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Tag Archives: dinamica incestuosa della madre con il figlio maschio

Dove e come trovano culla l’infantilismo e l’incesto del maschio, con possibilità di pedofilia 

Solo quando la madre muore alla propria funzione materna, il figlio può nascere come uomo e diventare adulto. La persistenza della funzione e della presenza materne lasciano il figlio bambino, rendendolo incapace di affrontare il confronto con gli altri maschi, la conquista del mondo, l’identificazione di un territorio e di una identità proprie e nuove, la capacità di approccio e di conquista della femmina esterna e adulta. Questo maschio-bambino tenderà a mantenere fisso lo schema infantile secondo il quale è lui a dovere essere inseguito dalla donna-madre; incapace come è di approcciare e conquistare la donna, ripiegherà su donne deboli e infantili, che lo subiranno continuando a inseguirlo con masochismo intrascendibile, o su donne manipolatrici, che lo useranno con modalità sadiche e/o anaffettive.

Oppure sfogherà la propria sessualità immatura e impotente su femmine interne al territorio: la figlia, la sorella, la madre, la nipotina, la piccola indifesa vicina di casa. L’incesto è l’esito obbligato, cui giungono maschi incapaci di approcciare e conquistare una donna che non sia all’interno del territorio o che, comunque, sia una donna emancipata e adulta.

Incesto e pedofilia incestuosa saranno dunque lo scenario tipico di questo maschio1. La sua sarà una sessualità di “sfogo”, agita all’interno del territorio di riferimento, limitata al bisogno di svuotarsi dalla tensione della propria ansia agorafobica, così che “dopo” possa ancora di più e ancora meglio re-stare (cioè continuare a stare) nel proprio infantilismo impotente.

Se la madre re-sta madre, il figlio re-sta figlio. La maternità non è una identità, ma una funzione (so quanto questa affermazione sia del tutto controcorrente, ma deve essere fatta). Come tale, se è bene esercitata, finisce. Come una gravidanza non può né deve essere superiore ai fisiologici nove mesi, così la funzione materna non può né deve re-stare a oltranza. Se ciò accade, si tratta di una maternità non corretta, patogena e/o patologica, che, come si è detto può produrre incesto e pedofilia.

A monte di maternità di questo tipo ci sono coppie del tutto inadeguate, incapaci di vera autentica genitorialità. Dunque primo e vero responsabile di maternità inadeguate è non il padre o la madre, ma la coppia nella propria incapacità genitoriale.

 

 

 

1Solo una acritica mentalità omofobica può identificare pedofilia con omosessualità.

 

 

Incesto e stragi familiari: un’unica abissale radice

Come ho già detto, attraverso i motori di ricerca moltissime risultano le richieste perché questo sito parli d’incesto. Mi stupisco che nessuno degli operatori dei grandi media individui e segnali la presenza di questo interesse.

Da parte mia, noto invece che, se c’è un legame capace – dando ragione e causa – di unire tra loro eventi tragici quali i sempre più frequenti episodi di stragi familiari, questo va colto in un implosivo, violentissimo vortice d’incesto e di dinamiche incestuose, che sta investendo le nostre famiglie.

Che altro è l’omicidio-suicidio tipico di queste stragi di genitori e figli, se non il folle, assurdo, magico tentativo di bloccare la genitorialità e la filialità di sé stessi nel tempo, e il tempo in sé stessi, rendendo assoluto, irreversibile, invincibile il possesso? E che altro è l’incesto se non il tentativo di continuare a possedere e a possedersi nel figlio o nella figlia, al di là e al di qua di ogni tempo e di ogni storia? Che altro è se non il tentativo di non lasciare mai la madre e il padre, grazie al magico assoluto possesso del matricidio e del patricidio? Strage familiare e dinamica incestuosa non hanno allora la stessa identica, magica, folle, abissale, unica radice?

La strage familiare è per certi versi l’estrema, radicale, magica, folle coerenza dell’incesto; è l’incesto spinto alla propria estrema folle conseguenza, all’ultima assoluta sperante disperazione, quella che non vuole e non può più vedere nulla oltre di sé.

Che l’incesto sia cecità disperata, lo ha detto fin dall’alba stessa dell’Occidente la saggezza greca, quando, nel mito, dice di Edipo che si acceca di fronte alla coscienza del proprio incesto con la madre Giocasta.

