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Un commento di Tea al un mio recente post (quando i figli se ne vanno, vanno celebrate due feste) pone il problema della identità e del senso dell’essere nonno:

E quando se ne vanno? La nostra prima ragazza si è sposata nel ‘97, poi è rimasta subito in cinta e da allora ha 6 bambini, tutti voluti certamente, ma noi genitori siamo passati subito a essere nonni a tempo pieno, insomma è uscita dalla porta ed è rientrata non dalla finestra, ma sempre dalla porta con prole e marito. Anche se volessimo dirle: e vai… vai figliola … vai, macché!!! Adesso ci ha telefonato che la seconda, Ester ha la febbre e domani mattina devo andare a casa loro…”.

A quanto intuisco da questo commento e secondo quel che mi suggerisce l’esperienza clinica, mi pare che per molti essere nonni significa continuare a “fare” i genitori. Non più i genitori dei propri figli (che in larga misura continuano a restare figli), ma i genitori dei figli dei propri figli.

Adesso ci ha telefonato che la seconda, Ester ha la febbre e domani mattina devo andare a casa loro”, dice il commento. Ma, cara Tea, chi te l’ha detto che “devi” andare? Quale legge, norma, regola te lo impone? Con che diritto tua figlia ti chiama e telo chiede? Perché ti chiama? Perché te lo chiede? Perché le permetti di chiamarti, di usarti, di sovvertire i tuoi programmi, di invadere la tua vita individuale e di coppia? Perché le dai un diritto che non ha e che non è giusto abbia?

Strano paese il nostro! Manca del tutto o quasi il senso del dovere in tanti decisivi momenti e per tantissimi aspetti vitali, e là, dove non ci dovrebbe essere per niente, emerge improvviso e urgente l’imperativo categorico di un indebito “devo!”.

Cara Tea, se i figli si permettono di chiamare i nonni, usandoli “24/24” come baby sitter o come una succursale di “Emergency” e di “Medici senza frontiere” o come autisti e/o fornitori di “macchina di cortesia” o come insegnanti di doposcuola eccetera eccetera, significa che i figli non se ne sono veramente andati. Significa che sono rimasti (e che voi, consciamente o inconsciamente, li avete lasciati rimanere) figli: figli procreanti, ma sempre e inesorabilmente figli. E che voi non siete diventati nonni, ma siete rimasti (e, consciamente o inconsciamente, vi ha fatto gioco rimanere) genitori: genitori non procreanti, ma sempre e soltanto genitori.

Cominciamo dai figli. Se voi li supportate, li sostenete, li supplite, li sostituite, intervenite a ogni loro richiamo, li aiutate, quando mai diventeranno davvero autonomi? Quando mai moriranno come “figli” per nascere come uomini e donne adulti? E quando mai potranno poi diventare davvero i genitori dei loro figli? Quando mai scopriranno che quello che chiedono o esigono da voi (e che voi lasciate che vi chiedano e che lo esigano) o compete loro, e allora devono chiederlo a loro stessi ed esigerlo da loro stessi; o compete alla società e alle istituzioni, e allora devono chiederlo alla società e alle istituzioni, esigendolo da queste. Se voi intervenite, impedite loro di diventare sia adulti sia genitori sia cittadini. Credendo in buonissima fede di aiutarli, li scippate della loro umanità adulta, della loro genitorialità, della loro dimensione sociale, civile e politica. Impedite loro per esempio di solidalizzare con giovani coppie che abbiano i loro stessi problemi, di confrontarsi con loro, di crescere insieme al loro mondo, di trovare ed esigere insieme al loro mondo le risposte adeguate, creando e vivendo socialità, domanda e risposta civile e politica.

Lo so, Tea, tu mi dirai che la società li lascia soli, che le istituzioni non funzionano e non li aiutano, che le difficoltà lavorative, logistiche ed economiche della vita d’oggi sono enormi e che da soli non ce la possono fare. È vero. Ma è altrettanto vero che, se voi continuate ad aiutarli e a sostituirvi a loro senza mai svezzarli dalla dipendenza da voi e dalla generazione che li precede, il loro mondo non crescerà mai, la società imploderà sempre più, le istituzioni sociali, civili e politiche funzioneranno sempre di meno, perché nessuno vivrà la responsabilità né di esigerne il funzionamento né di garantirlo. Si creerà quel terribile circolo vizioso di neandertalizzazione della famiglia e, quindi, della società, all’interno del quale purtroppo siamo già in grande misura (confronta il mio post Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza.). Questa situazione, prima di esserne la causa, è il frutto di tutti gli interventi indebiti che la nostra generazione ha compiuto e continua a compiere, prevaricando – magari sempre in buonissima fede, magari con l’intenzione di aiutare – la generazione dei figli. Se non ci si decide a invertire la rotta, l’esito sarà la sempre più grave rottura del tessuto sociale e civile, della possibilità stessa della azione politica, con gravissimo danno per la generazione dei nipoti.

