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Tag Archives: amenorrea

“Quando sarà il tempo

dove noi donne non avremo paure?”

 

Isabel in un suo commento mi chiede: “Quando sarà il tempo dove noi donne non avremo paure?”. Prima che una domanda, questa di Isabel è una diagnosi: dice di uno stato di malessere profondo, condiviso da tutte le donne (e sono tantissime) che, come lei, sono abitate dalle “paure”.

La prima paura è proprio quello spaesamento del tempo, che la sintassi della frase così bene esprime e lascia emergere, con-fondendo tra loro il quando temporale con il dove spaziale. Chi scrive è sicuramente di madre lingua non italiana, ma proprio questo fa emergere in tutta la sua forza il dramma sotteso alla domanda. Chi chiede è lontano dalla terra madre o, più radicalmente ancora, è lontano dalla madre, è lontano dai suoi luoghi e dai suoi spazi, dai suoi tempi e dalle sue epoche, dal suo abbraccio che forse non c’è mai stato. Per una donna la prima grande profondissima paura è la lontananza dalla madre: se per un uomo la lontananza dalla madre è – come dicevano gli antichi greci – nostalgia, cioè dolore di un ritorno difficile o improbabile o impossibile (se non erro, l’anima portoghese – dai primi navigatori oceanici fino alla poesia di Pessoa e a tutto la poetica del Fado – la chiama saudade), per la donna la lontananza dalla madre è perdita del legame profondo con la femminilità, quindi sradicamento dalla propria identità di femmina, di donna, di madre, di bambina, di amante totale, di compagna assoluta del suo uomo. La nostalgia del maschio può sperare o disperare il ritorno, proprio perché il ritorno è comunque pensato e pensabile. Lo spaesamento femminile è abisso e basta: è sfratto dell’anima e della identità.  Allora la donna non sa più i tempi del proprio vivere, respirare, amare, sperare, morire; non sa né può più abbandonarsi al fluire rigoglioso della propria femminilità: il suo ciclo mestruale sfiora sempre più l’irregolarità dei ritardi e degli anticipi, degli sbocchi torrentizi e delle siccità più impoverite, talora tocca i silenzi anoressici delle amenorree, quasi sempre è abitato dalla difficoltà spastica del dolore e dalla solitudine smarrita di un femminile soffocato e depresso. Il tempo fugge, cessa di essere la culla tranquilla del femminile e il regno della donna signora del tempo, si fa ansia, agorafobia, insonnia, paura di ogni spazio e di ogni attimo, panico mortale più angosciante della morte stessa. E corri, e fai, e sempre il tempo scappa, non raggiungi nulla, non accogli né offri sguardi, non conosci né sei i pensieri e le anime. E improvvisa un giorno sopraggiunge la menopausa: e ti ritrovi bambina senza mai essere stata donna, piccola senza mai essere stata grande, abbandonata senza mai essere stata accolta, figlia di nessuno senza mai essere stata madre di qualcuno.

Questo oggi penso sia il primo vero, grande, terribile dramma del femminile; questa la sua prima paura enorme e senza nome, una paura che non sa di chi è figlia e che può essere madre soltanto di altre paure. La altre paure, quelle sì, hanno un nome e sono un calvario ripetuto e noto nelle sue tappe: si chiamano disistima, depressione, senso di inadeguatezza, incapacità di relazione con il maschio, masochismo ossessivo, vittimismo cercato fino alla dipendenza, stupro subito, urlo soffocato. Si teme tutto e talora si vuole temere tutto. Si sposa un uomo violento e talora si vuole sposare un uomo violento. Si odia il proprio corpo e talora si vuole odiare il proprio corpo.

Non so quando ci sarà un tempo dove tu, donna, non avrai paure. So però che prima di ogni quando e di ogni dove, ci deve essere la dignità dello stupore dato e ricevuto. Proviamo a fare come all’inizio di ogni tempo e di ogni spazio, quando l’uomo e la donna non sapevano l’uno dell’altra, quando nessuno ancora aveva avuto una madre. Allora tutto sarà nuovo, niente sarà scontato e prevedibile. Proviamo soprattutto a pensare che, per amare, vale il “tutto o niente” (vedi in questa pagina il post “Potere di seduzione”). Allora l’uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà una carne sola con la sua donna. Senza il “tutto o niente” nessun uomo lascerà la madre e dimenticherà le nostalgie; nessuna donna lascerà le paure e cercherà davvero il sorriso.

Il maschio eschimese, quando chiede alla sua donna di sposarlo, usa dire una frase bellissima: “vuoi ridere con me tutta la vita?”. Non so come siano le donne eschimesi, ma di certo so che solo chi cerca il riso può facilmente trovarlo, magari abitato da quella continuità che lo trasforma in gioia.