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Tag Archives: coppia

Chi vuole vedere un video eccezionale, bellissimo, unico, vada al mio articolo chi è diverso conosce almeno due lingue, dove in allegato al commento di Antigone c’è il video che vi consiglio. Chi voglia poi vederlo direttamente su YouTube, basta che clicchi http://www.youtube.com/watch?v=LnLVRQCjh8c&feature=related.

Sono un appassionato di balletto classico. Di rado ho visto tanta bravura e tanta capacità di emozionare lo spettatore, in senso assoluto, indipendentemente dal fatto che lei sia senza un braccio e lui senza una gamba. Anzi, è proprio il limite fisico dei due ballerini quello che apre l’esecuzione a significati nuovi, più ampi, a quella seconda lingua che arricchisce la lingua della “normalità”, la sprovincializza rendendola più autentica e aperta. Questo pas de deux dice l’essenza della coppia e dell’amore in modo nuovissimo, dove il limite dei due diventa la risorsa della coppia, la possibilità stessa della interazione e dell’affidarsi, la presenza di significati e intuizioni-soluzioni formidabili per l’essere coppia, per l’essere di ogni coppia. Dice come non mai del maschile e del femminile, della sessualità e dell’amore. E c’è ancora chi vorrebbe vietare la sessualità e l’amore a chi è diverso e/o handicappato! Quale innamorato  può essere tanto in gamba? A quale donna si può chiedere la mano, per sposarla in modo tanto assoluto?

La bravura di due ballerini “normali” può rischiare di apparire idealizzazione, astrazione disincarnate. La bravura di questi due ballerini, pure essendo enorme, non corre questo rischio; non impoverisce l’arte, ma la carica di valenze simboliche del tutto nuove e profonde, immuni da ogni rischio di manierismo.

Non solo, dunque, chi è diverso conosce almeno due lingue. Si può anche dire che chi è diverso insegna la seconda lingua a tutti coloro che amano impararla, arricchendosi di dimensione sempre più nuove e profonde.

sondaggio se ci sono coppie felici

Alla pagina “SONDAGGI” puoi trovare un importante sondaggio se ci sono coppie felici.

Clicca qui =>

ci sono coppie davvero felici?

 

 

“come controllare la bulimia”

Parecchi lettori giungono a questo sito digitando nei motori di ricerca la richiesta “come controllare la bulimia”.

La bulimia non è un sintomo controllabile. È un disturbo mentale (una volta si diceva malattia mentale) molto grave, una psicosi, che può avere esito mortale. Come tale va affrontata. Questo sito più volte l’ha ribadito (vedi gli altri articoli di questa rubrica): solo una psicoterapia sistemica può – a parere di chi scrive – permetterne la guarigione. Altri approcci terapeutici non sono, per chi scrive, risolutivi: né quello medico-psichiatrico (per lo più attuato per via farmacologica e/o psicofarmacologica), né quello proprio della psicoterapia individuale, né quello della cosiddetta “terapia o psicoterapia integrata” (quella cioè che mixa o “appoggia” o “sostiene” il primo approccio al secondo). Una terapia, che ponga come proprio obiettivo terapeutico (tattico o strategico che sia) il “controllo” del sintomo, finisce quasi sempre con il colludere con il gioco disfunzionale del sistema: risulta in tale caso non soltanto non risolutiva, ma addirittura ulteriormente patogena. Non a caso mantiene di fatto la centralità patologica del paziente designato; spesso si limita a spostare la ossessione compulsiva della persona bulimica sulla ossessione dell’azione controllante e di chi la agisce.

Prima di essere problema e disturbo di un individuo (quasi sempre una femmina; raro, anche se in aumento, il caso di bulimici maschi), la bulimia è problema e disturbo del sistema familiare, causato dalla disfunzione delle relazioni familiari, in primis dalla disfunzione della relazione della coppia dei genitori. Se prima non si guarisce la disfunzione del sistema, non si può guarire la persona bulimica.

