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C’era una volta un branco in una classe …

 

Ormai sono passati abbondantemente più di trenta anni, ma nel ricordo è come se fosse ora. A 25 anni entrai come docente di Italiano in una classe dell’Istituto Tecnico Industriale di Treviglio. L’aula era stata ricavata alla buona in un angolo del laboratorio di Meccanica e ben poco aveva di scolastico. Era una quinta classe, l’ultima delle sezioni, “la peggiore”, formata da allievi, tutti maschi, che il Preside mi disse “particolari”, per lo più con una o più ripetenze alle spalle (alcuni di loro avevano soltanto due o tre anni meno di me).: “non si preoccupi, professore, faccia quello che può, lo so che a fine anno all’esame di maturità saranno promossi in pochi”.

Quando entrai in classe solo tre o quattro parvero accorgersi di me; la quasi totalità continuò tranquillamente a parlare, tre o quattro a palleggiare un pallone bucato, altri a fumare. In particolare mi colpì subito un gruppo di tre allievi seduti l’uno accanto all’altro nelle loro sedie, schienale appoggiato al muro, in bilico, con le gambe e i piedi sul banco.

Dopo alcuni richiami e un buon quarto d’ora di tempo, finalmente potei cominciare a fare lezione. Guardandoli uno a uno negli occhi  riuscii a garantirmi un minimo di attenzione da parte di tutti, eccetto quei tre: continuavano a stare lì con le loro sedie dondolanti e le loro suole al vento, con lo sguardo lasciato ostinatamente nel vuoto e nella protesta.

È sempre stato mio costume insegnare muovendomi tra i banchi e interloquendo spesso con gli allievi che via via mi erano vicino. Anche in quel caso continuai a camminare per la classe. Più volte giunsi vicino al trio, ma simmetricamente non li degnai neppure io di uno sguardo e meno che meno di una interlocuzione. Però, a un certo punto, quando mancavano una decina di minuti alla campanella, giunto vicino a quello che dei tre era palesemente il leader, con mossa improvvisa e brusca gli buttai giù le gambe dal banco; immediatamente, gli andai a pochi centimetri dal naso e gli dissi: “se hai le palle, reagisci subito, altrimenti sta’ attento; se sei un capo, puoi esserlo anche di tutta la classe”; poi ripresi come se nulla fosse la lezione. Lui, preso alla sprovvista, non seppe reagire nei pochi attimi in cui avrebbe potuto farlo; non gli restò che tentare – cosa che fece – di essere davvero il capo del suo branco e della intera classe. Da quel giorno il branco stette attento e si integrò nella classe; dopo poche settimane, sotto la guida del suo capo, cominciò a tenere all’intera classe alcune lezioni che io affidai loro come a un unico soggetto. E furono davvero bravi.

Non avevo diviso il branco, nel suo capo – rispettandone la gerarchia interna – l’avevo affrontato e sfidato, in una logica che solo un maschio adolescente comprende, accetta e condivide. Ma, soprattutto, in questo modo, senza negarlo come realtà di aggregazione primaria (questo è il branco per l’adolescente), l’avevo trasformato in risorsa preziosa per sé e per tutta la classe. Gli altri gruppi entrarono in sana rivalità con i tre, e ne uscì un bel campionato di classe.

Dopo alcuni mesi, un giorno, il capo dei tre dopo avermi chiesto se poteva parlarmi in disparte di cose sue, mi domandò: “professore, la mia ragazza è in ritardo di 10 giorni, cosa devo fare?”.

Alla fine dell’anno solo due allievi non riuscirono a essere promossi, con grande dispiacere loro, mio e di tutti i compagni.

Divento triste se penso a come la prima mossa di molti insegnanti sta nel dividere il branco, smembrandolo chirurgicamente nei quattro angoli della classe. Senza neppure rendersene conto, non solo perdono per sempre una risorsa preziosa, ma fondano e legittimano la emarginazione del branco, trasformandolo sempre più in branco di ribelli e di arrabbiati; e soprattutto, nessuno chiederà mai loro che senso abbia potere diventare padre a 19 anni.

 

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