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Perché non si festeggia il menarca?

 

In tutte le società e culture che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive” si festeggia l’arrivo delle prime mestruazioni. Tutta la comunità si dichiara felice che una nuova donna sia presente e che, con il potere della sua femminilità, renda più ricchi tutti quanti; vede in ciò motivo di gioia e di speranza sociali. La ragazza poi si trova al centro della attenzione sociale e, soprattutto, si sente vista e considerata come adulta. Questo le dà un nuovo e gratificante senso di sé, del proprio corpo, della propria centralità sociale. Riceve con ciò una notevole conferma, che le permette di compensare alla grande la difficoltà da un lato dell’abbandono della fanciullezza e dall’altro dell’accesso alla dimensione adulta. Il difficile passaggio dal vecchio corpo e dalla vecchia vita di bambina a quelli nuovi di donna è così sorretto ed equilibrato dalla festa, dall’attenzione ricevuta, dalla riconosciuta nuova dimensione di femmina adulta.

La festa della comunità struttura ed equilibra anche il delicato rapporto tra famiglia d’origine e ragazza mestruata. In primo luogo dice alla famiglia d’origine che il suo compito è stato assolto e che quindi essa ha svolto quanto le competeva: questo dà conferma all’azione formativa ed educativa della famiglia d’origine, le dice che la missione è stata compiuta e che ci devono essere non sensi e dubbi di colpevole inadeguatezza, ma solo festa e gioia per il risultato raggiunto. In secondo luogo, affermando la dignità adulta della nuova donna, la comunità in certo senso comincia proprio con questa festa a compensare la fatica e il dolore che lo svincolo di una figlia comunque comporta, preannunciando con ciò la festa che a suo tempo accompagnerà il matrimonio della ragazza e la definitiva rinuncia a lei da parte della famiglia d’origine.

Da noi l’arrivo delle prime mestruazioni è evento quasi clandestino. A esserne informata è di solito la mamma, che spesso si limita a dare qualche rapido consiglio su come intervenire con i pannolini. Troppo di frequente da parte della mamma non c’è neppure un sorriso o un festoso abbraccio di complicità femminile. L’unico squallido risicato commento che purtroppo molte mamme si limitano a fare è “adesso devi stare attenta ai ragazzi e a non restare incinta”. Spesso questo commento o altri di segno analogo sono accompagnati da un tono di voce e da sguardi non certo festosi e gratificanti, tali da comunicare un messaggio più o meno di questo tipo: “poveretta te, anche tu adesso sei donna e devi fare i conti con il sesso e con il maschio!”.

Il padre di solito è informato solo di nascosto e non manifesta alcunché alla ragazza, come se il suo essere ora una donna non contasse nulla e non cambiasse nulla.

Nulla è cambiato, c’è solo un’incombenza igienica in più e una nuova paura del sesso e del maschio: questo di fatto è il messaggio che con l’arrivo del menarca viene dato a molte delle nostre ragazze. Il rapporto con il nuovo corpo di donna e con la sessualità è vissuto in una sorda clandestinità, spesso abitata da paure e sensi di colpa, che aumentano a dismisura, fino al parossismo, la difficoltà a lasciare la fanciullezza e l’impegno a vivere la dimensione adulta. Anche a scuola (per molte ragazze, ormai, la scuola è l’unico spazio sociale extrafamiliare praticabile) nessuno ti dice né ti riconosce nulla, né ti conferma di nulla; se quella mattina hai un’interrogazione, conta solo questa, non il fatto straordinario che tu sei diventata donna.

Quando le mie due figlie hanno avuto le prime mestruazioni, qui nella nostra casa si è fatto festa, abbiamo mangiato la torta e bevuto lo champagne, sono state donate loro bellissime rose rosse, Rosi ed io eravamo felici. Mi spiace che, a fronte di ciò, non ci sia stato un adeguato e simmetrico riscontro sociale: sarebbe stato decisivo, bello, importantissimo.

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