Anche se e quando ci sia la remissione dei sintomi bulimici (in particolare le irregolarità alimentari, il vomito compulsivo, la amenorrea), non si può – in assenza di una adeguata psicoterapia sistemica – parlare di guarigione. Il problema è non risolto, ma soltanto spostato nel tempo e nelle dinamiche. E – aspetto che occorre sottolineare con estrema chiarezza – spostare e rinviare il problema significa, nel caso dei disturbo psicotico, aggravarlo. La psiche o evolve o regredisce, non consente parcheggi o standby neutri e innocui.

Nel gioco relazionale di un sistema familiare rimasto disfunzionale, le stesse dinamiche e gli  stessi comportamenti di “controllo dei sintomi” possono essere estremamente pericolosi e ulteriormente patogeni: dando l’illusione e/o l’alibi dell’impegno terapeutico e del cambiamento, coprono (anche per anni e anni) la disfunzionalità del sistema, rafforzandola e rendendola ancora più patogena.

Il deficit strutturale del Sé della persona bulimica non è dunque risolto né con il “controllo”dei sintomi né con la loro remissione. Né – ripeto – può essere davvero affrontato e risolto, se prima non si liberano gli individui dalla disfunzionalità relazionale dell’intero sistema familiare.

 

In ogni donna ci sono almeno quattro donne

In ogni donna vivono almeno quattro splendide creature che a ogni ciclo mestruale si ripresentano, ogni volta in forma e modalità diversa, ma sempre nella fedeltà alla irrepetibile unicità del Sé. Quasi nessun uomo sa, rispetta e riconosce la straordinaria complessità di questo molteplice affiorare. Neppure le donne del resto sanno profondamente di ciò, né esigono – come e quanto dovrebbero – che ne sia rispettata, accolta e amata la scansione.

All’inizio del ciclo, in particolare nella prima settimana, riemergono l’adolescente, il suo fascino di provocazione fanciulla, il desiderio di essere corteggiata nel gioco, inseguita nel corteggiamento, amata nello scambio di una parola attenta, ingenua, bene articolata. Allora ama la freschezza della autonomia, la spontaneità della libertà, il piacere dell’indipendenza. E ciò che è fresco, spontaneo, piacevole può essere non preso, ma solo sorpreso dalla freschezza, spontaneità, piacevolezza dell’altro da sé. Il racconto, l’immagine, la fantasia, la fiaba, il piccolo insospettato dono, la gioia di camminare insieme dicendosi reciprocamente: sono queste le dimensioni d’adolescente proprie di questa ritornante stuzzicante ragazzina. Dall’amante ama essere scelta tra le altre, quasi a dispetto e invidia delle altre. Di lui desidera la vicinanza, l’attenzione, la furba tenera sorpresa, il ripetuto gentile avvicinarsi, la sapiente intelligente sfumatura d’approccio, l’ardito timido rivolgersi, il prezioso pronto riconoscerla e scoprirla nell’animo e nel sogno.

A cavallo tra la seconda e la terza settimana, in corrispondenza con il pieno esplodere della ovulazione, emergono la femmina potente, l’affermata consaputa sapienza della seduzione trasformante, il piacere solare di un corpo irresistibile e implosivo, l’unicità del proprio Sé femminile (come se le altre neppure esistessero o potessero esistere). Allora la donna ama il potere di sé, per questo le piace essere conquistata, presa, penetrata, abitata, così che lei possa trasformare e possedere d’amore. Lasciarsi pienamente andare a sé stessa, affidarsi fiduciosa al proprio potere di femmina e alla propria adulta sapienza di femmina: sono queste le dimensioni divine tipiche di questa fase. Dall’amante ama essere non più sorpresa, ma presa in tutto il fulgore della propria forza di femmina. Di lui desidera la forza generante e vivificante, la decisione adulta e libera, la bella e ricca sicurezza del gesto, la continuità potente e certa dell’intensità, la immediatezza autentica e vera dell’esclusivo esserci per lei e in lei.