Incesto è black out della luce, di ogni luce e di ogni dare alla luce. Anche per questo è evento tanto nascosto e taciuto. Incesto è in-vidia (letteralmente “non vedere”) della vita. Dunque è difesa paranoide nei confronti di ogni incontro tra le diversità. Difatti, dove altro è e sta la vita, se non nel luogo in cui le diversità si incontrano, si amano, concepiscono e si concepiscono l’una nell’altra, chiedono di essere futuro, progetto, utopia, l’una diversità per-sonando nell’altra e dell’altra? Ecco perché incesto è anche – radicalmente e prima di ogi altro fatto o fenomeno – evento e culla, oltre che di buio cieco, anche di paura della diversità propria e altrui, di intolleranza, di razzismo, di apartheid, di eliminazione e soluzione finale di ogni novità e alterità, di aborto, di occidente. Non è un caso – io credo – che aborto e occidente abbiano la stessa matrice semantica e entrambi significhino “lontananza dal sorgere del sole”, cioè lontananza dalla e della luce. Prima di difendere l’occidente, non è forse il caso di vederne, metterne in luce, coglierne il dramma, di affrontarlo e guarirlo? Anche oggi Edipo è ancora lì a Colono dove – nel giardino delle Erinni, le divine furie vendicatrici – attende la definitiva discesa agli inferi. Con lui sta la figlia Antigone (significa “contrapposta alla generazione”), che, come dice Euripide nelle Fenicie, rinuncia per il padre alle nozze e alla generazione. Quanti Edipo, quante Antigone, quante Giocasta (madre e sposa di Edipo), quanti Laio (il padre ucciso da Edipo; il padre che, trafittigli i piedi aveva abbandonato appena nato Edipo, così che morisse) ho incontrato e incontro sempre di più nelle mie terapie!

Che l’incesto sia infradiciato di cecità, lo dice ogni giorno l’esperienza clinica. Senza vedere quanto incestuosi sono nelle loro logiche, pur di continuare a possedere i figli, i genitori ne impediscono lo svincolo in mille modi: tengono ancora in casa figli e figlie ventenni, trentenni (e oltre); temono di lasciare soli in casa “bambini” di 11-12 anni anche in pieno giorno e solo per un’ora o due; continuano a portare a scuola figli e figlie di 13, 14, 15, 16, 17, 18 anni; se la scuola non è proprio lì alla porta accanto e dista anche solo due o tre fermate d’autobus, portano loro a scuola i figli di 6, 7, 8, 9 10, 11, 12 anni. Addirittura, pur di continuare a mantenere figli i figli e pur di continuare – mantenendoli figli – a possederli, li condannano – ciechi – alla problematicità, alla mai raggiunta autonomia, al disturbo psichico. Legittimano la loro cecità puntellandola di indiscutibili paranoie, che vedono pericoli dovunque e comunque, che hanno “bisogno” che ci siano i pericoli, così che, nei pericoli, trovi alibi il vero grande pericolo: la possessione incestuosa del figlio, condannato a restare per sempre bambino, incapace di allontanarsi, di essere autonomo, di affrontare e vivere la luce della propria vita.

Allora, perché si resti eternamente padri e madri di figli eternamente figli, quale strada c’è più assoluta, più sicura, più occidentale dell’incesto? E quale incesto c’è che sia più assoluto, più incancellabile, più occidentale di una strage familiare? Chi più di Pietro Maso o di Ferdinando Carretta possiede per sempre la propria madre, possiede per sempre il proprio padre? E chi più del padre e della madre di Pietro Maso e di Ferdinando Carretta possiede per sempre la vita del figlio?

 

Madri che, pur di non perdere il figlio, gli mettono la ragazza nel letto
Me lo conferma sia direttamente il mio lavoro clinico sia indirettamente quello dei colleghi che ho in supervisione: sono sempre più frequenti i casi di madri che, pur di non perdere il figlio, gli mettono la ragazza nel letto. Più o meno inconsciamente. Più o meno in buona fede. 

