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Finalmente una bella notizia: siamo anche gente felice, che sa danzare e gioire con partecipazione. E Como non è soltanto la cittá che difende i preti pedofili e uccide le ragazze nei sottopassi. A riprova ecco il resoconto di una bella serata comasca, che parla di incontro con culture diverse e di difesa dalla stupida intolleranza e dallo stupido perbenismo di qualcuno più uguale degli altri.

Come va’? Io ieri  sera sono andata a sentire i Tinariwen al Sociale, non ero convintissima, avevo ascoltato qualcosa su youtube e non avevo gran voglia.

Poi ho letto che abitavano a Tammanrasset, nel sud dell’Algeria, proprio la città da cui ero partita per il viaggio nel deserto, così ho deciso che, se avessi trovato i biglietti, sarei andata a sentirli.
Sono restata in attesa dell’apertura della biglietteria (un quarto d’ora di ritardo!) e ho trovato un biglietto in platea, laterale (il Sociale era quasi pieno).
Sono usciti vestiti in modo tradizionale, uno solo non aveva il copricapo tuareg, ma aveva bellissimi capelli ricci.
Hanno iniziato con una canzone e, dopo i tenui applausi hanno detto un un “ca va?” un po’ preoccupato,
Così è continuato per quattro o cinque canzoni che iniziavano dopo un “ca va?”( a cui un po’ di gente rispondeva “bene” e altri ridacchiavano), e terminavano con un “grazie tutti” stentato.
Poi è successo che una ragazza si è alzata e ha iniziato a ballare sotto il palco copiando i movimenti di uno di loro, in breve molti altri l’hanno imitata, erano circa una quarantina, forse più, sotto il palco. La musica era coinvolgente, purtroppo non si capiva nulla dei testi (avrei voluto i sopratitoli!), la gente seguiva le indicazioni per il battito ritmico delle mani e poi…
proprio davanti a me, circa quattro file prima, un signore piccolo e grassottello, si è alzato e con passo marziale si è diretto verso il fondo della sala. E’ ritornato quasi subito seguito da due maschere (uomini) un po’ allarmate. Ha iniziato ad indicare i ballerini con aria molto infastidita. Le maschere hanno iniziato a parlare alle persone che danzavano ma non sono venute a capo di nulla. Poi hanno proposto al signore di cambiare posto (gli indicavano un posto centrale in platea), dopo un po’ di scompiglio il signore e la sua dama si sono alzati e lì è accaduto il peggio: dai palchetti sopra di me alcuni hanno iniziato a fischiare e una voce d’uomo ha urlato ripetutamente (al signore in marcia) “Vai a casa, va’!”.
Poi tutto si è calmato di nuovo, la gente che ballava è diventata sempre più numerosa e l’atmosfera era davvero rilassante.
Alcuni tuareg finalmente sorridevano.E soprattutto non si sentiva più “ca va?”
Alla fine una ballerina più intraprendente degli altri è passata dalla platea al palco e si è improvvisata in una danza che sembrava più quella dei sette veli che un ballo tuareg… ma va beh… è durato poco!
Comunque sono contenta di esserci andata.
I tuareg sono un bel popolo, che si sta estinguendo purtroppo.
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