Nella settimana che precede il flusso, emergono la smarrita incerta bambina, il timore dell’inadeguatezza, la paura di non essere bella e capace, l’angoscia di non essere più desiderata e desiderabile, la tristezza della frustrazione (come se tutte le altre fossero più belle e più donne di lei). È come se questa bambina dicesse: “se dovrò mestruare l’ovulo prezioso della mia piena femminilità, significa che sono brutta e incapace, che io sola mai diverrò donna potente e amata”.  Allora teme la propria debolezza e fragilità, per questo ama essere abbracciata, contenuta, coccolata, continuamente confermata, proprio come una bambina smarrita che nessuno ama e vuole. La depressione più o meno fisiologica, la tristezza, l’inadeguatezza di sé, la sfiducia nelle proprie capacità: sono queste le umanissime dimensioni proprie di questa fase. Dall’amante ama essere contenuta con forti rassicuranti dolcissime braccia. Di lui desidera non la penetrazione, ma la carezza, la delicata conferma, la parola vicina e attenta, lo sguardo buono, accogliente e confermante.

Durante i giorni del flusso, come ci insegnano le culture che noi ancora ci ostiniamo a chiamare “primitive”, emergono la femmina notturna del novilunio, la sapienza del ritrarsi in sé, il senso di una solitudine forte e ristrutturante. Allora la donna ama il proprio mistero di luna nascosta e di dea inaccessibile, per questo vuole essere lasciata a sé stessa, in una distanza rispettata e sacra, così che lei possa riattingere l’appartenenza alle profonde potenti radici che tra loro uniscono tutte le femmine della natura. Per questo in molte culture è vietato guardare la donna in questo periodo: sarebbe come guardare a occhio nudo l’accecante luce del sole o immergersi nudi negli abissi più profondi delle acque, là dove gli oceani traggono l’oriente delle loro travolgenti maree. Allora la donna ama essere lasciata in solitudine, pensata da lontano, con sacro stupore, ammirata in assenza e a distanza. Lo stupore rivolto a sé stessa, la silenziosa ragione di sé, il misterioso viversi, l’appartarsi in un al di qua sacrale: queste sono le ctoniche notturne dimensioni di questa fase tanto profonda quanto oggi del tutto ignorata. Dall’amante ama essere attesa nella distanza, ama essere temuta e amata come si teme e ama il sacro. Di lui desidera la muta devota lontananza, la sempre maggiore complessa delicata  sapienza del mistero.

Non sapere di tutto questo è la causa radicale di molti fallimenti di coppia. Un uomo, che non sappia rispettare la scansione di queste fasi, che non sappia stare a tempo con esse, amando in modo appropriato la complessità femminile della propria donna, creerà in lei un disagio profondo e crescente, che potrà portare anche alla rottura della coppia, senza che neppure egli si renda conto del perché. Una donna che, lei stessa, non sappia di questa propria complessità, si smarrirà sempre più nella depossessione di sé, perdendo oltre che il proprio amore anche sé stessa.

Se la donna saprà vivere e rispettare tutta la complessità e ricchezza delle dimensioni del proprio ciclo mestruale e se saprà farsi rispettare e amare in tutta le sfumature che le sono proprie, allora la menopausa giungerà in età molto avanzata e come dolce approdo a una nuova ricca stagione di vita.

 

Coppia e soldi

 

Quando la coppia non è figlia di un vero rapporto d’amore, spesso il denaro viene usato come strumento di controllo. Quello dei due, che teme di perdere l’altro, usa il proprio potere finanziario come gabbia per imprigionare a sé il partner, per non lasciarlo fuggire. Di solito il controllore è lui e la controllata è lei (ma non mancano le eccezioni).

Molto di frequente questa è la tipologia del controllore: un maschio che in utero e sul fasciatoio ha ricevuto dalla madre poca accoglienza e/o attenzione, cosa questa che molto spesso viene negata o attenuata sia dal figlio che dalla madre. Quasi sempre questo maschio ha prima di sé un fratello (molto difficile che si tratti di una sorella), che – non importa se gratificandola o preoccupandola – ha focalizzato massicciamente su di sé l’attenzione della madre, la quale quindi vive con disagio, insofferenza o contrarietà l’arrivo del secondo maschio.

