono il risultato massimo. Eppure l’anoressia (sia quella restrittiva che quella bulimica) è patologia gravissima di area psicotica.

Così pure – altro esempio – gli allievi con disturbo ossessivo-compulsivo sono di frequente molto bravi e ottengono risultati più che apprezzabili: fanno tutti i compiti in ogni loro particolare; studiano tutte le lezioni, senza tralasciare neppure la più piccola delle note in fondo al testo; guai se perdono un appunto, una frase, una lezione. Eppure i disturbi di personalità sono patologie massicciamente pervasive, che riguardano in modo grave la strutturazione dell’intera personalità dell’individuo.

Alcune patologie psichiche trovano proprio nell’impegno e nella riuscita scolastici il terreno, lo strumento e l’alibi ideali: permettono a quell’allievo di evitare l’impatto con la vita e con il mondo, il confronto con gli altri, con il proprio corpo, con la sessualità. In questi casi la riuscita scolastica diviene una terribile strategia di evitamento della vita e dell’accesso alla dimensione adulta.

Allora la scuola, senza volerlo, si fa complice di queste patologie, ne diviene a propria volta fattore patogeno o quantomeno fattore di amplificazione e di legittimazione della patologia. Aiuta – ripeto, senza volerlo – le famiglie a non vedere e a non affrontare il problema; delegittima – sottolineo, senza volerlo – l’eventuale intervento psicoterapeutico in corso; è come se i genitori, vedendo il figlio andare bene a scuola, fossero legittimati a pensare: “ma che vuole questo terapeuta? Come fa a dire che nostro figlio sta così male, ha così bisogno di aiuto?”.

Dietro la patologia psichica di un adolescente c’è puntualmente una famiglia che, a propria volta, ha bisogno di nascondere dietro la facciata della riuscita scolastica del figlio i propri vuoti profondi e le proprie dinamiche disfunzionali. Spesso la coppia genitoriale ha bisogno di restare tale, perché non sa tornare coppia coniugale, coppia di un uomo e di una donna che si amano e che perciò desiderano davvero e in profondità (non solo a parole) la fine della loro funzione genitoriale. Troppo sovente dietro un bravissimo allievo ci sono un padre o una madre che hanno, loro, bisogno del bel voto del figlio e che sotto sotto lo esigono: si proiettano nel figlio bravo per colmare le loro frustrazioni, i loro bisogni. Usano il figlio, lo espropriano di sé. E la scuola – ribadisco, senza volerlo – si fa terreno e strumento di queste dinamiche così dolorose e – non poche volte – tragiche.

Quando sento di suicidi di allievi e vedo che quasi sempre la causa viene attribuita a eventi scolastici (per esempio una bocciatura, una nota, la prevaricazione del bullo della classe), penso con tristezza a come una attribuzione di questo tipo prima di tutto non colga l’obiettivo vero, in secondo luogo colpevolizzi ingiustamente la scuola, in terzo luogo contribuisca a fornire ulteriori alibi alla famiglia, impedendole di mettersi in discussione, di crescere, di lasciare che il figlio viva la sua vita.

Cari insegnanti e care famiglie, se il vostro allievo e figlio ogni tanto non studia perché vuole ascoltare con gli amici un bellissimo pezzo musicale; oppure se in un bellissimo giorno di settembre impicca scuola perché è innamorato e preferisce andare a parlare con lei o di lei, non preoccupatevi più di tanto; anzi ringraziate il cielo, perché il vostro insegnamento e la vostra genitorialità sono stati in grado di lasciare germogliare nel suo animo l’entusiasmo e l’amore. Se scoprite la cosa, prima abbracciatelo, poi dategli sorriso e fiducia, poi … sarà lui da solo a rimediare e a sapere rimediare.