Ora veniamo a noi nonni. Vedi, Tea, essere nonno significa, a mio parere, soprattutto questo: l’acquisizione di una dimensione più lungimirante; la capacità di cogliere nell’emergenza il tutto e di indicarlo. Significa non aiutare il contingente del giorno dopo giorno, ma guardare e garantire la possibilità del futuro: non tanto quello di “tuo” nipote, ma quello di tutti i nipoti e pronipoti del mondo. Significa non sgommare con le marce corte del quotidiano in una folle rincorsa del tempo in sostituzione della genitorialità dei nostri figli, ma azionare le marce lunghe della storia, della conferma trans-generazionale, della speranza culturale e storica, della sapienza profetica, della indicazione trascendente, della preghiera aperta all’irruzione del divino nell’umano.

I nostri nipoti e pronipoti incontreranno altri nipoti e i pronipoti, si innamoreranno di loro, faranno – si spera – figli con loro, mondi con loro, città con loro. Se noi siamo nonni in modo miope, facendo i nonni in modo sbagliato e sostituendo-scippando la genitorialità dei nostri figli, noi ci illuderemo di essere stati bravi nonni, ma – bene che vada – saremo stati nonni di nipoti senza futuro, senza innamoramenti, senza città, senza mondi, senza speranze, senza utopie fecondi di terre nuove e cieli nuovi.

Arrangiati”, questa – detta con l’amore più fermo, deciso, profondo e vero dell’universo – è la risposta più autentica e bella che possiamo dare a un figlio che ci chiede di supplirlo o sostituirlo nella genitorialità. Certo, meglio ancora sarebbe che a nostro figlio o a nostra figlia non venisse neppure in mente di chiamarci come sostituti o supplenti: vorrebbe dire che davvero i nostri figli sono diventati persone adulte, genitori autonomi, padri e madri veri dei loro figli.

Se proprio vuoi, cara Tea, una cosa possiamo fare. Essere felici come coppia, vivere con gioia e fino in fondo la nostra recuperata dimensione di coppia. Ora che i figli se ne sono andati, noi possiamo ritornare a tempo pieno la coppia di innamorati che eravamo all’inizio, prima che arrivassero i figli. Non a caso, molto spesso, troppo spesso, consciamente o inconsciamente, molti di noi continuano a fare i genitori dei figli dei propri figli, proprio perché non sanno più né innamorarsi né vivere l’innamoramento; allora aiutare i figli e sostituirsi a loro è il pretesto e l’alibi per continuare a non essere coppia, e non essere mai veramente la coppia e il viversi dell’amore. Invece, mi pare, se c’è qualcosa che veramente possiamo testimoniare davanti ai nostri ex-figli e alle nuove generazioni è la possibilità dell’amore, la concreta e vissuta possibilità dell’amore. Se lo facciamo, apriamo la speranza al mondo e il mondo alla speranza; diamo ai nostri ex-figli il messaggio della possibilità della intimità nella gioia e della gioia nella intimità; testimoniamo e confermiamo quanto è bello e vero l’essere coppia.

Allora per i nostri nipoti non saremo i noiosi e pedanti supplenti del quotidiano, ma potremo incarnare ed essere la gioiosa scoperta della gratuità non rituale od obbligata e della grande festa della vita, quella che apre alla gioia della Creazione.

Un legame profondo e bello unisce i gesti della relazione d’amore a quelli della relazione di accudimento. Questo legame dà tenerezza all’eros, ne fa l’evento più vivo e strutturante, più umano e bello, forse il più vero.

In fondo, il messaggio delle pagine che seguono è tutto qui.

Il discorso si snoda in due volumi, il presente sottotitolato Gesti d’accudimento e gesti d’amore e il prossimo, che verrà pubblicato a breve, sottotitolato Il Sé, la nudità, il corteggiamento. In realtà i due volumi costituiscono le due sezioni di un’unica opera e, come tali, sono indicate nei rinvii interni. La Sezione Prima è più apodittica: uno alla volta, mostra come ogni gesto d’amore, rinviando al gesto d’accudimento, lo riprenda1, mantenendone i significati originari e al tempo stesso aprendoli in ricchezza insospettata. La Sezione Seconda è più concettuale o, se si preferisce, teoretica2: rilegge quanto è stato detto, a partire da alcune nozioni chiave, quali il Sé, la nudità e il corteggiamento.