Questo maschio controllore, una volta che sia riuscito – non importa come – a fare coppia, avrà una tremenda paura non tanto di perdere, quanto di non possedere davvero la compagna. È come se, più o meno inconsciamente, ragionasse così: “come posso possedere una donna io che non ho mai neppure avuto l’attenzione e l’amore di mia madre?”, “come posso sentirmi amato, se non ho mai ricevuto amore?”, “come può una donna amare veramente uno come me, brutto e bestia come sono tutti i figli non amati?”. Chi ha letto o visto la fiaba Bella e la bestia, di sicuro trova riscontri tra questo tipo di maschio e il protagonista di quella fiaba: solo quando riuscirà a rischiare la perdita del controllo sulla donna e a  rischiare di liberarla da un amore-prigione, Bestia potrà essere amato davvero. Ma è un rischio che difficilmente questo tipo di maschio sa, può e vuole correre; solitamente preferisce avere non l’amore della donna, bensì il possesso. La ragione per cui il rischio della perdita è per lui impercorribile sta, oltre che nella propria radicale bassa autostima, in una visione del tutto svalutante delle donne (la donna come individuo per lui è un ufo indecifrabile), che “possono amare solo per denaro” e che “sotto sotto sono tutte o puttane o mantenute” (frasi che prima o poi puntualmente dice) e che quindi possono essere possedute solo mettendole in gabbie dorate e/o costringendole alla dipendenza finanziaria, misurando loro i soldi, esigendo il resoconto di ogni sia pure minima spesa, sindacando su ogni uscita di denaro. Spesso – tra l’altro – a fronte di una vita da asceta o da fachiro imposta alla moglie e ai “suoi” figli, il suo regime di vita è altamente lussuoso, di facciata e di prestigio, ricco di quei costosi status symbol con i quali cerca di compensare la propria profonda disistima (anche la donna sarà tendenzialmente vista come status symbol: appariscente, contesa, di buona famiglia). Ultima notazione: per lui l’eros vero sta, più che nel rapporto sessuale vero e proprio (non di rado bisessuale), nell’esercizio del potere finanziario e/o nella umiliazione della donna posseduta o – se si preferisce – nel possesso della donna umiliata. Non a caso sposano spesso donne che escano da separazioni, divorzi o comunque da situazioni che, per una certa morale, siano o possano essere criticabili e ascrivibili a scarsa dignità: prima o poi anche lui finirà con il dare ragione a questa stessa morale e affosserà la poveretta in un mondo di cacca.

 

quando si litiga,

non si torna dalla mamma

 

Quasi sempre, quando una coppia litiga, almeno uno dei due torna dalla propria mamma. Ebbene, non mi è mai capitato di sentire che ci fosse una mamma capace di dire al figlio o alla figlia: “questa non è più casa tua, torna a casa tua e affronta il problema con la persona con cui hai litigato. È a questa persona che devi rivolgerti, non a me”.

Quante separazioni e quanti divorzi potrebbero essere evitati! Quanta sofferenza in meno! Quante persone adulte in più! Quanto possono essere devastanti la sollecitudine e la comprensione materne! Come sarebbe bello che le madri cessassero di fare le madri e una volta per tutte partorissero i loro figli!

 

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Il  tradimento è sempre un evento

della coppia e nella coppia

 

Anche se a tradire è uno solo dei due, il tradimento è sempre e comunque evento non solo nella coppia, ma soprattutto della coppia: è sempre il terminal di una dinamica relazionale della coppia.

