Per mail mi scrive una signora:
“Egr. Dott. Cortesi,
mi scusi se la disturbo ancora, le avevo scritto qualche tempo fa perché mio genero se ne era andato di casa perché aveva scoperto di essere omosessuale (dopo 5 anni di matrimonio e dopo aver messo al mondo un figlio). Ora lui vive con un compagno e mia figlia a volte lascia tranquillamente il bambino a dormire con loro (ora ha 2 anni).
Mia figlia dice che da grande sarà più libero di trovare la sua identità… sarà così o ci potranno essere problemi per la sua crescita?
La ringrazio anticipatamente se potrà rispondermi.
Distinti saluti.”.
La mia risposta:
“Carissima signora XY,
perchè si ostina a chiamarla “mia figlia”? Essere genitori è una funzione a termine. Se un figlio o una figlia restano tali, significa che i genitori non hanno svolto bene la loro funzione. Se lei, cara XY, e suo marito avete svolto bene il vostro compito di genitori, quella che era vostra figlia oggi è una donna in grado (e con pieno diritto-dovere) di giudicare autonomamente se i problemi esistono o meno e, qualora esistano, se e come affrontarli e con chi affrontarli. La lasci in pace e la rispetti come donna. Se non riesce a farlo, significa che i problemi sono suoi, non di “sua figlia”, e come tali dovrebbe affrontarli con l’aiuto di un buon psicoterapeuta.
In bocca al lupo”.
Una piccola precisazione:
Di fronte a mails come questa (e ne giungono parecchie), per prima cosa si spera sempre che siano scritte in buona fede. In nome di questa speranza, cerco di rispondere sempre.