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Un amico interessato al rapporto tra natale e donna, mi pone due domande:

  1. Perché il Natale a volte “punge”, fa male, soprattutto chi è solo o soffre, invece che essere un’occasione di maggiore serenità e gioia?
  2. L’esperienza clinica ha nel tempo dimostrato che l’arte, figurativa o musicale, può aiutare questi momenti di depressione e solitudine?

Natale, prima che festa cristiana o evento socio-economico, nasce ed è la celebrazione del solstizio d’inverno: la durata del giorno comincia a riprendere consistenza sulla durata della notte. Il 21 giugno e dintorni (san Giovanni il 24, santi Pietro e Paolo il 29) ci sarà poi il solstizio d’estate, che segnerà la ripresa di consistenza della notte sul giorno. Ebbene i due solstizi sono da sempre le due date rituali più importanti nella vita di tutte le culture e di tutte le comunità umane, proprio perché nei solstizi si gioca il dramma del perdersi e riprendersi della luce e, con essa, della speranza e della vita. Per comprendere la valenza profonda di questi due momenti, proviamo a metterci nei panni dei primi uomini, che con angoscia cieca vedevano primna svanire e poi riprendersi poco alla volta la forza della luce e la durata del giorno; nella loro esisten za già precaria il dramma della luce segnava ulteriormente le loro paure e i loro entusiasmi, le loro disperazioni e le loro speranze. Per questo i solstizi erano momenti magici per quelle comunità umane dalla vita talmente estrema e difficile. Di qui il bisogno di ritrovarsi in unità e festa nei solstizi, così da riprendere in unità e festa la sfida della vita, della speranza, della generazione.

Il santuario neolitico di Stonehenge, per esempio, era il luogo di convergenza di tutte le popolazioni della zona che lì convergevano proprio per celebrare il solstizio d’estate. Nei due solstizi venivano dunque celebrate le festività sociali e religiose più importanti di tutte le culture di cui ci sia data memoria. Quelle feste celebravano in particolare la iniziazione dei giovani e delle giovani alla status di adulti, proprio perché la vicenda del morire e del riprendersi della luce bene simboleggiava e interpretava la vicende del rinnovarsi stesso della cultura e della società attraverso le nuove generazioni. L’avvento dei giovani, il loro ingresso nella età adulta e nel potere di procreazione garantiva nuovo vigore, erano promessa e premessa di futuro, proprio come lo erano per le prime comunità umane la ripresa – nel solstizio – della luce diurna e della forza generante della natura. Per questo legame tra la ripresa della luce e della natura e la ripresa sociale della speranza individuale e sociale, i due solstizi sono sempre stati celebrazione della luce (le luci di san Giovanni e le feste dei fuochi nel solstizio d’estate; le luci di natale in quello d’inverno), della sessualità e della nascita (i misteri di Demetra e Dioniso nel mondo greco antico, la natività di Gesù nel mondo cristiano).

Quelle dei solstizi sono dunque festività della luce e della ripresa, del rinnovamento e della generazione. E chi più della donna può ritrovare in sé le dimensioni della ripresa e della sessualità generante? Chi conosce l’arte misteriosa della ripresa più di lei, che a ogni luna deve riprendere la ciclica avventura della propria vicenda mestruale? Chi conosce l’arte misteriosa del dare alla luce più di lei che vive il parto e la maternità? Per questo il Natale interroga e provoca soprattutto la donna, ne scava e riprende la dimensione più autentica e profonda di individuo e di genere. Per questo un Natale debole e insignificante mina le profondità telluriche della donna; per questo, al contrario, un Natale gratificante riconcilia la donna con sé stessa e con la femminilità, cioè con la sua identità di genere e con il suo potere di madre degli individui e della società. C’è dunque in atto una sfida particolare tra donna e Natale, tra senso di sé e ripresa della vita e della spernza dell’intero gruppo di riferimento, che oggi più che mai tende implosivamente a coincidere con la famiglia.

Difatti, celebrando la ripresa della luce e della natura, i solstizi erano anche i luoghi della convergenza. Le popolazioni tutte si ritrovavano, riconoscendosi in questo convergere. I vecchi si ritrovavano, ricordavano e, nella memoria, erano storia e politica, racconto e progetto, continuità e utopia; i giovani si conoscevano e si innamoravano. Anche per questo il solstizio era ed è momento insostituibile di convergenza e di sesso. E nessuno vive e sa di questa dimensione più della donna, che vive e sa quanto la sessualità sia convergenza di vita e morte, di paura e piacere, di attesa e promessa, di padre e figlio. Per questo le crisi familiari e sessuali che immancabilmente costellano le festività soprattutto natalizie (me lo suggerisce l’esperienza clinica) trovano soprattutto nella donna eco e risonanza, producendo in lei – spesso – senso di colpa, come se le difficoltà familiari e di coppia dipendessero da lei e da sue mancanze. Identificandosi così tanto nella vicenda della ripresa della luce, la donna vive come propria colpevole carenza ogni mancanza di ripresa, di continuità, di convergenza. Quanto più è fragile e poco strutturato il rapporto della donna con il proprio sé, tanto più potente e prepotente emerge in lei il bisogno di essere luogo di convergenza e di piacevole speranza.

 

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One Comment

  1. marco 40 anni
    meta’ percorso (mi auguro) credo e penso di aver sempre preso decisioni un poco controcorrente ,o sempre cercato la via comunitaria ,sociale,la condivisione dei problemi e delle difficolta’
    ho avuto la possibilita’ di elevarmi culturalmente ed una formazione pratica lavorativa
    mi trovo di fronte una societa’ che e’ da un’altra parte,che persegue idealiche ho sempre rifiutato e combattuto.cio che di bello si e’ cercato di costruire,liberta’ ,ugguaglianza,diritti sono oltraggiati da un potere mafioso che non persegue piu’ il benessere collettivo ma fa le veci di una piccola parte della societa’.si lottava per una piccola cosa e ci sottraevano una cosa grande.si cercava di sostenere una sacrosanta ragione e ci ritroviamo a rispondere a questioni inutili a gente che non ascolta.
    il lavoro della propaganda governativa e’ quello di farci parlare e spiegare cose e questioni che dovrebbero essere gia accuisite dal nostro ordinamento giuridico e democratico
    cosi mi ritrovo ad aver perso piu’ di cio’ che ho vinto.
    quanto abbiamo ancora da perdere pezzo per pezzo non restera’ piu’ nulla……..deluso?? no,non completamente,questa vita ma ha insegnato molto e mi ha reso forte ma dove posso usare questa forza interiore?? dove posso muovermi se lo spazio e’ sempre piu’ ridotto??
    devo consolarmi con il fatto che io coscentemente sto bene??
    devo ritirarmi spiritualmente perche’ ci resta la preghiera come arma?
    dopo tanto tempo che la gente non si parla come si puo’ riprendere il discorso senza dover partire da zero??
    con affetto marco


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