Non a caso molti tradimenti sembrano fatti apposta per essere prima o poi scoperti. Telefonini squillanti lasciati “inavvertitamente” sul tavolo di casa, orecchini splendenti “dimenticati” sul sedile dell’auto, inequivocabili conti d’albergo “casualmente” lasciati nella tasca della giacca: altro non sono che segnali, che, più o meno inconsciamente, avvisano il partner di un tradimento, che in realtà sotto sotto è, per molti aspetti, soprattutto una provocazione o un sadico e inconscio richiamo dell’attenzione. Chi tradisce, sotto sotto “vuole” che l’altro scopra, si arrabbi, protesti, urli, si dichiari ferito. In certe coppie l’indifferenza disattenta del partner pesa e offende più della sua rabbia offesa.

In altri casi, specialmente quando a tradire è lui, il tradimento è la risposta più o meno inconscia a un abbandono o a una più o meno pesante messa da parte. Se una donna si butta a pesce nella maternità e nell’accudimento del figlio, può capitare che il partner si senta trascurato o perfino abbandonato, soprattutto se si tratta di una personalità fragile, con carenze affettive non affrontate e non risolte, con esperienze di rifiuti o abbandoni o disaffezioni alle spalle, con dinamiche edipiche non elaborate e non superate. Non a caso molti tradimenti avvengono proprio in coincidenza delle fasi più coinvolte della maternità: la gravidanza, lo svezzamento, l’accesso del figlio (soprattutto il primogenito maschio) alla scuola materna o alle elementari o alle medie o, ancora di più, alle superiori. In articolare l’inizio della pubertà del primogenito maschio o l’inizio del suo svincolo giovanile o la sua prima “seria” esperienza amorosa convogliano a tale punto l’attenzione materna, da fare sentire trascurato o abbandonato il padre. Ecco allora il suo tradimento. Per certi aspetti è la risposta a un tradimento subito: il padre si sente affettivamente ed emotivamente tradito dalla madre proprio con il figlio. Lo so che una lettura così è difficile da accettare e digerire per una cultura come la nostra tanto centrata sulla idealizzazione della maternità e sulla negazione delle dinamiche incestuose soprattutto tra madre e figlio. Ma so anche quanto questa idealizzazione copra e nasconda proprio gravi situazioni di incesto psicologico, che non producono nulla di buono. In questo caso paradossalmente il tradimento del padre con un’altra donna può essere l’evento possibile non peggiore: peggio sarebbe che il padre – come purtroppo accade non raramente – accedesse a chiusure più o meno inconsciamente suicidarie (quanti incidenti sono frutto di queste dinamiche?), a forme di dipendenza (non solo da sostanze) più o meno accentuate e riconoscibili come tali (non ultima la dipendenza eccessiva dal lavoro), a malattie più o meno invalidanti (che obblighino lei a tornare a prendersi cura di lui), a dinamiche a loro volta più o meno inconsciamente incestuose nel confronti della figlia.

Rilevante è poi il tradimento di uno o entrambi i coniugi in corrispondenza della fine della funzione genitoriale (quando tutti i figli se ne vanno), quando la coppia padre-madre può o deve tornare a essere esclusivamente la coppia lui-lei, come era all’inizio. Non tutte le coppie sanno o hanno la capacità psicologica di attuare questo passaggio, di tornare cioè a essere coppia di due innamorati che stano bene insieme, senza nessuno intorno. Molte coppie rispondono a questa difficoltà trattenendo più o meno inconsciamente i figli, situazione questa molta pericolosa, perché può essere causa di disturbi psichici dei figli o, quantomeno, di una loro ardua affermazione nella dimensione adulta (quanti trentenni o anche quarantenni vivono ancora con i genitori o dipendendo da loro!). Anche in questi casi – il lettore assentirà – il tradimento non è l’evento peggiore.

A modo suo, in tutte queste situazioni di grosso disagio di coppia, il tradimento può essere un tentativo inconscio di colmare un vuoto, di ristabilire un equilibrio. Di sicuro non è la soluzione migliore al disagio di coppia, ma di sicuro non è la peggiore; se letto e interpretato correttamente, può essere un sintomo interessante e un segnale prezioso: se poi, all’interno d una corretta psicoterapia, la coppia sa rispondere al richiamo di questo sintomo e alla sua provocazione di prezioso segnale, l’evento tradimento può portare a esiti di maggiore solidità della coppia, di più intensa profonda comunicazione e, perché no?, di maggiore felicità.

