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Un legame profondo e bello unisce i gesti della relazione d’amore a quelli della relazione di accudimento. Questo legame dà tenerezza all’eros, ne fa l’evento più vivo e strutturante, più umano e bello, forse il più vero.

In fondo, il messaggio delle pagine che seguono è tutto qui.

Il discorso si snoda in due volumi, il presente sottotitolato Gesti d’accudimento e gesti d’amore e il prossimo, che verrà pubblicato a breve, sottotitolato Il Sé, la nudità, il corteggiamento. In realtà i due volumi costituiscono le due sezioni di un’unica opera e, come tali, sono indicate nei rinvii interni. La Sezione Prima è più apodittica: uno alla volta, mostra come ogni gesto d’amore, rinviando al gesto d’accudimento, lo riprenda1, mantenendone i significati originari e al tempo stesso aprendoli in ricchezza insospettata. La Sezione Seconda è più concettuale o, se si preferisce, teoretica2: rilegge quanto è stato detto, a partire da alcune nozioni chiave, quali il Sé, la nudità e il corteggiamento.

Le due Sezioni si fondano e, in certo qual modo, si completano a vicenda; possono anche essere lette ciascuna per conto proprio, così che ciascuno dei due volumi, che le contiene, può godere di vita autonoma.

Anche il linguaggio e il suo andamento variano. Dove si racconta e si mostra, la parola è più colloquiale, immediata; si presta a una lettura veloce; a tratti chiede al lettore di essere un po’ fanciullo, complice, sognatore. Dove si riflette, la parola prende distanza, chiede e vuole la mediazione del concetto, talora della competenza, spesso della riflessione. Chiedo scusa al lettore della non omogeneità e dei passaggi a volte repentini da una parola all’altra. Non sono riuscito a fare di meglio.

* * *

Mentre svolgo il mio lavoro di psicoterapeuta, cerco il più possibile di pensare come chi mi sta di fronte fosse da piccolo, quale bambino sia stato, che concepimento, gravidanza, parto, accudimento abbia avuto. Dai suoi gesti, vissuti e atteggiamenti attuali cerco di immaginarmi la modalità relazionale dei gesti, dei vissuti e degli atteggiamenti, con i quali è stato concepito e partorito, grazie ai quali ha cominciato a respirare, parlare, camminare, mangiare, dormire, svegliarsi, vivere, soffrire, gioire. Ogni volta trovo conferma di quanto siano legati tra loro gesti d’amore e gesti d’accudimento3. Ne sono sempre più convinto: tutti gli individui fanno l’amore con le stesse modalità relazionali con cui sono stati accuditi4; e viceversa. È come se si potesse dire: dimmi come fai l’amore oggi, da adulto, e ti dirò come sei stato accudito in passato, da bambino; o al contrario: dimmi come sei stato accudito e ti dirò come ami e come amerai. Certo, il tutto non è così meccanico come potrebbe apparire; perciò occorre inoltrarsi in queste pagine.

Il gesto d’amore è gesto originario e al tempo stesso ulteriore: sta al di qua, ma anche al di là della parola e di ogni altro gesto; è insieme gesto generante (allora sta al di qua) e gesto generato (allora sta al di là). Il gesto d’accudimento invece sta soltanto al di qua di ogni futuro gesto e di ogni futura parola, in quanto ne è la condizione e ne determina l’imprinting. Ecco perché il gesto d’amore rinvia a quello d’accudimento, ma subito lo trascende (non può dunque esaurirsi in esso), proprio come fa il simbolo5 con il dato concreto al quale si riferisce e al quale rinvia: lo riprende, ne scava i significati, allargandoli senza mai perderli o tradirli, fino a volerne intendere l’origine. Tuttavia, in certa maniera, anche il gesto d’accudimento si radica sul gesto d’amore, in un gioco complesso di rimandi e rinvii; addirittura, come si vedrà, nel caso del concepimento, in un attimo decisivo, gesto d’amore e gesto d’accudimento sono i due aspetti di un evento unico.

Questo libro è un po’ un’ottica nuova di guardare l’amore, un sentiero che tenta di inoltrarsi nella tenerezza e nelle passioni, così che se ne interpretino meglio i gesti, proprio nel doppio significato che il verbo interpretare ha in italiano: leggere con esattezza e agire con fedeltà ai significati. Si sospende il modo abituale di vedere (o non vedere) i gesti d’amore, per renderli più vicini alla vita e più godibili nel cuore e nella mente. Così, li si scopre strettamente legati ai gesti dell’accudimento da un tenerissimo continuo rinvio: per questo ne sono il simbolo. Il confine tra gesto d’amore e gesto d’accudimento è sottile e non così scontato come parrebbe a primo intuito. Soltanto la coscienza simbolica, tenace e appassionata esploratrice dei simboli, può, a mio avviso, indicarlo con deciso delicato rispetto.

