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Tag Archives: anoressia e scuola

Inizio dell’anno scolastico: “a che scuola sei portato quest’anno?”

Per molti bambini e ragazzi uno dei prossimi è il primo giorno di scuola. La nostra cara lingua italiana è ricca di mille saggezze e di preziosi insegnamenti. Per esempio, quando chiediamo a un ragazzo: “a che scuola vai quest’anno?”, già nell’espressione “andare a scuola” la nostra lingua ci indica il senso stesso della pedagogia e del rapporto tra scuola e allievo: è l’allievo che va a scuola, che la in-tende (cioè che tende ad essa fino a entrarci), che la conquista anche fisicamente andandoci con le proprie gambe. La lingua ci dice perciò della scuola come luogo e tempo di una conquista anche fisica.

I fatti purtroppo, sempre più spesso, smentiscono la ricca saggezza della lingua. Vedendo come avvengono le cose, oggi dovremmo dire: “a che scuola sei portato quest’anno?”, o forse – peggio ancora – dovremmo dire: “attraverso te a che scuola vanno i tuoi genitori quest’anno?”. Sono sempre più rari i casi di allievi che vanno loro a scuola, conquistandosela anche fisicamente passo dopo passo, giorno dopo giorno, camminata dopo camminata, risveglio dopo risveglio. C’è sempre la mamma o – peggio ancora – il papà o i nonni a svegliare l’allievo, a portarlo mezzo assonnato a scuola, ad andarlo poi a prendere.

Dietro questo comportamento, purtroppo, surrettiziamente si afferma e si vive una pedagogia e una visione del rapporto allievo-scuola molto lontane da quelle suggerite sopra. La scuola non è più tempo e luogo di una conquista del bambino o del ragazzo. La scuola è sempre più un dovere del genitore o del nonno, un loro compito, una loro mansione o pratica quotidiana, Sono i genitori o i nonni ad“andare a scuola” portando o trascinando o scaricando il figlio-nipote, spesso proiettando sul figlio-nipote il loro bisogno di affermarsi e/o di ricevere conferma attraverso la sua riuscita scolastica, di dimostrare grazie a lui di essere loro bravi genitori o nonni, di proteggerlo bene dal mondo cattivo e infido. Usando l’alibi della “necessità” di portare il figlio a scuola, affermano e in-segnano una visione difensiva nei confronti del mondo e della vita e invece di dare – come sarebbe loro compito – il figlio-nipote al mondo e alla vita, lo tolgono dal mondo e dalla vita, lo chiudono in una matrioska genitoriale da cui sarà difficile che egli possa uscire. Sotto sotto resteranno al figlio-nipote due possibilità: o – deludendo i genitori-nonni – subire la scuola sognando esplosioni di evasione e di sballo, o – compiacendo i genitori-nonni – rinchiudersi nel “dovere” scolastico come nella nicchia di una ossessione psicotica, che li isola sempre più da sé stessi e dal mondo (non si dimentichi quanto spesso i primi della classe siano ragazze anoressiche o ragazzi psicotici).

In tale modo i genitori-nonni scippano alle nuove generazioni quell’ “andare a scuola”, che è momento fondamentale e inespropriabile dell’essere allievo. Tolgono le radici all’albero e le fondamenta alla casa. Proprio così: li es-propriano, cioè tolgono loro ciò che è loro proprietà, ciò che a loro è proprio.

Come stupirsi poi che le nuovi generazioni siano disperate, cerchino lo sballo, l’ubriacatura, la velocità suicida, l’anestesia della sostanza, l’esplosione fascista o razzista, il sesso come alternativa anche violenta alla noia?

