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I bambini non ascoltano il cielo 

 

D’estate, da piccolo mi capitava talora di uscire di notte. Andavo dietro casa. Subito c’erano i prati. Si apriva la pianura. E scoprivo il cielo. Nessuno conosce il cielo più della pianura. Come una languida femmina innamorata, si scioglie e spalanca allo sguardo del cielo notturno. Se ne lascia penetrare, così che lui la fecondi di mistero e di racconto, così che lei poi, di giorno, partorisca i fiori, i raccolti, i colori.

Allora non c’erano le luci dei paesi, i segnali delle strade, le insegne che inquinano il buio. La notte non era ferita dalla bestemmia delle luci umane. Il buio era buio, nero, carico di tremore. Mi riportava agli uomini primi; con loro sentivo ancora la bava ansimante del lupo predatore, che spingeva gli uomini alla vicinanza. Nulla più delle paure totali rende fratelli, insegna l’appartenenza, muove l’abbraccio.

E lì, abbracciato ai fratelli di tutti i tempi, sentivo il racconto. A raccontarlo era il cielo. Io mettevo i fili che univano le stelle. Lui metteva il racconto. Diceva del Cigno maestoso, dell’Aquila regale, di Pegaso alato cavallo, dei Pesci, della Balena, del Serpente, della Vergine fanciulla, di Castore e di Polluce, di Perseo, del Delfino, delle due Orse, di Venere vanitosa, dell’ardito Sagittario. Con tutti quei personaggi il cielo tesseva storie incredibili, sempre nuove.

A mano a mano che raccontava, diventava rotonda volta protettiva, paterna, che abbracciava e confermava di gioia il convegno che dai millenni portava i miei fratelli uomini lì vicino a me. Eravamo lì estasiati. Inventavamo nuove mitologie da proiettare là in alto. Le costellazioni prendevano nomi sempre diversi, nuovi, impreveduti. Il cielo si sbizzarriva a raccontare storie ancora più straordiarie. Ogni racconto una mitologia.

Quando racconta, il cielo ti abbraccia e – lui curvo – ti accoglie nella simpatia di un padre prodigioso. Che bello potere diventare una costellazione, così da essere raccontato da lui. Era il mio sogno di allora.

 

Non vedo più i bambini ascoltare il cielo. Poveretti, se ne stanno nelle case a guardare i pollici dei loro televisori. Li credono grandi, quei loro megaschermi piatti, che non conoscono il buio e non sanno i racconti. Ignorano quale anima abbia il grande cielo buio, curvo, capace di dire le stelle, di tradurre l’infinito nell’abbraccio delle storie e delle umanità. Ignorano i sogni, la fantasie, le appartenenze. Né più sanno, poi, dormire e svegliarsi ai colori e alla vita.

 

 

 

 

 

 

 

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