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Prostituzione sacra, riti di possessione, donna d’oggi e uomo bestia

 

In moltissime culture, soprattutto in quelle del passato e in quelle che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive”, la prostituta dipendeva e dipende non dalla autorità statale, ma da quella religiosa. In queste culture la prostituta difatti era ed è figura della dea femminile della fecondità e dell’amore, ne è la sacerdotessa, ne incarna la presenza, così che l’incontro con lei ha una formidabile valenza rituale e/o iniziatica.

Per queste culture, rapportarsi con la prostituta significava e significa attingere al potere stesso della dea madre, celebrarne la vivificante forza partecipandone, in una sorta di comunione erotica e sessuale. Per questo il rapporto con la prostituta avveniva ed avviene soprattutto in occasione di alcuni momenti dell’anno, in particolare nei due solstizi, e/o in coincidenza con importanti momenti della vita dei campi o della cacciagione.

Per questo il rapporto con la prostituta molto spesso era ed è uno degli eventi centrali del rito iniziatico del maschio. In questo contesto di festa religiosa e sociale, il ragazzo incontrava e incontra – nella prostituta – tutta la valenza sacra e potente del femminile: questo gli permette di accedere alla pienezza della identità virile adulta. Era ed è come se il ragazzo incontrasse nella prostituta la dea e nella dea la pienezza del genere femminile. Avendo così posseduto sessualmente il genere in tutta la sua sacra pienezza, il ragazzo diveniva e diviene maschio adulto, in grado di coniugarsi a pieno titolo con l’individualità femminile o fidanzandosi o sposandosi. Era ed è un passaggio cultuale di grande rilevanza sociale e psicologica: unitamente alle altre prove iniziatiche, dava identità al ragazzo, lo confermava a pieno titolo come adulto agli occhi sia della comunità sia di sé stesso, strutturandone in modo non irrilevante il Sé di genere, il Sé sociale e, dunque, l’autostima.

L’equivalente iniziatico femminile consisteva e consiste nella esperienza della cosiddetta esposizione al tempio o prostituzione sacra. La ragazza appena mestruata veniva e viene posta in un’area sacra, di pertinenza della dea e, dunque, della autorità religiosa; lì attende il giungere dello straniero e con lui si accoppia. Lo straniero è figura del dio maschile, così che la ragazza vive il rapporto sessuale come se fosse posseduta dal divino e da tutto il suo travolgente e fecondante potere. In tal modo la fanciulla struttura e conferma il proprio Sé di genere e, quindi, la propria autostima a partire da un messaggio formidabile e imperdibile: il mio potere femminile è tanto forte che dio stesso è venuto in me.

Da noi, oggi, questi eventi antropologici così rilevanti e capaci di agire in modo tanto formidabile sulla strutturazione e sulla conferma del Sé sono stati rimossi e/o negati. Qualcosa, qua è là, affiora, senza che ne sia riconosciuta la profondità di rinvio e di significato. Per esempio, la ragazzina che, come una posseduta, urla all’apparire del “divo” (o, come si chiama attualmente, della star), non esprime, in certo qual modo, quel bisogno di possessione totale e “divina”, al quale le culture sopraccitate rispondono con l’istituto della esposizione al tempio e della prostituzione sacra? La smania di potere sull’uomo adulto della Lolita di Nabokov e Kubrick non nasconde forse in sé quel bisogno di possessione divina a cui la nostra società e la nostra cultura non sanno più dare risposta? Molte delle ragazze, che provenienti dalla povertà, vengono a vendersi nelle periferie delle nostre città, non hanno forse in sé il bisogno di fare venire e di succhiare la divina ricchezza e il divino benessere dello straniero occidentale, così da esserne possedute?

Solo a partire dal tema antropologico della possessione e della prostituzione sacra, si può, a mio avviso, cominciare ad affrontare il tema della prostituzione. Che lo si voglia ammettere o meno, ogni fenomeno di prostituzione trattiene in sé un po’ di questi significati, fosse pure per negarli o per capovolgerli o per dissacrarli. Penso addirittura che ogni evento della sessualità debba fare i conti con quanto qui si è accennato. Se l’esperienza clinica non mi inganna, c’è per esempio nelle nostre donne un inappagato bisogno di possessione sessuale, che confuso e pervasivo emerge a mano a mano che la donna, avvicinandosi alla menopausa (grosso modo dai 35 in su), fa – più o meno inconsciamente – il bilancio della propria vita sessuale feconda. In molte di queste donne, peraltro madri e mogli adeguate, affiora il bisogno di essere possedute da maschi “bestia” (loro stesse usano questo temine), con il desiderio e/o la pratica di modalità d’attuazione, che non possono non ricordare i momenti più sfrenati dei riti di possessione o dei misteri dionisiaci (non a caso, Dioniso è un bestial caprone).

Da parte loro i maschi stanno al gioco. L’esperienza dell’incontro con la prostituta e/o con la donna in cerca di possessione li afferma in una identità di genere assai gratificante per individui, che, sempre meno in grado di affrontare e superare l’Edipo (cioè sempre meno in grado di lasciare la madre e di uscire dal territorio paterno), hanno bisogno di sentirsi maschi e adulti, almeno per dieci o, come suggeriva Paulo Coelho nel suo omonimo romanzo, per undici minuti.

 

 

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