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Psicosi e integralismo

 

L’ottica sistemica, oltre a permettere la lettura e la terapia dei disturbi psichici prodotti dalla disfunzione delle relazioni familiari, offre la possibilità di leggere in modo nuovo e più ricco anche i grandi fatti politici, sociali e culturali. Come le famiglie, infatti anche le culture, le società, gli stati sono sistemi di relazioni che uniscono tra loro gli individui in gioco.

Il primo principio, su cui si fonda ogni sistema non importa di che tipo, si chiama omeostasi: è quella forza che ogni sistema attiva per conservare sé stesso, evitando la propria trasformazione più radicale, quella che segna la morte del vecchio sistema e che fa nascere il nuovo: consente ogni altra trasformazione, purché non metta in gioco la sopravvivenza del vecchio sistema (in questo caso è un po’ quello che Tomasi di Lampedusa diceva ne Il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla).

Di fronte allo svincolo del figlio, un sistema familiare incapace di trasformarsi davvero risponde mettendo in atto dinamiche che, senza che i protagonisti se ne accorgano, finiscono con il trattenere il figlio nel suo ruolo: o mantenendone la dipendenza dai genitori (da un punto di vista economico, abitativo, lavorativo ecc.); o – più radicalmente ancora – favorendo l’insorgere di un disturbo psichico (di solito di area psicotica) che “obblighi” i genitori a restare tali per sempre. In tale modo da un lato i genitori possono evitare di tornare coppia come prima che nascessero i figli, d’altro lato il figlio non se ne va e non costituisce una vera nuova famiglia; per altro, anche gli altri figli sono in tale modo “obbligati” a restare o a rientrare nel vecchio sistema familiare (“poveri genitori, come fanno senza di noi a occuparsi della follia di nostro fratello?”).

Parimenti, di fronte al rischio di perdersi in tante piccole nuove realtà culturali, sociali e politiche, un sistema culturale fortemente radicato risponde mettendo in atto dinamiche che, senza che i protagonisti se ne accorgano, ricompattano il sistema, garantendogli la sopravvivenza. In questo senso, nulla più degli integralismi agisce in funzione omeostatica. Soprattutto l’integralismo religioso risulta efficace. Assolutizzando un tale importante elemento di identità e al tempo stesso di identificazione, impedisce ogni vero e profondo confronto con l’alterità – in questa caso religiosa – delle altre culture; di conseguenza crea i presupposti della intolleranza e, quindi, del conflitto. In nome poi dell’emergenza legata al sorgere del conflitto richiama all’unità gli individui, obbligandoli a restare o a rientrare nei vecchi canoni di identità e nelle vecchie modalità di identificazione, assolutizzandone le forme e le espressioni.

Possiamo dunque dire che l’integralismo, in particolare quello religioso, sta a una cultura come la psicosi sta a una famiglia: agendo in chiave radicalmente omeostatica.

Il mondo islamico sta vivendo da almeno mezzo secolo un grande processo di differenziazione interna. Diversi elementi e fattori contribuiscono alla urgenza e alla accelerazione di tale processo. La globalizzazione non solo economica, ma anche mediale spinge verso forme linguistiche e verso modelli comportamentali e relazionali completamente nuovi, che poco hanno a che fare con i vecchi. Da un punto di vista linguistico si sta attivando un processo simile a quello che portò il latino a morire, facendo nascere le lingue nazionali neolatine; ormai i magrebini, i mediorientali, i sauditi o gli indonesiani parlano lingue molto diverse tra loro, destinate a ulteriori differenziazioni. Lo stesso dicasi per i costumi, i comportamenti, i modelli familiari e sociali, il modo stesso di vestire di vestirsi.

Quanto all’unità politica degli stati islamici: l’OPEC ormai non può più garantire alcuna parvenza di unità al mondo della mezza luna. Del resto gran parte del potere compattante dell’OPEC era legato alla situazione di paralisi politica prodotta dalla guerra fredda e dalla divisione tra mondo sovietico e mondo occidentale.

Oggi l’azione omeostatica è garantita in modo formidabile dal terrorismo. Nulla più del terrorismo mantiene unite tra loro le tanto diverse realtà del mondo islamico. In questa ottica mi pare che vada invertito il rapporto di causa effetto tra problema palestinese e terrorismo: più che essere la causa del terrorismo il problema palestinese ne è la conseguenza e l’alibi; non è tanto il terrorismo a “servire” alla causa palestinese, quanto la causa palestinese a “servire” al terrorismo; probabilmente, se non ci fosse quel problema (che pure c’è ed è enorme), se ne troverebbe un altro.

D’altra parte l’antiterrorismo diviene sempre di più l’azione omeostatica propria del mondo occidentale, speculare e simmetrica all’azione terroristica contro la quale si attiva e agisce (quindi anche al mondo occidentale “serve” che la causa palestinese rimanga quello che è). Terrorismo e antiterrorismo ormai non possono più fare a mano l’uno dell’altro; sotto l’apparenza del loro insanabile conflitto cercano di garantire il blocco omeostatico e psicotico del mondo intero.

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