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Circa la cosiddetta “terapia integrata”

Ogni tanto mi giungono richieste di “terapia integrata”, cioè di una terapia che associ tra loro l’azione dello psicofarmaco e quella della psicoterapia. Rinvio a quanto in proposito ho già scritto in altro post. Il disturbo mentale è evento troppo doloroso e handicappante perché lo si possa o debba affrontare con incertezze epistemologiche e cliniche, tenendo il piede in due scarpe tanto inconciliabili tra loro. Esso è dovuto o a cause organiche, come sostiene l’ottica organicistica, o a cause ambientali e/o relazionali, come sostiene l’ottica psicogena. Nel primo caso alla psicoterapia e allo psicoterapeuta non viene di fatto riconosciuta nessuna azione veramente terapeutica; li si relega al massimo a funzione di non bene precisati “sostegno” o “appoggio”, quasi il prezzo da pagare a una visione dualistica di psiche e soma ormai del tutto obsoleta, alla quale soltanto l’ignoranza epistemologica di molti clinici consente di sopravvivere. Nel secondo caso allo psicofarmaco non viene di fatto riconosciuta nessuna azione veramente terapeutica; lo si relega al massimo a funzione di magico placebo, quasi il prezzo da pagare – anche qui – a incertezze epistemologiche, a una specie di “non si sa mai”, che rivela solamente la confusione o, se si preferisce, l’incertezza o l’indecisione del terapeuta in ordine ai fondamenti epistemologici e clinici del suo lavoro. Invece è proprio la chiarezza estrema di questi fondamenti la prima decisiva condizione dell’azione terapeutica e del suo buon esito. Se il terapeuta non sa su che terreno si sta muovendo e quali sono per lui le cause del disturbo su cui sta intervenendo, è forse il caso che ripensi al senso della propria scelta professionale. La terapia del disturbo mentale – ripeto – richiede rigore, coerenza, determinazione: chi non ha ancora raggiunto una adeguata determinazione circa le cause del disturbo mentale e – quindi – la scelta della strategia terapeutica da seguire, non potrà non essere incerto nell’intervento, cosa questa che la presa in carico di un disturbo mentale non consente, né può consentire. Partire da una visione non chiara del problema e delle ragioni terapeutiche è atto – a mio avviso – di gravissima irresponsabilità. La presenza del sintomo, per esempio, viene colta e affrontata in modo del tutto inconcialibile da chi pensa che la genesi del disturbo mentale sia organica rispetto a chi pensa che sia ambientale o – come io penso – relazionale. L’azione dello psicofarmaco intende intervenire sul sintomo, cercando di eliminarlo come l’ostacolo da abbattere o il nemico da sconfiggere. Per chi ritiene invece che il sintomo sia voce preziosa da ascoltare, l’azione dello psicofarmaco annulla ogni vera possibilità di ascolto di quanto la psiche del paziente cerca di dire.

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