Salta la navigazione

10 luglio 2008 

Sistema familiare, coppia genitoriale e disturbo alimentare. Perché i genitori non “vedono” il problema

Risposta al commento di Susan del 9 luglio 2008 (vedi in calce a “Parola di terapeuta”) 

Da un lato la letteratura scientifica propria della psicologia sistemica e dall’altro la mia esperienza clinica quotidiana, mi dicono che il quadro psicotico proprio dei disturbi della alimentazione quali la bulimia nervosa o l’anoressia nervosa non può essere adeguatamente affrontato e superato senza la presa in carico terapeutica dell’intero sistema familiare e, in particolare, della coppia genitoriale.

Che il sistema familiare non veda il problema o ne svaluti la rilevanza (dato purtroppo molto frequente), costituisce uno dei punti più gravi nella definizione di una prognosi negativa. Questa cecità e questa svalutazione possono essere dovuti – in modo più o meno conscio o confuso – a molti fattori:

1)   l’ignoranza o il pregiudizio culturale nei confronti del disturbo mentale in generale e in particolare di quello bulimico (“basta che non si abbuffi e non vomiti più”) o anoressico (“basta che mangi”);

2)   l’ignoranza o il pregiudizio culturale nei confronti della psicologia in generale e in particolare della psicoterapia;

3)   la paura del giudizio sociale qualora si ammetta di avere in casa un problema di disturbo mentale;

4)   il bisogno per lo più inconscio di evitare di doversi mettere in discussione (sia come individui che come coppia) entrando in contatto con il mondo della psicoterapia, sordamente avvertito come minaccioso e inquietante (cfr. punto 2) e non come una risorsa cui attingere; né si dimentichi quanto problematici siano di solito questi genitori, quasi sempre a loro insaputa e spesso dietro l’apparenza di “bravi genitori” e “brave persone” (e sotto molti aspetti sono davvero molto bravi);

5)   il bisogno per lo più inconscio di non dovere ammettere la propria inadeguatezza genitoriale. A fronte di questo bisogno risulta molto più rassicurante pensare che il problema o non esista o, se esiste, sia dovuto a debolezze fisiche o psichiche del/la ragazzo/a o a contingenze legate a difficoltà ambientali, amicali, scolastiche, amorose, che “con il tempo e con un po’ di buona volontà sicuramente spariranno”;

6)   il tragico bisogno per lo più inconscio di mantenere problematico il figlio. Non sempre l’affermazione conscia di volere aiutare un figlio problematico è altrettanto vera a livello profondo. Mantenere problematico un figlio assicura paradossalmente molti “vantaggi”:

a)   non ci si deve impegnare ad aiutarlo e a guarirlo;

b)   si può restare genitori a tempo indefinito, evitando così di diventare ed essere davvero marito e moglie;

c)   grazie al problema del figlio si è legittimati a farsi compatire e aiutare dalle famiglie d’origine, dalle istituzioni, dai vicini ecc.;

d)   un figlio problematico “protegge” e “garantisce” la “normalità” di un altro figlio. È il caso tipico di figli poco desiderati e voluti o concepiti solo per dovere o necessità (per esempio, “per dare un fratellino al primogenito”);

e)   un figlio problematico non se ne va e resterà sempre della mamma e del papà. È il caso tipico del maschio primogenito, tutto della mamma (con papà consenziente e felice di non dovere fare coppia con la moglie) o della prima figlia femmina tutta del papà (con mamma consenziente e felice di scaricare il marito sulla figlia, evitando il confronto relazionale con lui).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: