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Tag Archives: disturbo di personalità

Commentando il post “quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata”, Valentina mi chiede: “Conosco bene gli aspetti della personalità narcisistica, avendola anche mio padre…sarebbe un errore mandare questa email nella quale gli faccio presente i suoi comportamenti e lo invito a riflettere?”.

Non so se e quanto il padre di Valentina soffra di una patologia del Sé, né se questa sia configurabile come Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Se di questo si tratta, ben difficilmente un invito alla riflessione, per quanto tenero e amorevole possa essere, otterrà risultati positivi. E, dicendo “ben difficilmente”, uso sicuramente un eufemismo.

Chiedere a una persona sofferente di DNP di guardarsi dentro, di riflettere su sé stesso e magari di ammettere la propria patologia, è come chiedere a un cieco di vedere o a una persona priva di gambe di camminare.

Il DNP è un disturbo psichico tra i più impegnativi, sia per il paziente che ne soffre, sia per il terapeuta che cerchi di guarirlo, sia per i familiari che gli sono o che debbano essergli vicini.

Difficilmente la persona colpita da DNP accede o accetta di accedere a una terapia. Non può ammettere che ci sia qualcuno che sia all’altezza di capirla. meno che meno di aiutarla e curarla. Anche soltanto la possibilità di una tale ammissione viene vissuta come assurdo attentato alla propria grandezza. Come può una simile grande persona essere anche soltanto malata? Figuriamoci se può essere curata o aiutata! Semmai saranno gli altri a essere malati, a dovere essere curati e guariti, a cominciare dai terapeuti o da chiunque possa non adorarli. Gli altri, qualunque altro, esistono soltanto come oggetti manipolabili, come spettatori da sedurre o plagiare, come strumenti da usare. Se qualcuno gli resiste, lo fa solo per invidia della sua grandezza. Solo chi gli è schiavo, sa amare. Gli altri sanno solo odiare e, come tali, vanno – giustamente e santamente! – svalutati, umiliati, sporcati, distrutti, annientati.

Nei rari casi in cui si affacci a una terapia, la persona con DNP lo fa soltanto perché è convinta di potere manipolare anche il terapeuta, soprattutto il terapeuta, a conferma che lui è più bravo e potente di tutti i terapeuti, è più terapeuta di qualsiasi terapeuta, specialmente di chi goda la fama di essere un bravo terapeuta. Se per qualche ragione il terapeuta non risponde alle sue aspettattive, allora lo svaluta, cercando di annientarne la professionalità, di svalutarne il nome, di boicottarne l’attività, con modalità ed esiti simili a quelli di chi fa stalking.

Per questa ragione molti terapeuti ci pensano cento volte prima di prendere in carico pazienti con DNP o pazienti che debbano essere protetti da persone narcisisticamente disturbate E non si tratta di certo dei terapeuti peggiori o più sprovveduti.

Per questo dico a Valentina di non procedere con l’intenzione espressa. Se soffre di DNP, il padre – ammesso che voglia davvero farsi curare – può essere aiutato soltanto da un bravo terapeuta, disposto al peso di una terapia molto difficile e rischiosa. Lei, Valentina, pensi a sopravvivere. Senza sentirsene in colpa, stia il più lontano possibile da tanto padre, viva la propria vita e i propri affetti, senza lasciarsi né colpevolizzare, né plagiare, né manipolare, né umiliare.

Non sarà facile per Valentina resistere all’azione erosiva di un padre che sia affetto da DNP. Per questo consiglio a lei e a chi si trovi in situazioni come la sua di farsi sostenere, indirizzare e aiutare da un bravo terapeuta. La psicoterapia serve non soltanto a curare e a guarire i propri disagi o i propri disturbi; serve anche a proteggersi dalla follia di chi ci sta vicino, Spesso gli unici veri matti sono quelli che fanno impazzire gli altri, soprattutto chi, cominciando dai figli, abbia la malaugurata sorte di vivere con loro o addirittura di amarli.

In una mail Bruno mi scrive: “Mi ha fatto impressione vedere quel povero diavolo, o meglio quel povero cristo del padre di Tartaglia che quasi si vergogna oltre che di suo figlio anche di non aver mai votato PDL. Sgomenta, quando accetta (non poteva fare diversamente) immerso nel senso di colpa, il perdono di Berlusconi che in quella mossa diventa non solo l’uomo onesto e giusto, ma l’essere buono, assolutamente amorevole e perfettamente cristiano. Il perdono onesto esige discrezione; se ostentato, non vale più; così le vittime diventano carnefici e i carnefici veri diventano santi. Potrebbe scrivere qualcosa sul capro espiatorio”.

L’analisi della figura del padre di persone psicotiche (come pare essere Massimo Tartaglia) è merito della psicologia sistemica. Prima si tendeva a individuare come responsabile della psicosi soprattutto o esclusivamente la madre e la scorretta relazione diadica (cioè “a due”) tra madre e figlio.

La psicologia sistemica ci dice oggi sempre più chiaramente come la psicosi trovi la propria genesi nella disfunzione delle relazioni dell’intero sistema familiare per almeno tre generazioni. La disfunzione della relazione diadica è dunque solo il prodotto finale di un gioco relazionale disfunzionale più ampio e complesso. Né va dimenticato che, sia pure negate a livello conscio, a monte ci sono sempre in particolare: a) la disfunzione della relazione di coppia padre-madre; b) la disfunzione del gioco triadico (cioè “a tre”) padre-madre-figlio.

Cominciamo dal punto a). In queste famiglie, di solito, la relazione di coppia padre-madre copre l’assenza di una vera e adeguata relazione coniugale. Più o meno inconsciamente, a entrambi “serve” fare i genitori, così da non dovere intrattenere una relazione coniugale adulta e da evitare l’ingaggio in una relazione maschio-femmina capace di vera e crescente intimità, di vero e crescente incontro, di sempre più approfondita identificazione nella propria virilità o femminilità. Per questo i due hanno bisogno di restare genitori a tempo indefinito. A parole e nelle intenzioni consce vogliono che il figlio cresca e sia autonomo; nei fatti ne impediscono quello svincolo e quella presa di autonomia che lo emancipi dalla status di figlio. Se il figlio diventasse uomo e prendesse davvero la propria strada, dovrebbero di nuovo fare i conti con la propria identità di coppia e -ciascuno – con la propria identità di genere (maschile o femminile).

Apparentemente sono loro a occuparsi e a preoccuparsi del figlio; in realtà è la problematicità del figlio a garantire e a legittimare a tempo indeterminato la persistenza della funzione genitoriale (“poveretto, è il nostro eterno bambino”). Proprio in questa ottica la psicologia sistemica definisce il figlio psicotico come la “vittima designata” o come il “capro espiatorio” delle difficoltà relazionali e psichiche dei genitori e, più in generale, della disfunzione dell’intero sistema relazionale familiare: è come se attraverso la propria psicosi il figlio fosse la vittima sacrificale che nasconde e – nascondendo – permette, legittima, mantiene sia la follia dei genitori sia la disfunzione complessiva del sistema familiare.

L’espressione usata dalla psicologia sistemica per indicare la situazione relazionale della coppia dei genitori di un figlio psicotico è “stallo di coppia”. Come nel gioco degli scacchi lo stallo indica una situazione nella quale sia l’uno che l’altro giocatore sono bloccati nella impossibilità sia di vincere che di perdere, così lo stallo di coppia indica l’impossibilità dei due sia a lasciarsi sia a incontrarsi davvero come uomo e donna e come maschio e femmina. Queste coppie diradano sempre più – quantitativamente e qualitativamente – i rapporti sessuali, i momenti di intimità (di rado fanno vacanze o provano piacere a stare loro due, da soli, inintimità); tra loro parlano quasi esclusivamente dei problemi dei figli (in particolare, guarda caso, di quello psicotico), dei problemi di lavoro, dei conflitti familiari, dimenticando quasi del tutto ogni parola di vera intimità, ogni richiamo a interessi di coppia che non siano il lavoro, i soldi, la famiglia, “quel” figlio. Anche quando litigano, ripetono sempre – negli anni e nei decenni – le stesse parole, le stesse frasi, le stesse lamentele, come se fosse sempre la solita eterna litigata, così che neppure le litigate escono dallo stallo e sono produttive o decisive di qualcosa.

Veniamo ora al punto b). Di fronte alla crescita del figlio, soprattutto quando questi è adolescente o inizia la giovinezza, la coppia genitoriale ne impedisce – di fatto e al di là delle intenzioni consce e dichiarate – il distacco dalla madre e l’accesso allo svincolo e alla autonomia.

