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Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (1a parte)

Molte persone, soprattutto ragazze adolescenti (ma l’età di frequente è anche più bassa), hanno il bisogno di farsi male: per esempio profondi tagli con le lamette, graffi sul corpo, piercing molto dolorosi; o – come vedremo più avanti – in modo più nascosto, per esempio con incidenti più o meno casuali o con comportamenti ad alto potenziale invalidante. Si chiama autolesionismo. È un bisogno compulsivo, cioè irresistibile: è come se fosse il bisogno a comandare, a determinare lui l’azione, prevalendo sulla volontà del soggetto con una esigenza e una urgenza sempre maggiori e sempre più cogenti.

Si tratta di persone che psicologicamente non hanno “pelle”: non hanno potuto elaborare una adeguata strutturazione del loro Sé e del loro sentirsi. Alla base di questa loro carenza sta, a mio avviso, un grave deficit a livello di accudimento e di fasciatoio (su questi temi ho scritto a lungo nel mio penultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore): per problemi di coppia e per proprie carenze la madre non li ha attesi, contenuti, abbracciati, guardati, toccati, accarezzati adeguatamente, con la dovuta attenzione, con un’attenzione vera che “sentisse” non il proprio bisogno di essere una brava madre, ma il bambino, il suo corpo, il suo esprimersi, il suo esserci (il suo Dasein, direbbero i tedeschi), il suo essere proprio così (il suo Sosein, direbbero i tedeschi). Spesso si tratta di figli e figlie poco voluti o capitati in momenti di grossa difficoltà della coppia e della madre (solitudine, depressione, rapporto conflittuale o lontananza dalla propria madre, quella che giustamente molte lingue identificano non tanto con il termine “nonna”, ma con quello altamente significativo di “grande madre”), magari con un fratello o una sorella che occupa ancora il fasciatoio, lo sguardo, l’attenzione, l’affetto, l’emotività materni. Che questo capiti più di frequente alle bambine, secondo me è dovuto a due fattori: 1) si tende a dare meno attenzione a chi ci è identico rispetto a chi è diverso, per cui la figlia – in quanto identica alla madre – è già di per sé candidata a una attenzione materna minore o quantomeno più scontata; 2) con maggiore frequenza e con più intensità si tende a identificarsi con chi ci è identico, per cui madri carenti e a propria volta oggetto da piccole di poca attenzione o di non adeguato contenimento e accudimento, identificandosi troppo con la figlia (sopratutto con la seconda, la più scontata), tenderanno a sottovalutarne i bisogni, proprio come solitamente fanno con loro stesse (“assomiglia proprio a me”, diranno queste madri di questa loro figlia).

Una siffatta situazione produce nella persona due conseguenze concomitanti (due facce di un’unica medaglia).

Da un lato c’è un grave deficit del sentirsi nel piacere, come comporterebbe una adeguata e fisiologica strutturazione del Sé e della percezione di sé (troppo spesso ci si dimentica che il vero cemento che costruisce e struttura il Sé è non il dovere, ma il piacere; sono l’esperienza e la possibilità non del dovere, ma del piacere); scatta perciò una strutturazione carente o comunque patologica del Sé e della percezione di sé, per cui ci si sente soltanto se e quando si sta male, per cui “bisogna” stare male, sentirsi male, farsi male.

D’altro lato la mancanza di quel piacevole rapporto con sé stessi e con il mondo, che consegue al deficit del sentirsi e ostacola ogni transitivo sentire, produce un’angoscia pervasiva, profonda, sorda, cioè non attribuibile a contenuti o ragioni precisi, chiaramente identificati o identificabili. Nulla è più doloroso e insopportabile di un’angoscia siffatta, proprio perché di essa non si vede né l’origine né la fine; di essa non si percepisce l’essere, ma l’esserci sempre più pesante e terribile.

Per questo non resta che farsi male Così, per esempio, prodursi una ferita con una lametta o con un graffio violento mette in gioco due “vantaggi”: 1) in quanto è identificato in una causa ben precisa (la sofferenza è dovuta a “questa” ferita), il dolore ha un contenuto ed è identicabile, quindi in un certo qual modo può essere percepito come controllabile e come contenibile; 2) in quanto è molto acuto e localizzato, il dolore può coprire l’angoscia pervasiva e indeterminata, cioè almeno per un po’ – come dire? – la anestetizza, la rimuove.

Non sfuggirà al lettore quanto sia terribile e disumana una tale situazione. Il fenomeno è diffusissimo nelle nuove generazioni, quasi una epidemia tanto tremenda, quanto sconosciuta al grande pubblico. Pochi ne parlano, pochi ne conoscono l’esistenza, pochi sanno e possono identificarla nella sua vera natura e quindi curarla e guarirla, cosa questa possibile grazie a una appropriata psicoterapia e a un paziente e motivato impegno terapeutico da parte del paziente. La possibilità di uscire dall’autolesionismo e di vincere la terribile angoscia c’è.

Per la 2a parte vedi Tagli con la lametta, graffi sul corpo, piercing dolorosi, “bisogno” di farsi male? La tragica realtà dell’autolesionismo. Come anestetizzare la sorda angoscia (2a parte).

6 Comments

  1. anke io lo faccio da poco… ma nn so cm dirlo ai miei…. nn c riesco! nn lo sa neanke mia sorella! e qnd l hanno scoperto le.mie compagne subito si sn spaventate…. nn lo sa.neanke la.mia migliore amica quindi nn so.ki mi possa aiutare o.o

    • Cara Kikka,
      se intuisco bene dal tuo indirizzò mail, hai 24-25 anni, quindi sei già una donna. Agisci quindi da donna. Parlane con uno psicoterapeuta (è uno psicologo abilitato a fare terapie). Non sottovalutare il problema. L’autolesionismo è segno di una profonda angoscia, cioé di una grande sofferenza,che devi affrontare aiutata da una persona esperta. Da sola non puoi risolvere il tuo problema. Farsi aiutare non è segno di debolezza, ma di maturità. In bocca al lupo. Facci sapere come è andata.

  2. io lo faccio da poco ma non riesco piú a smettere è diventata una dipendenza assurda e si va sempre più profondi, all’inizio i miei amici mi hanno scoperta ma ora lo faccio e cerco di coprirmi i polsi, è tutto vero ció che c’è scritto, di solito non si deve iniziare pen niente ma perchè si ha un motivo vero. nella mia scuola ci sono moltissime ragazxe che lo fanno per farsi vedere che hanno il coraggio di farlo e mi danno molto fastidio.

    • Cara Eleonora,
      è già fondamentale che tu riconosca e scriva quanto dici qui. Ora fa’ un altro passettino decisivo: affidati a un bravo psicoterapeuta e fatti aiutare. Non è detto che tu trovi subito quello giusto, ma cercalo, cercalo. Prima o poi lo troverai. In bocca al lupo. Un abbraccio.

  3. soffro di questo disturbo da svariati anni, e posso affermare per esperienza, che è tutto vero…e purtroppo, è terribilmente diffuso.
    le persone dovrebbero essere più informate.
    ai giorni d’ oggi i giovani etichettano coloro che ne soffrono come “emo”, che è una moda, e questo atteggiamento mi fa infuriare. non c’è rispetto per le reali sofferenze. chi si taglia lo fa perchè sente troppo dolore, e rischia di esplodere. credetemi, è terribile, diventa come una droga. diventa necessario. diventa un segreto impronunciabile, sporco, che tocca nel profondo chiunque ti stia intorno.

    • Cara Francesca, grazie per il commento e per quanto dici.
      Spero che un buon aiuto terapeutico possa aiutarti.
      Un abbraccio.


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