La ragazza di solito è una creatura smarrita, dalla scarsa autostima, con bisogni affettivi enormi e un vuoto depressivo profondo; nessuno si è mai davvero curato di lei, né l’ha mai fatto davvero oggetto d’attenzione. Per certi versi la sua psicologia ricorda quella delle bambine abusate: affamate come sono di attenzione e di affetto, leggono l’approccio dell’abusante come dettato da sincero affetto e da vero interesse. Proprio con modalità seduttive e strumentali analoghe a quelle di un abusante, la madre del ragazzo, più o meno inconsciamente, avvicina la poveretta, ne diventa amica e confidente, in certo modo la conquista e – con abilità tutta femminile, ma con determinazione tipica di un maschio – la fa sua, perfettamente e in tutto controllabile e manovrabile da lei. A questo punto, cucinata a dovere, la tapina è pronta per essere infornata nel letto del figlio. Tutto quello che succederà tra i due giovani verrà puntualmente monitorato, controllato e diretto dalla madre, così che il rapporto non sia né troppo coinvolgente da formare una vera coppia, né così insignificante da spingere il figlio alla ricerca di altri più gratificanti legami.

In quale conto queste madri tengano la persona del figlio, la sua affettività, la sua sessualità è fin troppo facile intuirlo. Il figlio è loro e solo loro. È, per loro, poco più di un bambolotto, in tutto o quasi manovrabile da loro. Né in alcun modo si fidano di quel poco di suo che egli possa essere o fare, soprattutto in ordine agli affetti e al sesso. Come possono fidarsi dei maschi, del loro cuore? Il pisello poi, te lo raccomando: è per loro la cosa più idiota che esista. E, quante storie!, che cosa è poi il sesso? Serve solo ai maschi per sfogarsi nella loro infantile idiozia, e alle donne non sprovvedute per dominarli e tenerli in pugno.

Per queste donne, poi, la persona del padre è come se manco ci fosse. Ne scippano il seme e, dopo, se è ricco o ha una posizione, lo usano per vivere, allevare il figlio, così che, possibilmente, subentri al posto del padre. Così – per interposto figlio – ne prendono dopo il seme l’azienda e i capitali. Del resto, queste madri che altro maschio potrebbero mai selezionare per restare incinte di quel figlio che poi sarà loro e solo loro? E chi mai può accettare questo gioco di paternità scippata, se non un maschio relazionalmente debole, manipolabile, incapace di conquistare lui la donna, di costruire con lei una vera intimità di coppia?

Per queste donne la sessualità del figlio è come una mammella, che, quando è troppo gonfia di seme e troppo tesa, va munta. Per evitare rischi, procurano loro la mungitrice. Qualcuna – più sbrigativa ancora – a letto a mungere ci va lei in prima persona. Meglio non fidarsi delle altre, neppure delle derelitte. Di fronte al dubbio, tolleranza zero. Per la sicurezza, che cosa è un piccolo sacrificio? E poi quel pisello è mio, l’ho fatto io, chi lo sa mungere meglio di me?

 

Dinamica incestuosa della madre e matricidio del figlio: a Bitetto (Bari) un uomo di 44 anni soffoca la madre

 

Dovrebbe durare nove mesi. Invece per certe madri il parto non avviene mai e la gravidanza dura decenni, perfino tutta la vita. Parlo naturalmente della gravidanza psicologica, tipica di donne che non vogliono o non sanno partorire il figlio. Se lo tengono in pancia per tutta la vita.

La vittima di tali gravidanze è soprattutto il primogenito maschio.

Su di lui queste madri si buttano con tutta l’invadenza delle loro proiezioni e delle loro frustrazioni. Non lo lasciano andare. Non lo danno mai né al mondo né al padre.

Non a caso, quando, soprattutto finito l’accudimento o all’inizio dell’adolescenza (sono queste le due fasi più rilevanti, e tra di esse tutta la fase della cosiddetta latenza), il figlio dovrebbe psicologicamente essere “dato al padre”, queste madri lasciano il padre del bambino. Non necessariamente ciò coincide con una separazione legale. Spesso è soltanto una separazione di fatto, magari condivisa e dovuta o attribuita a ragioni di lavoro o di tradimento o – in non rari casi – legata alla morte precoce dell’uomo o all’inizio di una sua invalidità fisica (di frequente la causa è un incidente dovuto a comportamenti oggettivamente a rischio: alta velocità, lavoro non protetto, eccessivo affaticamento ecc.) o psichica (per esempio a seguito di una dipendenza). Comunque sia, in gioco c’è una netta e decisa separazione emotiva e affettiva della donna nei confronti dell’uomo che l’ha resa madre, come se, una volta terminato il suo ruolo di fecondatore, questi non le servisse, non le importasse o non le interessasse più.

