Ogni giorno nel Canale di Sicilia e nel Mediterraneo muoiono uomini, donne, bambini
Migliaia muoiono. Decine o centinaia ogni giorno. Di molti non si sa neppure la morte. Uomini, donne, bambini, madri incinte.
Eppure i “servizi” su questi fatti ormai non fanno più grande notizia. Nei giornali e nei telegiornali difficilmente trovano precedenza su altre notizie, come se quelle morti in fondo non importassero più di tanto o non facessero più audience. Sono morti annunciate, previste, prevedibili. A tratti pare che il direttore o il giornalista le metta in scaletta solo perché deve metterle, più annoiato che convinto. Se non rischiasse la critica, forse neppure le metterebbe.
Molti politici poi quelle morti le usano: prima, durante e dopo le elezioni. Pensano a reprimere, non a costruire. Se qualche politico pensa a costruire, lo trattano da cretino e lo fanno fuori.
Lettori ed elettori permettono tutto ciò, lo causano, lo lasciano accadere. Qualcuno addirittura pensa: meglio morti che qui a creare problemi.
Non c’è la pietà.
Nessuno pensa a quei corpi devastati, a quelle anime perdute, a quelle umanità che non parleranno più, che non guarderanno più, che non si innamoreranno più, che non si stupiranno più di fronte alla albe e ai tramonti, che non costruiranno più mondi e progetti, che non arricchiranno più la storia e la vita.
Quando si pensa a difendersi, prima o poi l’uomo non conta nulla. Quando la morte viene lasciata accadere, l’umanità finisce.
Non c’è la pietà.
Si pensa a nuove guerre e non si seppelliscono i morti di nessuna guerra.
A me quelle umanità mancano. Mi sento depredato di vita, espropriato di speranza, scippato di felicità, dilaniato di gioia negata. Ognuna di queste morti è anche la mia morte. Vi abbraccio, fratelli sconosciuti. Vi abbraccio dal di dentro, morendo in voi.