In queste coppie di solito la madre è debole, poco assertiva; spesso ha una auto-stima molto bassa sia di sé che del femminile; comunque tende a subire passivamente il compagno e le sue critiche; di rado riesce a identificarsi davvero in altri ruoli o in altre funzioni che non siano quelli materni.

Quanto al padre, di solito è persona molto svalutante nei confronti del femminile. Se e quando si mostra premuroso nei confronti della compagna, sotto l’apparenza dell’aiuto si sostituisce a essa, dichiarandone di fatto l’inutilità e l’inadeguatezza, comunque svuotandone di significato la presenza e la funzione (spesso appaiono come “mammi” perfetti). Se e quando, al contrario, si disinteressa della compagna, anche in questo caso non testimonia né garantisce il diritto del figlio a crescere e a rendersi autonomo dalla madre, ma glielo ributta addosso, dichiarandola per giunta inadeguata, comunque lasciandola madre e colpevolmente madre, in ogni caso dichiarandola – più o meno apertamente o direttamente – come l’unica responsabile dei problemi del figlio.

Spesso questi padri sono persone con un Sé molto problematico, spesso con veri e propri Disturbi di Personalità (per esempio quello Narcisistico o quello Ossessivo-Compulsivo, o quello Antisociale) o con nodi depressivi e/o psicotici profondi e gravi. Ma si tratta anche personalità con patologie nevrotiche o con forti nodi nevrotici. Al di la della struttura psichica della personalità del padre, quello che alla fine conta è l’esito relazionale patogeno che tale struttura produce all’interno della relazione di coppia e della relazione triadica. Il padre è comunque incapace di ogni vera e adulta presa in carico paterna del figlio, che veda, dica, confermi e legittimi il figlio nel suo essere adulto, uomo, persona affermata e autonoma; tende sempre a bloccare l’evoluzione del figlio, a criticarla, a svalutarla, di fatto a impedirla; se lo elogia, lo fa sempre con un “ma” o un “però”che di fatto annulla l’elogio, colpevolizza e infantilizza il figlio; quando lo “aiuta”, in realtà lo sostituisce, lo invade, lo prevarica, magari mantenendolo a oltranza, comprandogli tutto lui, trovandogli lui il lavoro, la casa, la fidanzata oppure, per esempio, chiedendo perdono e scusandosi lui al posto del figlio. Copre questa propria incapacità di paternità adulta, proprio ributtando il figlio sulla madre o non legittimandolo nel suo diritto allo svincolo e alla autonomia (così in un colpo solo svaluta il figlio e la madre). Più o meno inconsciamente ha bisogno che il figlio sia e resti problematico e impegni la madre, così da non dovere fare i conti né con il proprio ruolo paterno adulto, né – più radicalmente – con la propria identità maschile. Per questo di solito intende la propria funzione paterna come un dovere tanto faticoso quanto esibito, tanto mostrato quanto non vissuto; credersi e mostrarsi così coinvolto nella paternità è per lui l’alibi formidabile della propria virilità e umanità tanto più inconsistenti quanto più sono affermate o esibite. Non di rado “usa” il figlio per potere – attraverso lui e la sua problematicità – ottenere compassione, compatimento, vantaggi economici e sociali, attenzione, scena. Più che essere attento al figlio o – meno che meno – alla madre del proprio figlio, è attento a quanto la patologia del figlio gli garantisce in termini di feedback sociale, non importa se positivo o negativo.

Non credo perciò sia un caso che nell’affaire Tartaglia il padre prenda scena e appaia così tanto (da solo; la moglie o non appare o fa da comparsa, senza mai togliere al marito il ruolo di “prima donna”). Massimo, il figlio, confermato nella propria follia, scompare; resta sempre più il padre a prendersi ammirata compassione e addolorata benevolenza. Non è, dunque, un caso che nella lettera di Bruno questo padre venga vissuto come un “povero diavolo” o come un “povero cristo”, che “si vergogna” e “chiede perdono” al potente di turno. Bruno esprime quello che probabilmente è non soltanto la reazione più diffusa e condivisa, ma anche quella più – inconsciamente e tragicamente – funzionale ai bisogni psichici di questo padre, che, pure di ottenere scena e compassione, inconsciamente usa il figlio e la sua follia, sostituendosi a lui e lasciando la moglie schiacciata dalla colpa impotente di una tragica maternità senza fine.

quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata

Fiore mi scrive: ”Un narcisista mi ha distrutto per due volte nella mia vita a distanza di 20 anni. C’e’ una forma di schizofrenia in questa patologia, ho letto svariati libri, ma ho esperimentato sulla mia pelle il dolore che provocano questi tipi di persone, sopravvivere al loro comportamento che fa impazzire una donna è fuori dalle regole, ma sono persone speciali, sono gradevoli quando sono nel momento si, ma poi sono delusivi, è come colpire un muro di gomma, sono sordi, non sentono , hanno paura di vivere, ma sono grandi manipolatori e si riscattano nel lavoro che e’ l’unica cosa positiva nella loro vita. Io mi sono stufata , non c’è modo di comunicare con loro…..tu hai una ricetta???”.

Cara Fiore, hai descritto perfettamente il narcisista: abilissimo seduttore dalla sordità e dalla cecità affettive totali. Aggiungerei: colpevolizzante e micidiale manipolatore di inguaribili masochiste (spesso sono donne con storie di abusi o violenze non elaborate in terapia) e/o di presuntuose presunte salvatrici di chi non vuole per nulla essere né salvato né cambiato. Dimenticavo: il narcisista seduce non perché è interessato alla “vittima”, ma perché più vittime ha più bella figura fa (come penne sempre più numerose nella ruota del pavone).

L’unica persona che per lui conti davvero è sé stesso, intrascendibilmente sé stesso, inesorabilmente sé stesso. Gli altri – soprattutto le donne – sono soltanto oggetti da manipolare, usare, esibire, orpelli della sua vanagloria; oppure sono schermi su cui proiettare e scaricare – spesso con violenza – la propria rabbia radicale e il proprio profondo disprezzo nei confronti della donna.

Se, come parrebbe, la persona di cui parli ha un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), si tratta veramente di una grossa “patologia” psichica, che pochi terapeuti sanno trattare con competenza ed efficacia. Oltretutto il DNP difficilmente accede a una terapia e ancora più raramente si affida al terapeuta (“chi mi può capire?”, “che vuoi che capiscano gli altri di uno come me?”, “io non ho bisogno di nessuno”, “che vuoi che capisca il terapeuta? Sono più bravo io a capire lui”). Come hai bene intuito tu quando parli non del tutto appropriatamente di “schizofrenia”, c’è un indubbio fondo dissociativo nella persona sofferente di DNP, che può portare a deliri di onnipotenza maniacale, non di rado preludio al suicidio.

La riuscita professionale della persona colpita da DNP è frutto di solito – come quasi tutto nella loro vita – di manipolazione e di seduzione strumentale. Il successo sociale, professionale o finanziario, se c’è, nasce dal suo bisogno di conferme sociali, di consenso, di popolarità; come tale, affondando le radici in un bisogno che può strutturarsi come dipendenza, il suo successo sfocia spesso in catastrofiche rovine e in clamorose smentite. Dall’Impero a Waterloo. Dalle stelle alle stalle.

Vuoi un consiglio? Scappa a gambe levate, fin che sei in tempo. Ma ti conviene lasciargli l’impressione che sia lui a lasciare te; altrimenti cercherà in tutti i modi di distruggerti, pur di non vedersi sminuito da te o, meglio, dal tuo rifiuto. In ogni caso, fa in modo di uscire discretamente e completamente dall’orizzonte del suo universo, altrimenti tenderà comunque a “usarti”, non importa in che modo.

Come suggerisce la stessa mitologia greca, la donna di Narciso, che non a caso si chiamava Eco, finisce con l’essere la pietrificata ripetitrice delle parole altrui, totalmente svuotata di carne e di anima. L’esperienza clinica mi conferma sempre più spesso la grande valenza e saggezza di quanto dice la mitologia: noto l’enorme frequenza di morti per cancro al seno e/o all’utero nelle donne di questi uomini. In effetti nulla può rispecchiare l’immagine di Eco pietricata più del corpo di una donna scavata dal cancro e mortificata nella propria femminilità, ridotta soltanto a fare il megafono della sua vanità: lui è l’unica “prima donna” che conti. La altre – tu, per prima – che crepino pure!