È soprattutto l’ansia materna a produrre questa grave invasione di campo dei genitori nei confronti del rapporto tra la scuola e gli allievi. In particolare l’ansia materna è rivolta verso il figlio maschio, soprattutto il primo figlio maschio. Sono soprattutto le mamme ad accompagnare a scuola il figlio, con premura e con frequenza che molto spesso con la figlia femmina non hanno o non hanno avuto (di solito non si rendono neppure conto delle preferenze messe in atto). Non mi stupirei che una delle ragioni del migliore rendimento scolastico medio delle femmine rispetto ai maschi fosse legata o dovuta alla minore pressione e “castrazione” psicologiche della madre nei loro confronti; se poi si aggiungono la rabbia e la voglia di dimostrare chi è meglio tra il fratello tanto curato e la sorella meno considerata, si intuisce da dove spesso venga la maggiore motivazione delle femmine ad “andare a scuola”,

Se le responsabilità delle madri sono pesanti, quelle dei padri non sono da meno. Prima di tutto non impediscono alle madri di divorare d’ansia materna il figlio, cercando di affermare e valorizzare, magari corteggiandola di più, i diritti di femmina, di donna e di moglie della compagna; in molti casi i padri soffiano ancora di più sull’ansia materna, aumentandone l’insicurezza e buttando ogni giorno di più la madre addosso al figlio. In secondo luogo, così facendo, non testimoniano né confermano il diritto del figlio a essere autonomo, a camminare con le proprie gambe, ad andare al mondo, a esplorarlo, a misurarsi con le difficoltà e anche – necessariamente – con i rischi, così da poterli conoscere e affrontare. Spesso sono i padri i primi a non dare fiducia al figlio, a disconfermarlo, a rinviarne all’infinito l’emancipazione, come se fossero proprio loro – i padri! – a fare ancora di più e ancora peggio la mamma del loro figlio. La conseguenza è la grave disconferma del figlio, la produzione di un disagio sempre maggiore che tiene infantile il figlio, impedendone anche gravemente l’individuazione e ributtandolo continuamente nello status di bambino piccolo che dipende dalla madre e che non può andarsene e crescere. Quanto patogeni siano purtroppo questi comportamenti paterni, lo dice l’esperienza clinica quotidiana: tante psicosi giovanili hanno alla loro radice proprio dinamiche di questo tipo.

Da parte loro i nonni troppo spesso si sostituiscono ai genitori nella quotidianità, così che alla fine non fanno né i genitori né i nonni (essere nonno è dimensione festiva, non quotidiana), privando i nipoti della ricchezza di entrambe queste due grandi dimensioni formative. “Aiutando” poi i genitori nella loro funzione, i nonni di fatto limitano l’esperienza dei genitori, impediscono la loro apertura sociale. I genitori non parlano né si accordano con gli altri genitori, non li incontrano, non si confrontano con loro, non trasformano in domanda sociale e politica il problema della loro presenza e funzione. Tanto ci sono i nonni! Che bisogno c’è di porsi e di risolvere il problema di come potere e dovere fare i genitori? La disfunzione delle relazioni familiari finisce così con l’avere una immediata ricaduta di inerzia sia sociale che politica.

Si può individuare la scuola migliore del mondo o, come si usa dire oggi, la più “seria”, ma se l’allievo non è lui ad “andare a scuola”, da soli!, si toglie il senso stesso e il significato profondo della scuola e del rapporto con essa.

Andare a scuola” è evento e problema dell’allievo, non dei suoi genitori o nonni. È l’allievo a essere in gioco, solo lui. I genitori, la società lo stato debbono garantire questa possibilità, non viverla loro come se fosse un loro problema o un loro compito. Se lo fanno impediscono alle nuove generazioni di crescere, di conoscere sé stessi, di vivere. Si uccidono i figli credendo di aiutarli.

Tutta la scuola oggi è “privata”, sia quella statale che quella non statale, proprio perché, non lasciando “andare a scuola” da soli i bambini e i ragazzi, si finisce con il privarli della scuola e della sua conquista.

 

 

Il linguaggio del corpo della ragazza anoressica (anoressia restrittiva)

Quanto segue è il tentativo di dare voce e parola – interpretandolo – al linguaggio non verbale degli agiti e del corpo delle ragazze anoressiche (restrittive), che incontro e che cerco di sentire e di aiutare in terapia. Naturalmente il quadro qui espresso è soltanto indicativo ed esemplificativo; non vuole né può essere esaustivo; spesso unisce nella esemplificazione situazioni tra loro molto diverse. Ogni caso è un caso a sé e, come tale, solo l’intervento terapeutico può coglierlo in tutta la sua specificità e particolarità. Quello che qui si vuole fornire è solamente un primo quadro di riferimento e un primo spunto di indagine e di riflessione. Naturalmente, come accade a chi è in un processo psicotico, le anoressiche negheranno di potersi mai riconoscere in quanto qui sotto di dice di loro.

