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Il folle gesto d’incesto e la ricerca del padre: Lucio Fontana in mostra a Palazzolo sull’Oglio

Non so nulla o quasi di Lucio Fontana, né mi curo di saper di lui più che tre cose: aveva una madre attrice di teatro, un padre scultore, fece opere in cui bucò o tagliò le tele. Ciò mi basta per lavorare d’immaginazione sull’arte sua e sulla sua poetica.

Che c’è di più bello dell’ignoranza che alimenta l’immaginazione? Non sono peraltro uso a far tale esercizio; di solito il rigore mi sostiene e voglio che mi sostenga. Ma qui mi piace interpretare così come viene, solo perché così mi viene, godendo d’ignoranza. Il lettore, stavolta, pensi quel che gli aggrada; a me aggrada solamente dire quel che sto per dire.

La tela è la madre. Le attrici sono di tela, sono tela: non quella dei quadri, ma quella dello schermo non usurpata dall’olio unto del dipinto, ma sfiorata dalla farfalla dell’immagine proiettata, baciata dal suo volare inconsistente. Questa mi pare la tela per Fontana, tela da schermo, non da quadro; da cinema, più ancora che da teatro. Un’attrice è sempre un po’ scissa, ma lì su quello schermo di tela rende aerea la sua dissociazione, la trasforma in sogno imprendibile, in fotogramma d’illusione, che non lascia segno. Allora lì il punteruolo fallico che buca o il rasoio dissacrante che penetra consacrano il gesto d’incesto del figlio, lo ammettono, lo permettono, lo salvano, lo purificano, fino all’arte e all’epistrofé del simbolo.

Solo così la madre è obbligata a partorire il figlio, a lasciarlo nascere, a non possederlo più. Solo con questa gestazione d’incesto il figlio si libera della sua stretta, e finalmente può andare al padre e al mondo. Muore la tela, muore la pittura, nasce la forma che della scultura è materia e anima.

La scultura sta oltre il buco e il taglio. Solo in questo trans-gredire la forma è per-messa e il padre è ra-g-giunto. Solo in quest’arte l’incesto è parto e vita, è la cecità saggia di chi a Colono parla ai padri e li ri-trova.

Questo mi è sovvenuto in quel di Palazzolo, vedendo le tagliate tele di Lucio Fontana, un artista di cui so solo le tre cose che ho detto e l’emozione che sempre provo al godermi le opere sue.

L’occasione mi è stata offerta dalla mirabile mostra “Spazio, colore, immagine. Emblemi d’arte contemporaneia: da Hartung a Fontana, da Tàpies a Warhol”, frutto di coraggio e genio da parte del curatore Paolo Campiglio e della provvida Fondazione Ambrosetti, a Palazzolo sull’Oglio, in via Matteotti al 53. Un solo rammarico: oltre a Rosi e a me nessuno respirava con noi quelle splendide sale. Solitaria è l’arte vera. Soltanto ci accompagnava la grazia gentile di Chiara, la custode vestale fanciulla che ci ha dispensato l’ambrosia di sì bella visita.

Consiglio ai miei lettori il piacere di tanta avventura: la mostra dura fino al 30 luglio.

2 Comments

  1. Evviva. Sono tornati i commenti di Laura. A questo blog mancavano.

  2. “Che c’è di più bello dell’ignoranza che alimenta l’immaginazione?” ed io ho avuto il privilegio di assistere a questo puro stupore che si affacciava dalla vetrina opaca e fumosa del Pappagallo D’Oro a quella dell’attigua tersa e rutilante della galleria d’arte contemporanea.
    Tutti i pomeriggi alle tre, dopo la scuola- così imparavo un’altra volta a farmi bocciare!- infilavo le chiavi in quella vetrina e girando l’interruttore illuminavo quello stupore!Posavo sulla scrivania i libri sui quali avrei studiato tutto il pomeriggio ed assistevo alla solita timida apparizione davanti alla vetrina degli avventori del Pappagallo D’Oro appena calati dal paese in quel luogo di perdizione cittadino che era allora quel quartiere malfamato ( ad avercene di così oggi!).Ho sempre apprezzato la scelta del mio datore di lavoro, nonchè amico di famiglia, colto e sensibilissimo gallerista e collezionista d’arte moderna, di portare proprio in quel quartiere “dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi” i Fontana, i Kandinskj, i Pollock, i Castellani ma anche Legèr,Mirò, Sironi e tanti altri di cui ricordo ancora l’odore delle tele quando la sera riponevo i più preziosi nella stanza blindata.Sicura che mai nulla di male si sarebbe potuto accadere, ero “la stellina” coccolata e accudita delle pittoresche intrattenitrici dei Batistì, Tone, Barbèta,e vegliavano su di me dall’adiacente Pappagallo D’Oro.
    E io assistevo divertita e commossa agli incontri e ai commenti dei Batistì con Lucio Fontana e c. Ma anche all’approcco stupito della “gente d’altri paraggi” collezionisti d’arte che da tutt’Italia giungevano fin qui per appropriarsi di un opera da tempo anelata che si ritrovavano coi Tone a bere un bianco al Pappagallo D’Oro.
    Quelle si che erano contaminazioni! E ora forse comprendo quello sguardo ironico e il sorriso divertito sempre presente sul volto Di Alberto Valerio che qui volle, trent’anni fa, la sua galleria d’arte ” La nuova città”.


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