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Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte)

Per la 1a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte).

Occorre qui fare un’ulteriore precisazione. L’autolesionismo non si manifesta soltanto in azioni direttamente o esplicitamente orientate a produrre ferite con azioni chiaramente identificabili in tale senso, quali il tagliarsi o il graffiarsi. Ci sono forme più nascoste di autolesionismo, anche se di solito non sono direttamente identificate o identificabili come azioni autolesionistiche. Le chiamerei con il nome di autolesionismo nascosto. Spesso si tratta di forme e di azioni inscritte in patologie che hanno altro nome e che, nella loro fenomenologia, sono più complesse. Per esempio, anche la ragazza bulimica attua una forma di autolesionismo: gonfiandone all’eccesso le pareti con cibo o acqua, fa sì che il proprio stomaco senta dolorosamente sé stesso (si senta) e al tempo stesso produca una lacerante, dolorosissima pressione sugli altri organi interni. Così pure la stipsi, in certe sue gravi e persistenti manifestazioni, può essere letta come modalità autolesionistica: la durezza e l’ingombro delle feci producono il doloroso tendersi della parete del retto.

Anche la dolorosa tensione della parete gastrica o rettale può così coprire e a modo suo anestetizzare l’incontenibile angoscia del Sé, spostandola, e fissandola sul sintomo,  identificandola come dolore sintomatico. Per certi versi è meno colpevolizzante del tagliarsi o del graffiarsi, anche se rientra in sindromi patologiche solitamente più gravi.

Una nuova, ulteriore precisazione. Ci sono forme ancora più complesse e nascoste di autolesionismo, che chiamerei con il nome di autolesionismo relazionale. Per esempio, fare coppia (cioè legarsi relazionalmente) con una persona palesemente scompensata o violenta o con gravi dipendenze significa candidarsi autolesionisticamente a una vita di doloroso inferno, quantomeno a livello relazionale. Così pure mettersi in giochi ad alto rischio di sofferenze sociali, professionali, finanziarie, abitative ecc. significa volere autolesionisticamente farsi male, colpendo dolorosamente la propria vita e la propria salute relazionale.

Parimenti guidare in condizioni di oggettivo ed elevato tasso di rischio è sicuramente azione autolesionistica (oltre che potenzialmente omicida), che può comportare, oltre al rischio di una grave sofferenza fisica, anche conseguenze relazionali dolorose e pesanti.

L’autolesionismo relazionale di solito è, del tutto o quasi, sommerso in dinamiche dell’inconscio, di solito agito all’interno di gravi patologie relazionali, che trovano la loro culla in disfunzioni del sistema relazionale familiare. In ogni caso il dolore prodotto da questa forma di autolesionismo offre il non trascurabile “vantaggio” di spostare e fissare l’angoscia sul piano relazionale, identificandola per esempio come doloroso disagio o difficile conflitto di coppia, come mobbing penalizzante, come incomprensione subita, come amore non capito. La persona o le persone con cui si è in relazione possono poi essere facilmente identificate come la causa colpevole del dolore, così da potere finalmente dare all’angoscia addirittura un nome e una identità personali. Per chi sia colpito dalla dilaniante sordtà dell’angoscia non è un “vantaggio” trascurabile: sentirsi vittima è comunque un modo – sia pure illusorio – di fissare e contenere l’angoscia. Purtroppo, però, non è la soluzione del problema; né è soltanto l’aggravante rinvio. 

Molto spesso gli autolesionisti di primo tipo (quelli, per intenderci, dei tagli o dei graffi) prina o poi presentano forme anche di auolesionismo nascosto. In modo ancora più frequente, quasi automaticamente consequenziale, gli autolesionisti di primo tipo cadono molto spesso nell’autolesionismo relazionale (passare da una forma all’altra di autolesionismo può pure in taluni casi rappresentare una non disprezzabile evoluzione, specie quando ciò avvenga sotto la guida strutturante di una terapia).

In particolare gli autolesionisti relazionali tendono a fare coppia con persone più o meno gravemente compromesse sul piano narcisistico o comunque più o meno gravemente destrutturate. Non a caso la selezione del partner è volta, più o meno inconsciamente a volere riparare quel deficit del sentirsi, dell’attenzione e dell’accudimento, che, come si è detto, caratterizza l’autolesionista, in particolare l’autolesionista femmina. Che cosa meglio della seduttiva e strumentale attenzione di un narcisista può darle l’impressione di essere finalmente guardata? Paradossalmente, che cosa più delle botte di uno psicotico o della violenza di uno stupratore o dell’apparente dolcezza di un abusante può darle l’illusoria sensazione di essere finalmente toccata, sia pure violentemente desiderata o perfino teneramente accarezzata? Che cosa più della sessualità preedipica di un borderline o – ancora – di un narcisista, può indurla a confondere l’impotenza possessiva di un abbraccio con quella tenerezza materna che non ha mai avuto? Così finisce autolesionisticamente con l’inretirsi in situazioni tanto dolorose quanto bloccate. 

Anche in questi casi la psicoterapia può essere di grande e in molti casi risolutivo aiuto. In particolare, per  quanto riguarda l’autolesionismo relazionale è consigliabile un approccio psicoterapeutico, che sappia lavorare tematicamnete sugli aspetti relazionali, per esempio l’approccio sistemico-relazionale.

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