 

Che vuole dirci il corpo della ragazza anoressica? Ci parla di un Sé che rifiuta la pubertà e la femminilità, il ciclo mestruale, la floridezza e i fianchi curvi della donna annunciatori di accoglienza e di maternità, l’affermarsi e il pronunciarsi dei seni e della loro promessa di maternità.

È come se il Sé volesse regredire al corpo bambino, per restare per bambino per sempre, in un corpo bambino che non può, non sa, non vuole affrontare il passaggio d’Acheronte che porta all’inferno (così è da loro vissuto) della corporeità e della esistenza adulte, quasi volesse resistere a oltranza a questo passaggio, con tutte le tragiche forze di un’ossessione inconscia, radicale, violentissima, spesso giocata oltre che sul controllo del cibo, in nicchie difensive ossessivamente controllabili quali lo studio, l’esercizio di professioni o di sport che richiedano elevati livelli di autocontrollo e di perfezionismo. Come potrebbe volere il corpo adulto della femmina, l’esistenza della donna, quel Sé così smarrito e angosciato, ancora tanto affamato di abbracci infantili, come può pensare e pensarsi di essere un corpo di donna guardato dal maschio, desiderato dalla sua esplosiva passione, toccato dal suo possesso virile, penetrato dal suo sesso e dal suo seme?

 

I modelli che ha davanti non aiutano quel Sé, soprattutto i tre più decisivi: 1) la madre, 2) il padre, 3) la relazione maschile-femminile esistente (o non esistente) tra padre e madre:

1.    la madre di solito è di fatto poco assertiva, con autostima solitamente bassa o frammentata, con strutturazione di personalità fragile, spesso – a livello profondo – ancora più fragile di quella della stessa figlia paziente. Quasi sempre la madre è così, perché è vittima a propria volta di una formazione carente, che non le ha permesso di attivare, costituire e strutturare la personalità e le qualità che non di rado sotto sotto ha e che nessuno le ha mai riconosciuto, confermato e permesso di vivere e di esprimere; molte volte si tratta di una donna ferita, che in passato in modo più o meno rilevante ha subito esperienze più o meno massicce di solitudine o rifiuto o abbandono o scarsa attenzione o abuso o umiliazioni di vario tipo; di solito ha alle spalle un rapporto problematico con la propria madre, ha giocato poco a bambola da bambina, non ha mai avuto da ragazzina e da adolescente vere e profonde amicizie di complicità femminile con la cosiddetta “amica del cuore”; di solito ha alle spalle un padre assente o violento o – più o meno apertamente – manipolatorio o abusante;

2.    il padre è spesso avvolto in narcisismi preedipici, che lo rendono incapace di una vera e profonda comunicazione con il femminile; quando non è scostante o violento, non di rado ha “bisogno” di sostituirsi alla moglie, di fatto continuando a svalutarla come donna, come madre, come femmina, perfino come casalinga, proprio mentre crede o pensa o dice di volerla aiutare; tende non ad aiutarla, ma a sostituirsi a lei, rendendola inutile e frustrata; perfino la richiesta di terapia, non di rado, è lui a farla, scavalcando la moglie; più che starle vicino, darle sicurezza, contenerla, confermarla, continua – con stillicidio più o meno sottilmente e inconsciamente sadico – a criticarla, a sminuirla, a soffiare sul fuoco della sua ansia, salvo poi colpevolizzarla proprio di quell’ansia che egli stesso dilata a dismisura. Anche quando non è così pesantemente segnato di problematicità, il padre risulta di fatto assente e debole: a causa di quadri nevrotici che lo trattengono in un senso del dovere spesso eccessivo e/o a causa di invischianti legami con la propria famiglia d’origine, non è di fatto in grado di vivere ed esprimere un rapporto di vera contrattualità, di profonda complicità e di amore adulto con la moglie;

