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Quando succede qualcosa di imprevisto, ci si sente smarriti. Più l’imprevisto ci riguarda da vicino, più lo smarrimento cresce. Se l’imprevisto riguarda le cose a noi più familiari, siamo presi dallo spaesamento, che è una parola sulla quale la psicologia (Freud dedicò a questa parola un saggio nel 1919) e ancora meglio la filosofia ha riflettuto parecchio: Heidegger ci ha riflettuto a lungo in tante sue opere. Lo spaesamento traduce la parola tedesca das Unheimliche, che propriamente significa “ciò che non è familiare”, “ciò che è estraneo”; si rifà al temine tedesco das Heim, che indica “la casa”, “il focolare domestico”, “la dimora familiare”. Ebbene nulla è più spaesante di quanto possa capitare di imprevisto alla casa, alla famiglia. È così spaesante da coincidere con l’angoscia più profonda e destabilizzante, quella che paralizza e porta alla perdita di sé, della propria identità, del proprio mondo: ci si sente «nessuno» di fronte al nulla. Non a caso Heidegger riprende e approfondisce con grande vigore la riflessione sull’angoscia fatta da Kierkegaard.

Ripensavo a questo, di fronte al crescere terribile di eventi di omicidio-suicidio, che hanno come proprio luogo e tempo la casa, la famiglia. Altro che IMU o ICI! A minacciare le nostre case siamo noi stessi con fatti di sangue sempre più tremendi, di fronte ai quali neppure Eschilo e Sofocle avrebbero potuto immaginare niente di più tragico.

La casa e la famiglia sono il luogo-tempo più nostro, dove ciascuno di noi vive le relazioni più profonde, quelle che dovrebbero dare l’identità e la conferma di sé. Se proprio questo luogo-tempo si rivela come il più spaesante, che succederà? Se famiglie apparentemente “normali” e “come tutte le altre”, dove, a detta di chi le conosceva, “regnava l’armonia”, hanno in sé la possibilità della estrema violenza e della catastrofe irreparabile, che potrà mai succedere a tutti noi?

Il mio lavoro di psicoterapeuta si rivolge in modo diretto alle famiglie e alle loro dinamiche relazionali. Proprio da questo punto di osservazione e sulla base di quanto mi tocca vedere ogni giorno, posso ripetere che, purtroppo, a stupirmi è non tanto che ci siano questi terribili fatti di sangue, quanto che – per fortuna – siano ancora così pochi. Ho da tempo denunciato in questo blog la “neandertalizzazione” della famiglia e il crescere vertiginoso delle dinamiche incestuose che caratterizzano le nostre famiglia, portando alla implosione della famiglia (non a caso ho titolato Implosione il mio ultimo libro pubblicato su internet al sito www.ilmiolibro.kataweb.it ). Pochissima eco hanno avuto le mie parole (unica eccezione un’intervista da parte di “Famiglia Cristiana” online); se non sei un già noto, in Italia non vieni ascoltato.

Nessuno, per esempio, dice in modo chiaro quanto da più di mezzo secolo la psicologia e la clinica psicoterapeutica sistemiche vanno ripetendo, confortate dai grandi risultati clinici prodotti: che la genesi dei disturbi mentali, in particolari dei più gravi, cioè quelli di area psicotica (la psicosi, la schizofrenia, la anoressia, la bulimia ecc.) hanno la loro genesi nella disfunzione delle relazioni familiari, disfunzione che peggiora di generazione in generazione e che è la vera causa delle gravi patologie psichiche. Si lascia ancora credere e pensare che alla base dei disturbi mentali ci siano cause organiche, curabili con gli psicofarmaci. Nel mantenimento di questo stato di ignoranza colludono la scarsa informazione (l’ignoranza, dunque, di grandissima parte dei giornalisti e dei direttori di giornali, radio, televisioni) e gli interessi di grandi lobbies quali le case farmaceutiche e gli ordini professionali. Si preferisce lasciare credere e pensare che la famiglia sia “il fondamento sano della nostra società”; e, per quanto riguarda il disturbo psichico, la mentalità corrente sotto sotto è ancora quella del “”a chi la tocca, la tocca” di manzoniana memoria.

È inutile che ripeta qui quanto ho già scritto; il lettore di questo blog può andarsi a rileggere i numerosi post dedicati alla famiglia, alle dinamiche patogene che spesso la caratterizzano, alle dinamiche incestuose e ai “segreti di famiglia” presenti in esse. Prima della estinzione dell’Uomo di Neandertal erano due le specie umane sulla terra. Se è rimasta solo quella dell’Homo Sapiens, lo si deve al fatto che questa specie ha saputo aprirsi allo straniero e alla diversità, evitando di implodere su sé stessa con l’incesto e il cannibalismo. Al cannibalismo non siamo per fortuna ancora arrivati, almeno a quello fisico, ma quanto alle dinamiche incestuose, alla incapacità di lasciare andare i figli, alla paura dello straniero e del diverso colti non come risorsa e patrimonio, ma come minaccia si stiamo neandertalizzando ogni giorno di più. Purtroppo.

Perché stupirci allora, se le nostre case e le nostre famiglie stanno sempre più spesso diventando orribili mattatoi dove ancora non ci si mangia, ma sempre più si è spaesati, angosciati, angosciosamente soli, capaci solo di dilaniarci l’un l’altro, di ucciderci e di uccidere.

