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Ecco la notizia: “Salerno. Dodicenne sonnambulo muore cadendo dal balcone di casa”. Il giornale che la riporta (“la Città di Salerno”) amaramente conclude: “I genitori sapevano del disturbo del figlio ma, pare, non fossero eccessivamente allarmati dal momento che il bambino non aveva mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri; al massimo, infatti, lo avevano trovato di notte in piedi che girovagava dentro casa”.

Purtroppo nel mio lavoro di terapeuta mi capita non di rado di imbattermi in casi di sonnambulismo o di stati che, in base a quanto dicono i genitori, sono assimilabili al sonnambulismo. Mi stupisce notare la diffusa sottovalutazione del fenomeno non soltanto da parte dei genitori, ma a volte – secondo quanto mi riferiscono alcuni genitori – anche da parte di qualche medico e pediatra.

Non voglio qui entrare nel merito di valutazioni nosografiche o strutturali sul sonnambulismo. Prescindendo dal caso di Salerno, di cui non so nulla oltre allo scarno dato di cronaca citato, e limitandomi a quanto mi ha detto finora l’esperienza clinica in ordine ai casi da me seguiti in terapia, posso notare che – a livello di diagnosi sistemico-relazionale – il sonnambulismo di solito si presenta in sistemi familiari con una o più delle seguenti caratteristiche:

  • sono sistemi familiari poco plastici, sono cioè incapaci di significativi e profondi cambiamenti nel gioco delle relazioni interne (in altri membri della famiglia di solito non sono assenti disturbi d’ansia o somatizzazioni particolari, per esempio l’asma);
  • spesso in questi sistemi familiari la religione è vissuta in modo non certo aperto e liberante, ma in modo ideologico o mitico o acritico, come giustificante e vincolante motore di conservazione e di rigidità morale e comportamentale, spesso come ricattatorio e colpevolizzante elemento di controllo morale e psicologico;
  • questi sistemi familiari presentano grosse difficoltà di svincolo e di presa di autonomia di molti dei figli dai genitori; di solito da più di due o tre generazioni lo svincolo e la presa di autonomia dei figli sono problematici, confusamente agiti o passivamente subiti;
  • non a caso, spesso si tratta di famiglie che si identificano con “l’azienda di famiglia” (o comunque con il “mito-famiglia” identificato in un particolare status familiare, cui è pressoché impossibile alle nuove generazioni sottrarsi: per esempio guai al figlio che non si laurei anch’egli, magari nella stessa università del padre o del nonno, o guai alla figlia che non si sposi con un certo tipo di uomo), tali da creare notevoli sovrapposizioni tra famiglia, lavoro (o status accademico o patrimoniale o sociale), abitazione: la famiglia-azienda-mito diventa un guscio troppo duro dal quale i pulcini non riescono né possono uscire: diventa un contenitore, che, dando l’alibi della unità familiare e della “bella famiglia”, appiattisce le generazioni l’una sull’altra, con una crescente confusione, promiscuità e inversione di ruoli familiari (i nonni fanno i genitori dei nipoti; i figli sono eccessivamente infantilizzati o, all’estremo opposto, troppo precocemente adultizzati; cognati e cognate o suoceri e nuore o suocere e generi si scambiano o condividono più o meno apertamente e inconsciamente il partner affettivo e/o sessuale e/o coniugale ecc.). Questo contenitore, sempre più esigente e totalitario impedisce ogni reale esperienza di auto-affermazione professionale e umana dei figli all’esterno della famiglia, trattenendoli e condizionandoli sempre più, impedendo loro una effettiva elaborazione dell’edipo, con forte ricaduta sulla autostima e, ancora di più, sul processo di identificazione di sé;
  • sono presenti forti dinamiche incestuose, sia fisiche (cioè realmente consumate), sia psicologiche (non fisicamente consumate, ma proprio per questo più nascoste e, per certi versi più micidiali), in una sequenza non di rado transgenerazionale di “segreti di famiglia” taciuti o rimossi o negati, ma comunque relazionalmente condizionanti l’evoluzione degli individui e dell’intero sistema;
  • non di rado si assiste alla morte precoce (per malatita, per incidente più o meno casuale, per suicidio) o alla progressiva psichiatrizzazione di alcuni figli, di frequente il primo maschio o la prima femmina della nuova generazione. È come se per questi individui il peso del condizionamento del sistema e dei suoi miti fosse tale da potersene liberare soltanto “andandosene” o fisicamente o psichicamente.

Il sonnambulismo, prima di essere l’etichetta di un disturbo mentale o di una situazione psichica strutturale, è dunque un importante segnale di disagio relazionale familiare. Come tutti i segnali, va ascoltato e, di certo, non sottovalutato. Dimenticando l’allarme che suona o fingendo di non sentirlo, l’incendio di certo non si spegne.

Perché un ragazzo (e prima di lui la sua famiglia) sia aiutato, non è necessario aspettare che abbia o non abbia “mai arrecato alcun danno né a sé né agli altri“; è più che sufficiente che mostri – per esempio con il sonnambulismo – una sofferenza, che va ascoltata attentamente e della quale egli (e con lui tutta la famiglia) è giusto non debba patire.

Non si tratta solamente di evitare il rischio della morte fisica di un ragazzo di dodici anni; si tratta – ancor prima e ancora di più – di evitare la sofferenza sia di chi è sonnambulo, sia dell’intero ambiente familiare che gli sta attorno. Altrimenti la morte di un dodicenne, in quanto segnale sprecato, può diventare doppiamente tragica e tragicamente ancora più assurda.

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