3.    la coppia padre-madre di solito non conosce vera intimità; anche per questo sovente danno l’impressione di non confliggere mai o di non confliggere più (“tanto, a che serve? Ha sempre ragione lei/lui!”). Spesso la coppia ha una vita coniugale, sessuale, affettiva, emotiva solo abbozzata, comunque trattenuta, non espressa davvero (e puntualmente si danno la colpa a vicenda). A unirli di frequente sono solo l’attività e gli interessi lavorativi (hanno spesso un’attività commerciale o lavorativa in comune, non di rado lei lavora alle dipendenze di lui); oppure, al contrario, hanno vite lavorative e interessi totalmente incongruenti e non comunicanti tra loro. L’espressione usata dalla psicologia sistemica, per designare la condizione di questa coppia (e in genere delle coppie che producono psicosi) è stallo di coppia: sono cioè coppie incapaci sia di sposarsi davvero sia di lasciarsi davvero. Invischiati in rigidi e potentissimi rapporti con una o entrambe le famiglie d’origine questi genitori non hanno mai elaborato e integrato reali e maturi schemi di presa di autonomia, di svincolo, di distacco. Per questo temono la novità, sono incapaci di interazioni creative, tendono a ripetere comportamenti e rituali immutabili, magari mitizzandoli all’estremo, spesso trincerandosi dietro presunte e anche integralistiche motivazioni morali o religiose (in questo, poco importa quale sia la religione; ho visto un comune uso strumentale della religione in persone di varie e diverse confessioni).

 

No, quel Sé non può, non sa, non vuole essere come il corpo di quella madre odiato-amata, di quella madre così bambina e remissiva, di quella madre così banalmente femmina, così miseramente superficiale, così ridicola nei suoi goffi esibizionismi di femmina abbozzata, di donna mai affermata, di madre incapace e ingiusta, di moglie assente.

Si arrabbia con sé stesso quel Sé dilaniato: “perché la voglio-respingo ancora come madre?; perché disperante spero ancora in lei e sperante dispero di lei?; perché provoco il suo controllo, quasi mendicando – nel controllo – la sua attenzione di madre?; come può accorgersi davvero di me, lei, svampita, inconsistente, che non sa neppure di avere quel corpo potente dal quale io tanto vorrei essere accolta e abbracciata?; perché non posso godere del calore delle sue carni morbide d’accoglienza?; perché mio fratello e mia sorella sì e io no?; perché devo, devo, devo avere, esigere, provocare il suo controllo, la sua preoccupazione?; perché invece di preoccuparsi tanto per me, non si occupa finalmente, almeno una volta di me, solo di me, proprio di me?

«Valore» significa ciò che fa stare bene. Ma allora – sembra dirci il corpo dell’anoressica – “Come può essere un valore, come può essere il valore un corpo adulto di femmina, che, come il suo, verrà solo subito o solo esibito, mai vissuto e donato davvero?; come si può stare bene in un corpo così?”

“Per questo non ho mai digerito la sua umiliazione continua, la sua remissiva passività, la sua inconsistenza, la sua asseza. Quanto l’ho odiata nel vederla – lei la mia mamma, lei la donna che dovrei imitare – così succube di fronte al narcisismo infantile di mio padre, alla sua prepotenza sorda, alla sua violenza palese o sottile, urlata o scontata, che – nel quotidiano della indifferenza – scalfisce ogni giorno di più la sua dignità di donna, il suo potere di femmina espropriata! Perché l’ha sposato, perché ha concepito il suo seme, perché continua a strisciargli accanto? Perché? Perché? Perché?”

“Essere donna per chi, di chi? Per un uomo come quel padre bambino e violento? O come quel fratello molle e viziato a cui tutto concede questa madre imbelle e stupida? La mia mamma …”

“Il mio corpo dovrebbe farsi casa, ma casa di chi, per chi, come chi?

Tanta rabbia c’è in me. Per fortuna, controllando il cibo, resistendo alla fame, controllandola, non penso alla rabbia, forse in questo modo controllo anche lei, soprattutto lei. La rabbia. Quanta ne mangio? Ogni volta che le mie labbra e la mia bocca sfiorano il cibo, è come se con il cibo e nel cibo dovessi ingoiare di nuovo tutta la rabbia del creato, un creato lontano da ogni dio. Ma non vedono neppure la mia rabbia, né dio, né lei. Fosse pure dio o la mamma, nessuno bestemmia di più di chi non vede la rabbia di una figlia. La mia mamma … Lei, il mio primo vero dio onnipotente … Di nuovo lei, che non sopporto più, che sa solo controllarmi, che mi chiede di mangiare come se mendicasse lei l’attenzione da me, la comprensione. Basta, non ne posso più di lei. La mia mamma… Forse se resto bambina, stavolta, adesso, mi amerà. Forse mi starà vicina, si accorgerà di me. Se non mangio, mi vorrà nutrire, si occuperà di me, andrà per me a chiedere che fare, come aiutarmi. La mia mamma… La mia bella cattiva mamma… Lei, lei, lei. La odio. La mia mamma… La voglio. Voglio il mio corpo bambino. Voglio tornare in lei.”

A proposito di scuola

(estratto dalla mia Prefazione al libro Lettera dalla scuola tradita di Giancarlo Maculotti, Armando Editore, Roma, marzo 2008)

A psicoterapeuti e psichiatri capita sempre più spesso di avere come pazienti allievi, genitori, insegnanti, dirigenti e amministratori scolastici, forse anche ministri. A sentirli, pare proprio che non siano poche le personalità scompensate, fragili o gravemente disturbate che stanno, a vario titolo, nelle aule scolastiche. Non si riesce a capire come la scuola regga.

Moltissimi genitori sono ancora – prima di tutto – figli, con tanto di cordone ombelicale che li lega alle famiglie d’origine, impedendo loro di essere davvero coppia, di “sposarsi” davvero, di potere davvero essere genitori. La genitorialità è evento relazionale e gioco di squadra, non fatto individuale.

Ci sono insegnanti e dirigenti scolastici con gravi problemi psichici, con difficoltà relazionali, talora con disturbi di personalità, specie di tipo narcisistico (DNP). Non si sa come possano interagire con colleghi e allievi, né come possano insegnare o dirigere. Chi soffre di DNP, per esempio, è cieco nella empatia ed è manipolatorio nelle relazioni. Eppure – cosa molto preoccupante – molti di essi godono fama di essere “bravi e seri” nel loro lavoro. Viene il dubbio che gli artefici di tale fama abbiano problemi ancora più grossi o, cosa non rara, un atroce brama di masochismo genitoriale e pedagogico.

Come è possibile che nessuno se ne accorga e dica quanto la scuola può essere patologica e patogena? Perché si tace? Se, per esempio, come spesso accade, si dà il massimo dei voti a una allieva anoressica, di fatto si collude con la patologia, con il bisogno psicotico di difendersi e dimenticarsi nel rituale mnemonico dello studio, di evitare gli altri, il mondo, la realtà; e si collude con il bisogno della famiglia di non vedere il problema. Eppure, con le logiche attuali, non si può fare altrimenti. E che dire – caso non raro – di insegnanti, che, abusati da bambini, non hanno mai potuto o voluto elaborare terapeuticamente il loro abuso? Che cosa in-segneranno, cioè che cosa segneranno dentro i loro allievi, se ancora non hanno scavato e risolto ciò che ha cosi gravemente segnato la loro anima e la loro esistenza?

Quanto agli allievi, quasi sempre, più che essere loro il problema, sono vittime di genitori, di insegnanti, di strutture gravemente patogeni. Sono le vittime, e vengono portati in terapia come se fossero loro il problema. Ci sono genitori e istituzioni che chiedono aiuto a parole (quindi in perfetta, ma non certo sufficiente buona fede), ma che nei fatti hanno bisogno che il figlio o l’allievo sia un problema, sia “il” problema, così da non vedere che il vero problema sono loro.

A scuola, attenti agli allievi troppo bravi!

 

“Attenti a quelli troppo bravi”, dico spesso agli insegnanti, soprattutto delle superiori. Di solito mi guardano tra lo stupito e il perplesso; sono già così preoccupati a tenere a bada gli indisciplinati, ad arginare i bulli, a motivare i fannulloni. “Ci manca pure che dobbiamo preoccuparci di quelli bravi”, paiono dirmi con quelle loro pupille pedagogicamente destabilizzate. Se non fosse che si fidano di me, penserebbero a un mio lapsus. Del resto anche le famiglie e la mentalità corrente pensano che essere bravo a scuola equivalga a essere sano di mente.