Nel tradimento gioca poi, quasi sempre, l’interferenza più o mano diretta della/e famiglia/e d’origine, ma di questo dirò in altri post.

 

secondo commento al seguente aforisma

la coppia si fonda non sul tradimento

ma sulla possibilità di tradire

 

Mi si dice che questo mio aforisma sconcerta alcune persone, le lascia perplesse, perfino scandalizzate. Mi si dice che queste persone sono scrupolosamente religiose, “credenti e praticanti”. A me spiace tanto che questo persone, non condividendo quanto cerco di dire in queste pagine, non mi facciano partecipe delle loro critiche; potrei, proprio grazie a loro, cambiare idea, crescere, quantomeno potrei vivere la grazia di una bella amicizia. Mi si dice anche che queste persone mi considerano immorale in questa mia affermazione (del resto capita spesso agli psicologi di essere considerati tali). Eppure, più penso a questo aforisma, più mi pare viva della stessa struttura logica di altre affermazioni analoghe, che non mi paiono per nulla scandalose e immorali. Per esempio, se dico che “la libertà si fonda non sul peccato, ma sulla possibilità di peccare”, non dico – mi pare – null’altro che il succo della storia stessa e della vicenda umana, quale ci viene raccontata anche dalla stessa Bibbia (dove è addirittura Dio a “tentare” l’uomo). Analogamente, se dico che “la verità si fonda non sull’errore, ma sulla possibilità di errare”, non dico – mi pare – null’altro che il succo della storia del sapere, della scienza, della ricerca di ogni tipo di verità.

Si vede che a fare la differenza è il fatto che questo mio aforisma parla non astrattamente di libertà e di peccato oppure di verità ed errore, ma concretamente di coppia e di tradimento. Forse è questo a provocare e a dare fastidio. Per molti ciò che ha o può avere l’apparenza dell’astratto non provoca, non esiste neppure se non come vuota formula; quindi non dà alcun fastidio. Nulla allora provoca di più della concretezza, nulla dà fastidio di più della concretezza, soprattutto se a essere concreto è un aforisma che, dicendo di coppia e di possibilità di tradire, ti spinge a chiederti che coppia sei, che capacità hai di relazionarti con la sessualità tua e della persona che ami, se sei in grado – potendolo – di tradire. Se, per esempio, sei incapace di vera relazione con l’alterità e la diversità del tuo maschile rispetto al femminile o del tuo femminile rispetto al maschile, allora può darti fastidio sapere che la fedeltà non è uno stato acquisito e scontato, non è una cuccia difensiva in cui nascondere le proprie impotenze, bensì è un processo, è una continua conquista d’amore, una sempre più ricca possibilità di innamorarsi, di mettersi in gioco radicalmente. Non so come possiamo sentirci amati davvero, sapendo che la persona che dice di amarci, sta con noi non perché ci sceglie e conquista continuamente, ma solo perché non può né sa fare altro. Vivere ed essere la coppia in tale modo, mi parrebbe, più che immorale, tragicamente grigio e squallidamente impotente: come se la coppia mettesse sé stessa in un burka, come se la coppia fosse essa stessa un burka psicotico che isola dal mondo e dalla vita, senza più permettere l’amore e la crescita dei due innamorati, illudendosi che, senza mai viverlo, si possa difendere l’amore. Forse che, per queste persone, chi è sposato, coniugato o, in una parola, coppia, non deve né può più innamorarsi? Ma che coppia è una coppia che non abbia in sé la dimensione e la possibilità di scegliersi continuamente, di innamorarsi, continuamente conquistandosi?

