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I figli capiscono i genitori di più di quanto i genitori capiscano i figli – Il tragico paradosso dell’incesto del padre con la figlia

 

I figli capiscono i genitori di più di quanto i genitori capiscano i figli

 

Un figlio sta fisicamente dentro la propria madre per tutta la gravidanza, per nove decisivi mesi, sentendone i respiri e le emozioni, le ansie e le estasi. Al contrario una madre ha contenuto il figlio e gli ha dato gli imprinting strutturanti, ma non è mai stata dentro di lui; l’ha sì sentito dall’interno di sé stessa, ma non è stata mai fisicamente dentro il proprio figlio.

Come stupirsi allora se molto spesso i figli capiscono i genitori più e meglio di quanto i genitori capiscano i figli? Contrariamente alla mentalità comune che idealizza ed esalta la capacità di comprensione dei genitori, in particolare della madre, la terapia sembra suggerirci e confermarci che a capire di più sono quasi sempre i figli.

È raro che non intuiscano il malessere del genitore e la sua crisi di coppia molto prima che questi eventi vengano loro comunicati a parole o addirittura molto prima che avvengano in tutta la loro chiarezza. Sovente sanno cogliere con lucidità la sostanza e le radici del disagio individuale e coniugale del genitore, in particolare quello della madre, che, guarda caso, è il genitore all’interno del quale hanno abitato durante la gravidanza.

Si tratta tuttavia di un capire profondo, che non sempre e non necessariamente sa e può raggiungere il livello della coscienza riflessa e della verbalizzazione. Le radici di questo capire stanno infatti nell’area evolutiva più antica, quella appunto dei tempi della gravidanza, quando il bambino, stando dentro la madre, ha cominciato ed imparato a sentirla.

Ben difficilmente però il figlio ha la possibilità di esprimere a sé stesso e agli altri il suo competente sentire e capire il genitore, la madre in particolare. Ciò che viene sentito e capito a livello profondo viene addirittura, fin troppo spesso, negato o rimosso dal figlio come pensiero colpevole, brutto, non degno (con ricadute negative e spesso molto pesanti sulla sua autostima). Da parte dei genitori è poi rarissimo che venga anche solo lontanamente accettata l’idea che il figlio sia più competente sul genitore (la madre in particolare) di quanto lo sia il genitore sul figlio. Tutto questo può purtroppo portare il figlio a disturbi psichici impegnativi o comunque a sofferenze enormi, a grandi difficoltà nell’evoluzione e identificazione di sé.

Una buona psicoterapia mira a riconoscere e a utilizzare la competenza del figlio sul genitore, spesso liberando il figlio dal senso di colpa di avere pensato male del genitore o, comunque, riconoscendone il diritto di vedere e accettare il limite del genitore, cosa questa necessaria per l’accesso del figlio alla adolescenza e alla giovinezza. Tra l’altro, per il terapeuta, risulta illuminante e prezioso affidarsi alla competenza che il figlio ha del genitore, in particolare la competenza dei figli più piccoli. Se un terapeuta sa ascoltare e leggere quanto vivono e a modo loro sanno i figli, ecco lì, su un piatto d’argento, già fornita la diagnosi per lo meno relazionale di quella famiglia.

 

Il tragico paradosso dell’incesto del padre con la figlia

 

Paradossalmente soltanto l’incesto permette a un genitore (il padre) di essere fisicamente dentro la propria figlia con il pene e con il seme. Si tratta in effetti di un tragico paradosso, dato che il genitore è già nella figlia, in quanto la figlia ha gia in sé il padre, anzi – meglio ancora – lei è il seme del padre restituito al padre unito a quello della madre.

Da questa ultima intuizione si può peraltro cogliere, a mio avviso, la ragione psicodinamica di un aspetto di estremo rilievo presente nelle dinamiche incestuose tra padre e figlia: nella restituzione la madre investe nodi o livelli dissociati di sé, che identifica nella figlia, così che, quando la figlia vive l’incesto con il padre, è la madre che, in lei, ama il padre, sia pure all’interno di una dinamica di identificazione proiettiva, tipica di personalità più o meno caratterizzate da eventi dissociativi. In questo vedrei una non irrilevante motivazione del fatto per cui solitamente la madre da un lato non pare proprio accorgersi dell’accadere dell’incesto, dall’altro tende a negarne all’estremo la possibilità e comunque a difendere il padre. Del resto, come potrebbe la madre accusare chi, in certo senso, ha fatto l’amore non tanto con la figlia quanto con quella parte dissociata di sé, che la madre ha proiettato e identificato nella figlia?

2 Comments

  1. mia madre un giorno di sole mi portò nella sua stanza e mi chiese se “papa” mi avesse fatto o chiesto qualcosa che io non volevo, qualsiasi cosa. io rimasi in silenzio, valutando il tutto. tempo prima mia madre iniziò ad andare a dormire dopo mio padre, e anche dopo avermi parlato continuò, così che questa assurda relazione finì. io però quella volta negai gli eventi perchè tanto ormai erano successi e credetti di non potere sopportare il dolore di mia madre. era una madre meravigliosa, e oggi rimpiango di non avere parlato con lei, avevo verso gli 8 anni, temevo potesse non reggere il colpo, che sarebbe andata fuori di testa (proiezione della mia angoscia?). oggi mia madre non c’è più, io ho 47 anni, mio padre è un padre, nei suoi limiti, premuroso, e soprattutto completamente ignaro degli accaduti. io sto in cammino, non mi riesco a fermare. mi spiego il tutto come una realtà che non poteva essere diversa date tutte le condizioni al contorno: mia madre non lo amava più e l’educazione di mio padre fù certo limitata da un punto di vista affettivo, poi suo padre morì che lui aveva 12 anni e lui si occupò della famiglia. e così ha attinto alle uniche risorse ancestrali a sua disposizione, come se l’incesto fosse un comportamento da qualche parte imprintato nell’essere umano, ma vietato. è incredibile come la vita scorra lo stesso nonostante questi accaduti. la legge non ci capisce niente su questi fatti e questo secondo me perchè nessuno è riuscito a spiegare cosa succede nel corpo: pensione di “invalidità” a vita! nella psiche salta tutto, ma anche nel corpo: destrutturazione. che poi cerchi di sanare per tutta la vita, con un lago scuro e malinconico sempre nel profondo. non ho avuto una madre del tipo da lei descritto, ma è successo lo stesso.
    grazie per la sue parole e per l’amore che trasmettono, mi sento meno sola
    alessandra

    • Cara Alessandra,
      chiunque tu sia, grazie. Ci vuole coraggio a scrivere di tutto ciò, coraggio soprattutto con te stessa. Ripeto però il consiglio: affronta ed elabora tutto con un bravo psicoterapeuta, che ti aiuti ad analizzare e integrare il gioco familiare che sta alla base di quanto è accaduto e di quanto continua ad accadere in te. La sofferenza subita non basta a darti la competenza per valutare ed elaborare il tutto, in particolare il ruolo di tua madre e il tuo rapporto con lei.


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