Ma, appena li fai ragionare e fai loro guardare i fatti, ti danno ragione.

Per esempio, le allieve anoressiche sono regolarmente le prime della classe, difficilmente prendono voti bassi alla maturità, non di rado ottengono il risultato massimo. Eppure l’anoressia (sia quella restrittiva che quella bulimica) è patologia gravissima di area psicotica.

Così pure – altro esempio – gli allievi con disturbo ossessivo-compulsivo sono di frequente molto bravi e ottengono risultati più che apprezzabili: fanno tutti i compiti in ogni loro particolare; studiano tutte le lezioni, senza tralasciare neppure la più piccola delle note in fondo al testo; guai se perdono un appunto, una frase, una lezione. Eppure i disturbi di personalità sono patologie massicciamente pervasive, che riguardano in modo grave la strutturazione dell’intera personalità dell’individuo.

Alcune patologie psichiche trovano proprio nell’impegno e nella riuscita scolastici il terreno, lo strumento e l’alibi ideali: permettono a quell’allievo di evitare l’impatto con la vita e con il mondo, il confronto con gli altri, con il proprio corpo, con la sessualità. In questi casi la riuscita scolastica diviene una terribile strategia di evitamento della vita e dell’accesso alla dimensione adulta.

Allora la scuola, senza volerlo, si fa complice di queste patologie, ne diviene a propria volta fattore patogeno o quantomeno fattore di amplificazione e di legittimazione della patologia. Aiuta – ripeto, senza volerlo – le famiglie a non vedere e a non affrontare il problema; delegittima – sottolineo, senza volerlo – l’eventuale intervento psicoterapeutico in corso; è come se i genitori, vedendo il figlio andare bene a scuola, fossero legittimati a pensare: “ma che vuole questo terapeuta? Come fa a dire che nostro figlio sta così male, ha così bisogno di aiuto?”.

Dietro la patologia psichica di un adolescente c’è puntualmente una famiglia che, a propria volta, ha bisogno di nascondere dietro la facciata della riuscita scolastica del figlio i propri vuoti profondi e le proprie dinamiche disfunzionali. Spesso la coppia genitoriale ha bisogno di restare tale, perché non sa tornare coppia coniugale, coppia di un uomo e di una donna che si amano e che perciò desiderano davvero e in profondità (non solo a parole) la fine della loro funzione genitoriale. Troppo sovente dietro un bravissimo allievo ci sono un padre o una madre che hanno, loro, bisogno del bel voto del figlio e che sotto sotto lo esigono: si proiettano nel figlio bravo per colmare le loro frustrazioni, i loro bisogni. Usano il figlio, lo espropriano di sé. E la scuola – ribadisco, senza volerlo – si fa terreno e strumento di queste dinamiche così dolorose e – non poche volte – tragiche.

Quando sento di suicidi di allievi e vedo che quasi sempre la causa viene attribuita a eventi scolastici (per esempio una bocciatura, una nota, la prevaricazione del bullo della classe), penso con tristezza a come una attribuzione di questo tipo prima di tutto non colga l’obiettivo vero, in secondo luogo colpevolizzi ingiustamente la scuola, in terzo luogo contribuisca a fornire ulteriori alibi alla famiglia, impedendole di mettersi in discussione, di crescere, di lasciare che il figlio viva la sua vita.

Cari insegnanti e care famiglie, se il vostro allievo e figlio ogni tanto non studia perché vuole ascoltare con gli amici un bellissimo pezzo musicale; oppure se in un bellissimo giorno di settembre impicca scuola perché è innamorato e preferisce andare a parlare con lei o di lei, non preoccupatevi più di tanto; anzi ringraziate il cielo, perché il vostro insegnamento e la vostra genitorialità sono stati in grado di lasciare germogliare nel suo animo l’entusiasmo e l’amore. Se scoprite la cosa, prima abbracciatelo, poi dategli sorriso e fiducia, poi … sarà lui da solo a rimediare e a sapere rimediare.