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C’è tradimento e tradimento

Il recente monito del cardinal Bagnasco a perdonare il tradimento ha riproposto la discussione sul tema. Il “laico” (ma sarebbe più corretto dire laicista, intendendo per laico il credente non sacerdote) Massimo Gramellini, vicedirettore de “la Stampa”, nel suo corsivetto di oggi 13 dicembre 2008, a proposito di tradimento ricorda l’ “effetto Shangai” di cui parla Fruttero in un romanzo: a Shangai una signora, dopo avere assaporato delle crocchette di pollo deliziose scopre che si trattava di carne di cane, il che le lascia un insopprimibile senso di disgusto e, quel che è peggio, un atroce “ombra” che non la abbandonerà più: “ma allora cosa ho mangiato ieri, l’altro ieri eccetera? Sempre cane? E mi piaceva pure!”. Conclude Gramellini: “Il tradimento scoperto ammazza la fiducia nell’altro e raramente il perdono compie il miracolo di resuscitarla”.

Di qua Bagnasco invita a perdonare sic et simpliciter, di là Gramellini ricorda – come i pubblicitari e gli uomini di marketing ben sanno – che la fiducia perduta non si recupera più.

Da clinico non posso appellarmi né all’ottica subito conclusiva del dovere morale, né a quella di fatto immobile della scettica vittima di un inganno o di un equivoco. Per un terapeuta il Sé va guardato nel suo fluire dinamico e in quanto fluire dinamico; la relazione di coppia poi va guardata come quel con-fluire ancora più dinamico costituito dall’incontro e dalla comunicazione viventi tra i due Sé.  

In questa ottica e con questa ottica ogni tradimento è evento a sé, da analizzare in sé stesso all’interno della storia del fluire e del con-fluire dei due Sé, prescindendo da generalizzazioni e da conclusioni, che, per un terapeuta, limiterebbero la possibilità di prendersi davvero cura della coppia e delle due persone che la costituiscono o dovrebbero costituirla. Il terapeuta deve situare l’evento tradimento nella storia relazionale della coppia e, a monte, nella storia individuale di ciascuno dei due Sé; di lì deve poi condurre la propria azione terapeutica

Come ho a lungo mostrato e – spero – dimostrato nel mio recente libro La tenerezza dell’eros, c’è uno strettissimo rapporto tra la relazione di coppia e la relazione che il singolo Sé ha vissuto con la propria madre durante la gravidanza e l’accudimento. Chi, per esempio, durante queste due decisive fasi sia stato “tradito” dalla propria madre a causa della presenza e/o dal sopraggiungere di un fratello, tenderà a vivere una vita di tradimenti fatti e/o subiti, in un insopprimibile gioco di coazione a ripetere, dal quale soltanto una adeguata psicoterapia potrà emanciparlo.

Ancora più radicalmente, chi sia stato oggetto di una gravidanza o di un accudimento superficiali, sbrigativi e poco personalizzati, difficilmente potrà, senza una adeguata psicoterapia, evitare di vivere una vita affettiva e amorosa superficiale, sbrigativa, poco personalizzata; dunque la sessualità – spesso al là dei vissuti e delle intenzioni – verrà vissuta tendenzialmente come esperienza impersonale, sbrigativa, superficiale, svincolata dalla profondità della dimensione relazionale, per cui tradire sarà evento frequente e abituale; passare da un partner all’altro o stare contemporaneamente con più partner sarà di fatto la norma.

Chi, poi, in fase edipica o post-edipica, sia stato invischiato in dinamiche – tendenzialmente incestuose – di eccessivo investimento materno o paterno, difficilmente potrà liberarsi senza una adeguata psicoterapia dalla “fedeltà” alla madre o al padre, così che finirà inesorabilmente con il “tradire” il partner, pur di non “tradire” quel genitore da cui non si è mai davvero svincolato. Molti tradimenti fatti o subiti, che portino a “tornare” dalla madre o dal padre o a fare allevare un figlio invece che, dal padre o dalla madre naturali, dal proprio padre o dalla propria madre (o dal proprio fratello o dalla propria sorella), sono, a mio parere, da leggersi in questa ottica.

Prima di inoltrarsi in generalizzazioni sul tradimento e prima di caricare gli individui di pesi morali insopportabili e – nel caso – profondamente ingiusti e paralizzanti, bisognerebbe lasciare al clinico la possibilità di lavorare in profondità, così da aiutare davvero la persona, da portarla prima di tutto a essere fedele a sé stessa, superando le ferite più profonde del Sé. Se una persona non è prima di tutto fedele al proprio Sé, come potrà dapprima non tradirsi e successivamente non tradire e/o non essere tradita? Del resto, parlando dell’amore, il vangelo ricorda di “amare il prossimo come se stessi”; analogamente si potrebbe ricordare che non si può restare fedeli all’altro se non come e quanto si è fedeli a sé stessi. Se il Sé è – come purtroppo sempre più di frequente lo è – ferito e ferito in profondità, allora, prima di concludere troppo in fretta con giudizi mortificanti o con scetticismi paralizzanti, occorre ridare al fluire del Sé pienezza, autenticità e fedeltà. Questo può essere fatto soltanto da una adeguata psicoterapia.

 

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