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3 Comments

  1. Memoria e Storia.
    Germaine Tillion, etnologa francese, deportata nel 1942 come prigioniera politica a Ravensbrouck, il campo di sole donne, dove sua madre fu inviata alla camera a gas e da dove lei riuscì a tornare, in un libro che ha dedicato al campo di concentramento trasforma la propria memoria in storia, cioè coniuga armoniosamente soggettività e rigore.
    Tillion affronta il problema della “banalità del male”, ricalcando le orme di Himmler. “Bestia notturna che nasconde le sue tracce” oppure un impiegatucolo qualunque?
    Nel qual caso, conclude, ci sarebbe davvero da aver paura,” perchè quel ventre lì”, quello degli uomini qualunque, ” è ancor più fecondo di quello della Bestia”.
    ( da Anna Foa- Avvenire)

  2. Caro Gigi,

    leggo questo articolo che fa riflettere, e ha il melanconico profumo della tristezza. Non mi rattrista quanto scrivi: la tua analisi è lucida, profonda e dona un’arma positiva per un miglioramento dell’essere umano. Mi rattrista invece la visione che spesso la gente ha della famiglia, meglio ancora la visione che si ha di chi NON ha famiglia.
    Faccio un esempio concreto.
    Sono seduta a tavola insieme a dei colleghi. Partono degli apprezzamenti non troppo gentili su una persona con la quale si sta collaborando e che, …ovviamente, non è seduta al tavolo. La persona in questione è estremamente precisa nel suo lavoro, ma spesso è molto tesa e, spesso, la sua tensione e precisione si trasformano in un approccio alquanto energico nei confronti del pubblico che sta entrando in teatro (pubblico composto da bambini dai 6 ai 12 anni), pubblico che lei accoglie insieme ad altre persone.
    Ai colleghi questa accoglienza da lady di ferro piace poco, e l’analisi si chiude in una domanda che puzza di sentenza:
    “Ma lei ha figli?” – “No” – “Ah ecco!”
    La discussione si sposta su un’altra collega (anche lei assente…) che ha da poco annunciato di essere in dolce attesa. Il commento è stato: “Era ora!!”, riferendosi chiaramente all’età della futura mamma.
    Bene…
    Mi sembra di poter concludere che se si è madri, allora si è Santa Maria Goretti e si ha la capacità magicamente acquisita di trattare i bambini con la pazienza e la dolcezza di un santo beatificato da Dio in persona. Se però non si ha figli, c’è poco da dire: si può solo essere l’orco che strilla e sbraita e strattona, incapace di un linguaggio dalle tinte pastello ma che si esprime in grugniti e colpi di clava.
    E poi: cosa aspetta una donna a partorire??? Cosa aspetta ad indossare l’aureola che esce insieme alla placenta???
    Bene, Gigi lo sa e non ho alcun problema ha dirlo: io non ho figli, purtroppo non penso ce ne saranno nemmeno a breve (per quanto la vita spesso ci sorprenda, e sarebbe bello!). Ma non mi sento un orco con il canino che cola bava!
    Mi piacciono i bambini, so giocare con loro, so farli sorridere e sognare, e sorridere e sognare con loro, e so sgridarli quando occorre (senza che questo significhi aggredirli!!).
    Eppure: se non sei madre, c’è qualcosa che non va in te. Se non hai un compagno/marito/fidanzato, sei strano.
    Ma quanti “santi” in coppia e con figli hanno sotto l’aureola una clava pronta a scattare? Certo, è scomodo parlare di famiglie distorte quando si fa parte di una famiglia. E comunque la scappatoia esiste sempre: quando succede qualcosa è perché all’interno della famiglia (la santa famiglia) c’era UNA SOLA mela bacata. Io non credo alla famiglia Mulino Bianco, e penso sia un bene che non esista! Troppo zucchero finisce con il portare la carie, mentre un confronto aperto e intelligente può solo arricchire i colori di due persone (con o senza figli). Ma penso anche che sia un errore madornale affibbiare a chi è “solo” la lettera scarlatta del “diverso”, dello “strano”.
    Conoscere se stessi non è facile, aprirsi alla conoscenza dell’altro ancora meno. Forse se avessimo tutti la forza delicata di andare incontro all’altro senza voler indossare il costume sociale della famiglia normale, ma come persone che si incontrano, che si spogliano, si conoscono, e insieme cercano di costruire una presenza ancora più bella, ci sarebbero meno stragi e meno giudizi taglienti.
    Mi auguro di avere questa forza delicata, e di costruire pian piano una famiglia NON SANTA, ma con una margherita in mano!

    Elena

    ps: mi accomuno a Mario, dicendo che AMO gli articoli del blog tutti belli colorati 🙂 Portano speranza

  3. Che bellezza i colori , verde, rosso e blu, degli ultimi articoli.
    Si racconta che Hermann Hesse, in qualità di pittore, ( vocazione tardiva che intervenne dopo i quarant’anni a seguito di un profonda crisi) usasse prevalentemente i colori rosso e blu.
    Mi pice molto leggere il tono rosso e il tono blu, ma non so spiegarmi il perchè.
    Per la verità anche il verde mi distende molto.
    Certo il rosso è in armonia con la drammaticità che vive oggi la cosiddetta famiglia” normale”.
    Avendo seguito la chiara analisi psicologica che fa il dr. Cortesi intorno alle profonde ragioni che stanno alla radice del “male”, mi fa paura quanto possa incunerasi questo Virus anche nei meandri a noi prossimi e serpeggiare inconsciamente.
    Per esempio i figli adulti che restano in casa: come si possono ” cacciare”, partorendoli alla società, se non facendo il cuore duro e così creando artificiosamente le condizioni esasperate di un salutare abbandono.
    Tutto mi risulta difficile.

    mario


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