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A Messa, qualche anno fa, all’Offertorio venivano portati spesso all’altare spighe di grano e grappoli d’uva. Invece – pensai – la consacrazione prevedeva non le spighe di grano, ma il pane; non i grappoli d’uva, ma il vino. C’era qualcosa che forse alle suggestioni georgico-ecologiche sfuggiva.

Tra la spiga di grano e il pane o tra il grappolo d’uva e il vino ci sta il lavoro umano, quel “tra” prodigioso che lega/divide tra loro gli uomini: a) l’azione del contadino, quella del mugnaio e del vignaiolo, quella del fornaio e dell’oste; b) l’organizzazione culturale, sociale, sindacale, politica del lavoro; c) la fatica degli uomini, la costituzione e le contraddizioni dell’organizzazione del lavoro; d) la giustizia o l’ingiustizia nella distribuzione sociale e politica del pane e del vino; e) la vita e la morte, la tranquillità e l’angoscia, il benessere o il malessere, la gioia o la tristezza legati al pane e al vino e alla loro presenza o assenza; f) la convivialità o la solitudine, la gioia vivificante della festa (il vino) e della ferialità (il pane) o la disperazione mortificante che caratterizzano il pane mangiato e il vino bevuto; g) i luoghi in cui il pane viene mangiato e il vino bevuto: la casa, l’osteria, la mensa, l’albergo, la trincea, la piazza, il rifugio ecc.; h) i modi e le dimensioni in cui il pane viene mangiato e il vino viene bevuto: lo sbocconcellare scanzonato, l’avidità disperata od ossessiva, l’angoscia della restrizione anoressica, il disgusto e il vomito del masochismo bulimico, l’allegria spensierata del brindisi, l’ubriacatura sbadata, l’ebbrezza divertita o irresponsabile, la dipendenza alcoolista.

Ebbene, scegliendo non la spiga e il grappolo, ma il pane e il vino, Gesù ci ha detto che continuava la propria incarnazione eucaristica non nei frutti della natura, ma nell’evento umano del lavoro, di cui il pane e il vino sono la prima presenza, il prodotto più emblematico e quotidiano, l’e-vento e la parola più conviviali e familiari. Nei frutti della natura Gesù c’è già come Verbo Creatore; nel pane e nel vino chiede di entrarci, di incarnarsi ogni volta che la comunità cristiana prende, consacra, mangia e beve facendo memoria di Gesù. Gesù vuole entrare e incarnarsi in tutti gli a), b), c), d), e), f), g), h) del pane e del vino umani.

Chiedendo di potersi di nuovo incarnare ogni volta che la comunità cristiana, facendo memoria di Lui, prende, consacra, mangia il pane e beve il vino, Gesù viene di nuovo accolto e concepito dal “fiat” dell’Annunciazione, viene di nuovo atteso dalla gravidanza esultante e meditante di Maria e in quella dubbiosa/credente di Giuseppe, viene di nuovo partorito dal Natale di Betlemme, viene di nuovo minacciato da Erode, viene di nuovo protetto dalla fuga in Egitto (allora, per sfuggire alla morte, non occorrevano i barconi o i gommoni, bastavano gli asini), viene di nuovo lasciato in pace per 30 anni, viene di nuovo ascoltato da individui e folle, viene di nuovo messo a morte nel modo più orrendo, viene di nuovo annunciato come Risorto. Ecco perché il pane e il vino di ogni Messa sono angelo annunciante, Maria theotokos, padre dubbioso e pregante, parto notturno, fuga clandestina, silenzioso lavoro trentennale, parola, persona e folla, passione, morte, risurrezione.

Ogni messa è tutto questo nel pane e nel vino. Ogni eucarestia è tutto questo nel pane e nel vino. Anche nel silenzio del Sabato Santo il pane e il vino della eucarestia rendono presente e vivente Gesù: anche mentre discende agli Inferi e libera le storie passate e abissali, Gesù è qui come pane e vino della eucarestia.

Le spighe di grano appartenevano a Demetra e Cerere, i grappoli d’uva appartenevano a Pan e Dioniso. Gesù vuole essere pane e vino, chiede di potere continuare a incarnarsi nel pane e nel vino, cioè in quei due “tra” prodigiosi che ogni giorno sono il cuore della relazione inter-umana.

Padre, dacci oggi il nostro pane e il nostro vino quotidiani. Padre, dacci la forza di renderli luogo ed evento di incarnazione e resurrezione. Padre, rendici capaci di accogliere la quotidiana, annunciazione e nascita di Gesù.

Poi, Padre, se un giorno ti va, convinci la gerarchia e il papa ad amare così tanto l’eucarestia da condividerla a pieno con i laici anchhe nella consacrazione. Perché, Padre, un papà e una mamma non possono insieme consacrare il pane e il vino confermando anche in questo il proprio essere chiesa, sacramento, luogo ed evento di annuncio, incarnazione, resurrezione e salvezza? Tu che sei il Padre, fa’ che non si abbia paura dei papà e delle mamme, della loro casa, della loro tavola, del loro pane e del loro vino, della loro messa e della loro eucarestia quotidiane.

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One Comment

  1. ” Pochi lo sanno, ma la regola di San Benedetto, peraltro così austera, prescrive che ai pasti sia data a ogni monaco una misura ( un’emina, pari a circa un quarto di litro) di vino, e nella tradizione monastica questo vino sulla tavola quotidiana è chiamato significativamente ” giustizia” o anche ” carità del vito””. ( E.Bianchi- Ogni cosa alla sua stagione- Einaudi).


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