A loro volta questi padri, più o meno inconsciamente e in modo più o meno conflittuale, lasciano accadere tutto ciò o permettono che tutto ciò accada. Anche a loro, in certo modo, fa gioco da un lato non assumersi la responsabilità della paternità, dall’altro non confrontarsi con la complessità del femminile per giunta arricchito dall’esperienza della maternità. Sono maschi in certa quale misura predisposti all’assunzione di questo gioco relazionale: a loro volta, sono stati o sono tuttora coinvolti in dinamiche analoghe, oppure – al contrario –  da piccoli non sono stati adeguatamente accuditi, a volte hanno subito da parte della madre abbandoni o rifiuti o svalutazioni (magari a confronto con un fratello prediletto). In ogni caso, proprio per la storia che hanno alle spalle, questi padri – quasi sempre – non sono in grado né di vedere né, meno che meno, di prevedere e di evitare il gioco nel quale sono invischiati, così che finiscono inesorabilmente con il subirlo.

Quanto al figlio, per lui non si aprono molte possibilità: o subisce la madre e le sue proiezioni o si ribella in vario modo, cercando di sfuggirle.

Nel primo caso diventerà il bravo e gratificante esecutore delle aspettative materne, realizzando il progetto della madre ed esprimendone i valori più underground: per esempio, se la madre desidera la ricchezza e l’affermazione sociali non importa a quale prezzo, il figlio diventerà uno spregiudicato uomo d’affari o un politico ambizioso e senza scrupoli né di verità né di morale. Il prezzo di ciò sarà una vita senza vera sostanza, solo di facciata, sempre più bisognosa di conferme sociali, quasi la protesi esistenziale della vita della madre. Quanti potenti e potentelli escono da storie di questo tipo!

Nel secondo caso il figlio diventerà “il cruccio” o la “spina” della vita della madre, la fonte colpevole di ogni sua tristezza, la causa di ogni suo male, l’occasione di ogni sua lamentela più o meno esibita (e troverà sempre chi le dà ragione); ogni tentativo di svincolo o di allontanamento del figlio dovrà fare i conti con pesanti dinamiche di colpevolizzazione o di svalutazione materne;purtroppo la conseguenza non rara di tali dinamiche è il disturbo psichico (più o meno grave, a seconda di quanto nel gioco patogeno intervenga o meno il padre, con ulteriori svalutazioni del figlio, che non sostenuto neppure dal padre, sarà di fatto ributtato nei tentacoli della madre e nella regressione) e/o l’accadere di incidenti più o meno inconsciamente suicidari. Non è del resto rarissimo l’evento del suicidio vero e proprio. Più frequenti sono gli eventi depressivi o – al contrario – l’affermarsi sempre più pervasivo di disturbi della personalità narcisistici e/o antisociali (bullismo, violenza sociale gratuita ecc.). In alcuni casi il tasso di violenza accumulato da questi figli contro l’invischiante risucchio materno non imploderà nella negazione di sé (come nella depressione o nel suicidio) né esploderà contro i valori, le cose o le persone, ma potrà dirigersi contro la stessa madre, picchiandola o forse uccidendola, come sciaguratamente dimostra il matricidio confessato due giorni or sono, il 13 settembre, a Bitetto in provincia di Bari, dove il 10 agosto un uomo di 44 anni (primogenito maschio, prima di lui una sorella) ha ucciso la madre di 75, con la quale abitava e con la quale da tutta una vita configgeva; con l’omicidio ha cercato probabilmente l’impossibile fuga dal suo potere.

Non penso che casi come questo resteranno isolati. Ogni giorno di più le nostre famiglie e – di conseguenza – le maternità stanno diventando uova dal guscio sempre più duro, dal quale inutilmente i pulcini cercano di uscire. L’uomo di Bitetto ha soffocato la madre, ha fatto fisicamente con lei quello che psicologicamente si è sentito fare da lei per tutta la vita: “Non ce la facevo più, mi rimproverava”, «Non ce la facevo più, era l´unico modo per liberarmi di lei, per salvare la mia vita. Mi ossessionava, mi stava sempre addosso, un rimprovero continuo».

Ma, proprio istigandone il matricidio, la madre di Bitetto continuerà anche da morta a trattenere il figlio e a rovinarne la vita. Come già si è detto parlando del delitto di Salsomaggiore l’omicidio tiene per sempre uniti in un insuperabile possesso la vittima e il suo assassino.