 

 

Incesto e dinamiche incestuose. Perché è utile una rubrica ad hoc

Vista la frequentissima, enorme e crescente richiesta sul problema dell’incesto fisico o psicologico, che sta – attraverso i motori di ricerca – caratterizzando l’accesso dei lettori a questo blog, da oggi raccolgo in una rubrica(“Incesto e dinamiche incestuose ”) gli articoli di questo sito che a vario titolo riguardano il fenomeno. Penso con ciò di facilitare il lettore e la discussione; al tempo stesso voglio evidenziare la rilevanza del fenomeno e dei problemi sottesi.

Ricordo che, come già da anni i sociologi e gli psicologi prevedevano e come con doverosa insistenza oggi sottolineano, si sta attuando sempre più il mutamento da una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità edipiche a una società caratterizzata dalla prevalenza di personalità narcisistiche. Si è passati da problematiche proprie dell’Io e del Super-Io a problematiche riguardanti il Sé, la sua difficile attivazione, costituzione, strutturazione.

Non a caso, dunque, si stanno più che mai diffondendo i disturbi di personalità, in particolare quelli di tipo narcisistico e di tipo borderline (secondo una delle due prevalenti scuole di pensiero tutti di disturbi di personalità sono da considerarsi come aspetti di un unico disturbo, quello bordeline). I disturbi di personalità sono disturbi mentali notevoli, che hanno alla loro radice una problematica e prevaricata costituzione e strutturazione del Sé, che in maniera pervasiva condiziona in modo molto pesante la vita emotiva, affettiva, sessuale della persona, la sua possibilità e capacità relazionale in tutti gli eventi dell’esistenza, dal lavoro alla vita di coppia e di famiglia, alla modalità di affermazione professionale, sociale e politica, spesso con gravissimi danni loro e di chi abbia a che fare con loro o – cosa ancora più grave – debba dipendere da loro e dalla loro tanto abile (è tipico della loro patologia) quanto devastante capacità di manipolazione degli altri (per esempio a livello affettivo, sessuale, professionale, politico). Sono disturbi mentali che pochi clinici sanno davvero affrontare e trattare (per molti è difficile perfino la loro stessa identificazione diagnostica). A mio parere, soltanto una metodologia terapeutica che parta da un’ottica sistemica può garantire interventi efficaci e il più possibile risolutivi.

Non a caso, dunque e ancora più in profondità, il Sé sta più che mai rischiando la dissociazione psicotica e schizofrenica (quando lo scompenso psicotico esprime i cosiddetti “sintomi positivi” del delirio e della allucinazione per una durata di almeno sei mesi scatta la diagnosi di schizofrenia) o perfino la frantumazione del Sé. Ricordo un giovane ventenne: in una seduta di poco più di un’ora espresse ben 27 “voci”, segno di una drammatica frantumazione del Sé in un arcipelago di 28 frammenti (le 27 voci e il “soggetto” parlante). Anche nel caso delle psicosi (non dimentichiamo che pure l’anoressia restrittiva e quella bulimica sono processi psicotici gravi) e delle schizofrenie ritengo che soltanto una terapia su base sistemica possa essere efficace e risolutiva. Rammento al proposito che il metodo sistemico trova una delle sue ragioni d’essere e forse la prima radice della sua elaborazione nel fatto che difficilmente lo psicotico accede di propria iniziativa alla terapia, per cui solamente lavorando sul sistema familiare si può davvero accedere a lui, alla sua terapia e alla sua guarigione.

La presenza dell’incesto e delle dinamiche incestuose – che peraltro riguarda tutti i tipi di società e di cultura passate e attuali – assume in un quadro sociale come l’attuale particolare gravità e complessità, riaffermandosi in possibilità di attuazione sempre più drammatiche  pervasive e, oserei dire, epidemiche, con pericolosissime ricadute sulla vita familiare, sociale e politica. Il potere patologico di una personalità disturbata narcisisticamente o invischiata in più o meno gravi processi psicotici può essere micidiale per la sua famiglia, la sua e nostra società, il suo e nostro stato. Spesso evidenziare dinamiche di tipo incestuoso può essere doloroso riscontro, ma può anche rappresentare un prezioso segnale, di cui si farebbe bene a tenere conto.