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L’omicidio-suicidio di Rho: marito spara alla moglie e poi si uccide. I due figli assistono alla scena

Un amico mi chiede di “spiegare” le ragioni di questa notizia:

“Marito e moglie sono stati trovati morti per strada questa mattina a Rho, nel Milanese. I coniugi, padre e madre di due figli piccoli, vivevano separati e erano frequenti i litigi. Sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco. Gli inquirenti pensano ad un omicidio-suicidio per motivi passionali.
Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, Piero Amariti, 34 anni, avrebbe impugnato la pistola e avrebbe sparato almeno un paio di colpi contro la moglie, Cristina Messina, poi avrebbe rivolto l’arma contro di sé. Il dramma a pochi passi dall’abitazione in cui viveva, dopo la separazione, la donna e i loro due figli piccoli un maschio di sei anni e una femmina di 3-4 anni, che hanno assistito alla scena.
Per la donna 33enne, che lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre, e il marito che lavorava in un’agenzia di pratiche assicurative, sono stati inutili i soccorsi del 118: sono morti sul colpo. La coppia, in cui erano frequenti i litigi, avrebbe iniziato a discutere animatamente all’interno dell’abitazione dove viveva solo la moglie con i figli piccoli. Poi, il marito avrebbe impugnato la pistola e lei avrebbe tentato la fuga, durata solo pochi passi. I proiettili l’hanno colpita e uccisa davanti alla loro casa. Poi l’uomo avrebbe rivolto l’arma contro di sé morendo accanto a lei”.

Di suo il mio amico aggiunge: “Io non so spiegarmi questa cosa. Ma un fatto del genere mi fa venire in mente che certe cose possono accadere all’improvviso. Tutto all’improvviso precipita. Insomma, nelle relazioni familiari può accadere ciò che accade a un aereoplano: non funzionano i motori e cade. E’ questo che è scioccante: le relazioni familiari non hanno al loro interno l’antidoto che sappia prevenire questo. Non c’è un meccanismo sicuro che metta al riparo da questo. Le relazioni familiari non sono un baluardo sufficientemente blindato per difendersi da sé stesse. Mi spaventa”.

I cronisti e, in generale, la stampa forniscono dati del tutto parziali, insufficienti per una analisi seria: di fronte a simili notizie posso solo esprimere ipotesi o suggerire dove occorrerebbe avere dati ulteriori.

La mia prima impressione: la coppia in gioco non si è mai davvero costituita. Lei, attaccata al proprio padre, non si è mai davvero “sposata” con lui. Magari, a livello conscio, ha pensato, creduto o, come si usa dire, sentito di amarlo, ma a livello profondo l’attaccamento al padre ha sempre prevalso. Non a caso, “lavorava in un bar-trattoria di fianco alla concessionaria del padre”. Probabilmente questa donna fungeva da «coniuge compensatorio» del proprio padre «Coniuge compensatorio» è espressione tipica della psicologia sistemica. Sta a indicare il ruolo che la figlia svolge, supplendo-sostituendo la propria madre e ponendosi lei come la vera più importante interlocutrice del padre, spesso lasciato solo a sé stesso da una moglie tutta presa dalla funzione materna (di solito concentrata sul primo figlio maschio). Si tratta di un vero e proprio incesto relazionale padre-figlia (spesso, come ho appena suggerito, simmetrico a un incesto relazionale madre-figlio), coperto (cioè nascosto) dal fatto che non c’è l’incesto fisico. In tale situazione la figlia, per lo più inconsciamente, usa il marito come banca dal seme, così da potere dare un figlio al proprio padre. Il nonno sarà perciò il vero padre relazionale del nipote (di solito, come in questo caso, un maschio).

Per dinamiche di questo tipo, la figlia facilmente (e per lo più inconsciamente) seleziona (in coppie siffatte quasi sempre la prima mossa dell’approccio e del corteggiamento non è mai di lui, ma di lei) un maschio debole, spesso con grosse carenze affettive, tali da portarlo prima o poi a comportamenti aggressivi o, comunque, irresponsabili e inadeguati. Questi giustificheranno la separazione di lei da lui. Come per l’approccio e per il corteggiamento, anche la prima mossa della separazione tocca quasi sempre a lei, anche se poi è lui a viverla con più coinvolgimento, spesso con acrimonia molto accentuata e ossessiva.

La crisi di coppia, che porta alla separazione avviene di solito durante la fase edipica del figlio (3-6 anni), che è proprio l’età nella quale il figlio viene psicologicamente e relazionalmente dato al padre psicologico e relazionale.

Di fronte alla crisi di coppia una delle mosse più frequenti è quella di un secondo concepimento, solitamente (come in questo caso) di una bambina. Da parte di lui, il concepimento è il tentativo inconscio di tenere legata lei; da parte di lei è il tentativo inconscio di risarcire lui, quasi di ripagarlo, rimettendo in scena con la bambina quel modello di relazione consolatoria padre-figlia che lei stessa ha vissuto con il proprio padre.

Non sempre, però, quello che ha funzionato o sembrato funzionare nella generazione precedente funziona in quella seguente. Se il gioco delle relazioni familiari non funziona, il passaggio da una generazione all’altra aggrava la situazione, rendendola sempre più patogena ed esplosiva.

Lui, se – come nel caso in questione – è del tutto sprovvisto di adeguate strutture psicologiche di distacco-separazione e di elaborazione del distacco-separazione, può trasformarsi nel persecutore ossessivo di lei. Per lui la dinamica davvero erotica sta nella persecuzione di lei, fino a possederla completamente nell’orgasmo del delirio psicotico: se ti uccido sarai sempre mia; se mi uccido sarò sempre con te e tu non potrai più abbandonarmi. Emerge così la vera natura di lui: un bambino mai accolto, forse rifiutato o abbandonato, che sposta e proietta su di lei quelle dinamiche di dipendenza e di rabbia che non ha mai potuto esprimere nei confronti della propria madre.

A pagare sono i bambini, figli di due figli mai diventati adulti, spettatori impotenti di eventi troppo grandi per loro, lì su una strada che non esce da nessuna vera casa e non porta a nessuna vera casa.

 

 

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