L’esperienza clinica mi dice che molte coppie, troppe coppie vivono la fedeltà come alibi e copertura di una loro incapacità a relazionarsi con la diversità di genere, ad amare sempre di più prima di tutto la persona che dicono di amare. Ci sono per esempio uomini fedelissimi, che non sanno neppure rivolgere la parola a una donna e che forse neppure sarebbero sposati se non fosse stata lei a prendere l’iniziativa dell’incontro (“poverino, mi faceva pena lì tutto solo e gli ho chiesto se voleva stare con me”). Ci sono per esempio donne fedelissime che in tutti gli anni del loro matrimonio, invece di vivere la complicità di coppia, hanno fantasticato amori adolescenziali con persone cui non hanno mai rivolto la parola. Vogliono la fedeltà dei comportamenti e non hanno né fanno crescere quella del cuore e dell’anima. Forse, di fronte alla possibilità concreta di tradire, temono di venire travolti da chissà quali dolorose impotenze o da chissà quali turbinose trasgressioni. Ma allora che idea hanno della sessualità, di sé stessi, dell’amore, della fedeltà, della unicità della persona che amano? Come fanno a sapere che è lei la più bella, l’unica, l’impareggiabile, se per pirincipio o per alibi o per paura negano ogni possibile apertura non tanto al tradimento, quanto alla possibilità della semplice conoscenza delle persone dell’altro sesso? Chi pensa subito al peccato, forse in cuore suo ha già peccato. Ma guai a dirlo, guai ad ammetterlo.

 

la coppia si fonda non sul tradimento

ma sulla possibilità di tradire

 

In terapia mi capitano spesso copie in cui soprattutto lui non è in grado di conquistare una donna, spesso nemmeno di rivolgerle la parola e di invitarla a bere un caffè per scambiare quattro chiacchiere. Di solito queste coppie si formano per lo più su iniziativa di lei, che, per esempio, più o meno inconsciamente “usa” il matrimonio per scappare dalla famiglia d’origine o per no essere da meno delle amiche.

Quando è Giulietta a scendere dal balcone e non Romeo a salirvi, di solito ci sono guai in vista per quella coppia. Innanzitutto la donna perde uno dei piaceri e delle conferme più strutturanti per il suo narcisismo di genere: il piacere di essere conquistata e di vedere quanto si impegni e cresca per lei il suo conquistatore. In secondo luogo difficilmente, quando ne avrà bisogno (in particolare durante le fasi della maternità o durante i giorni premestruali o in menopausa) questa donna riceverà le giuste attenzioni dal proprio compagno, abituato come è a riceverle solo lui e non allenato da quel prodigioso training d’attenzione che è il corteggiamento.

Di solito i maschi che si fanno conquistare o sono deboli o hanno problemi. Si tratta molte volte di depressi, che non avendo adeguatamente elaborato il problematico rapporto con la madre, si aspettano sempre che una tenera mamma si accorga di loro e li prenda in braccio. Non mancano poi i disturbati a livello narcisistico, che da vere prime donne si aspettano di essere loro i corteggiati: non a caso – spesso – sotto l’esibizione di comportamenti propri di un maschilismo esaspèrato e ossessivo mostrano una debole e fragile identità di genere e una tragica incapacità a relazionarsi davvero con la donna e con la ricchezza del suo mondo.

La mia terapia con queste coppie segue abitualmente due linee strategiche:

1)       rafforzare lei, così che prende pieno possesso del proprio potere femminile e in tale modo riequilibri la simmetria di coppia;

2)       fare crescere lui. Nel caso lui sia depresso e timoroso, aiutandolo ad affrontare il femminile vincendo la propria paura del rifiuto; nel caso sia un narcisista, avviandolo alla straordinaria complessità del femminile e ad un nuovo modo di rapportarsi con la donna.

Prima della terapia queste coppie difficilmente si tradiscono davvero, proprio per l’incapacità a relazionarsi davvero sia del maschio con il femminile, sia della femmina con il maschile. Il buon esito della terapia, paradossalmente, si ha proprio quando sia lui che lei sono in grado, se vogliono, di avviare una vera relazione con un’altra persona. Ma, proprio allora, se davvero c’era tra loro amore, scoprono quanto è bello non tradirsi.