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Vorrei anch’io morire da sveglio,
dentro la sofferenza,
infradiciato di sofferenza,
quando la coscienza è più acuta
e l’uomo è più uomo
e sa, lui solo, che significhi
soffrire e morire come un cane.
Sposerò in quell’attimo
la coscienza.

Vorrei anch’io morire da sveglio
in un grande giorno di sole,
di quel sole che ti disidrata fin nelle midolla,
in ogni del corpo e del cuore più riposta papilla.

Oppure vorrei morire,
ma sempre e inesorabilmente da sveglio,
in una notte fresca di luna.
Quelle lune piene totali mi diranno
chi è la fanciulla coscienza
e quanto la seguì l’errante pastore (e l’insanato deserto).

In quell’attimo sveglio vedrò gli occhi di Silvia,
fuggitivi e ridenti,
e in essi le pupille buone e mai perdute del pane e di Rosi.

Sposerò in quell’attimo
la coscienza.

 

 

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