* * *

Quanto riceviamo dalla vita, spesso ci pare a volte un castigo immeritato, una pena inutile, un limite doloroso. Per riuscire a leggere la vita non come mancanza deludente, ma come straordinario esserci, ci vuole, a volte, l’intera esistenza; talora neppure questa basta. Anche sapere leggere l’amore e vivere la presenza dei suoi significati, è terribilmente raro. Così molti amori si perdono e muoiono; di frequente finiscono nell’odio, nell’indifferenza o, a sentire la cronaca, pure nel sangue. Se si guardasse e vivesse l’amore con occhi diversi6, forse si starebbe meglio; magari si sarebbe felici.

1 Su questo principio, a quanto mi risulta, le culture formidabilmente concordano, pure nella diversità delle loro scelte e sottolineature. I gesti d’amore, quasi ripetendoli, si radicano sui gesti dell’accudimento, così che la relazione d’amore, riprendendo la relazione d’accudimento, rifonda la storia dei due amanti, la strutturazione dei loro imprinting più decisivi. È come se il loro amarsi fosse genitore dei due amanti, quasi a renderli fratelli di quel comune rinascere, che è il loro amarsi in-amorato. Forse per questo il Cantico dei Cantici chiama i due amanti “fratello” e “sorella”. Lo si vedrà nel corso dei capitoli.

2 Per teoresi intendo l’esplicarsi della ricerca concettuale, al fine di vederci sempre più chiaramente: ragionando sui concetti, si può meglio contemplare la bella verità degli eventi e del loro accadere ed esserci.

3 Quando guardo all’essere umano e alla tenerezza dell’eros, il mio animo gioisce di stupore. Vedo in ogni essere umano il bambino, come stava nel pancione di sua mamma, davanti a lei sul fasciatoio o, più radicalmente ancora, dentro all’amore che l’ha concepito. Non riesco a non vedere nel muoversi dell’oggi il convergere prodigioso delle danze che, di amore in amore, hanno portato al concepimento di quella creatura, fino ad avviarla a sua volta all’esperienza d’amore. So che ogni persona, nella più profonda e fedele verità del suo Sé, è il suo concepimento (vedi il Capitolo Quarto).

4 A meno che, naturalmente, non intervenga una adeguata azione terapeutica, l’unica capace di portare al cambiamento, qualora le modalità relazionali apprese siano disfunzionali o patogene.

5 Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro (“Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”; trad. di PieroPucci da PLATONE, Opere complete, vol. 3, Laterza, Bari, 1971, p. 175). A questo significato di rinvio, di ripresa di unità, di richiamo di senso, mi rifaccio anch’io quando uso la parola simbolo.

Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto – in questo libro – relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere.

6 In questo senso, penso, la storia e l’esistenza sono perdono nel senso letterale di per-dono: per esse, attraverso di esse, l’amore può dirsi come dono, cioè come quel dare senza del quale non è possibile alcun ricevere.

2 Comments

  1. Condivido a pieno questo modo di sentire l’Amore, la Vita.
    Credo che la nostalgia dell’Eterno che continuamente vive in me, contribuisca a nutrire questo senso leggero dell’Anima anche qui, sulla terra.
    Certo che è difficile incontrare Anime a noi affini.
    Per avere poi il grande amore diventa un’impresa ardua, anche perché il fattore fortuna è secondo me determinante.
    Ecco così trovarsi ad agire impulsivamente attraverso schemi indotti dai genitori; piuttosto che incontrollato bisogno di soddisfare uno dei più antichi bisogni: non sentire, se pur per un attimo, se pur illusoriamente, il peso della condizione umana di solitudine.
    Ed ecco che questo avvia un meccanismo di ricerca e di “pulizia” di quelli schemi o di quelle parti irrisolte, che pare infinito!
    In realtà l’amore è dentro ed è propria individuale cura e responsabilità, farlo emergere e nutrirsene a prescindere dalla presenza dell’altro. L’altro arriva e c’è per la condivisione, o almeno così dovrebbe essere. E’ raro…molto raro…

    • Forse sarebbe meglio leggere tutto La tenerezza dell’eros.


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