Le due Sezioni si fondano e, in certo qual modo, si completano a vicenda; possono anche essere lette ciascuna per conto proprio, così che ciascuno dei due volumi, che le contiene, può godere di vita autonoma.

Anche il linguaggio e il suo andamento variano. Dove si racconta e si mostra, la parola è più colloquiale, immediata; si presta a una lettura veloce; a tratti chiede al lettore di essere un po’ fanciullo, complice, sognatore. Dove si riflette, la parola prende distanza, chiede e vuole la mediazione del concetto, talora della competenza, spesso della riflessione. Chiedo scusa al lettore della non omogeneità e dei passaggi a volte repentini da una parola all’altra. Non sono riuscito a fare di meglio.

 

* * *

 

Mentre svolgo il mio lavoro di psicoterapeuta, cerco il più possibile di pensare come chi mi sta di fronte fosse da piccolo, quale bambino sia stato, che concepimento, gravidanza, parto, accudimento abbia avuto. Dai suoi gesti, vissuti e atteggiamenti attuali cerco di immaginarmi la modalità relazionale dei gesti, dei vissuti e degli atteggiamenti, con i quali è stato concepito e partorito, grazie ai quali ha cominciato a respirare, parlare, camminare, mangiare, dormire, svegliarsi, vivere, soffrire, gioire. Ogni volta trovo conferma di quanto siano legati tra loro gesti d’amore e gesti d’accudimento3. Ne sono sempre più convinto: tutti gli individui fanno l’amore con le stesse modalità relazionali con cui sono stati accuditi4; e viceversa. È come se si potesse dire: dimmi come fai l’amore oggi, da adulto, e ti dirò come sei stato accudito in passato, da bambino; o al contrario: dimmi come sei stato accudito e ti dirò come ami e come amerai. Certo, il tutto non è così meccanico come potrebbe apparire; perciò occorre inoltrarsi in queste pagine.

Il gesto d’amore è gesto originario e al tempo stesso ulteriore: sta al di qua, ma anche al di là della parola e di ogni altro gesto; è insieme gesto generante (allora sta al di qua) e gesto generato (allora sta al di là). Il gesto d’accudimento invece sta soltanto al di qua di ogni futuro gesto e di ogni futura parola, in quanto ne è la condizione e ne determina l’imprinting. Ecco perché il gesto d’amore rinvia a quello d’accudimento, ma subito lo trascende (non può dunque esaurirsi in esso), proprio come fa il simbolo5 con il dato concreto al quale si riferisce e al quale rinvia: lo riprende, ne scava i significati, allargandoli senza mai perderli o tradirli, fino a volerne intendere l’origine. Tuttavia, in certa maniera, anche il gesto d’accudimento si radica sul gesto d’amore, in un gioco complesso di rimandi e rinvii; addirittura, come si vedrà, nel caso del concepimento, in un attimo decisivo, gesto d’amore e gesto d’accudimento sono i due aspetti di un evento unico.

Questo libro è un po’ un’ottica nuova di guardare l’amore, un sentiero che tenta di inoltrarsi nella tenerezza e nelle passioni, così che se ne interpretino meglio i gesti, proprio nel doppio significato che il verbo interpretare ha in italiano: leggere con esattezza e agire con fedeltà ai significati. Si sospende il modo abituale di vedere (o non vedere) i gesti d’amore, per renderli più vicini alla vita e più godibili nel cuore e nella mente. Così, li si scopre strettamente legati ai gesti dell’accudimento da un tenerissimo continuo rinvio: per questo ne sono il simbolo. Il confine tra gesto d’amore e gesto d’accudimento è sottile e non così scontato come parrebbe a primo intuito. Soltanto la coscienza simbolica, tenace e appassionata esploratrice dei simboli, può, a mio avviso, indicarlo con deciso delicato rispetto.

 

* * *

 

Quanto riceviamo dalla vita, spesso ci pare a volte un castigo immeritato, una pena inutile, un limite doloroso. Per riuscire a leggere la vita non come mancanza deludente, ma come straordinario esserci, ci vuole, a volte, l’intera esistenza; talora neppure questa basta. Anche sapere leggere l’amore e vivere la presenza dei suoi significati, è terribilmente raro. Così molti amori si perdono e muoiono; di frequente finiscono nell’odio, nell’indifferenza o, a sentire la cronaca, pure nel sangue. Se si guardasse e vivesse l’amore con occhi diversi6, forse si starebbe meglio; magari si sarebbe felici.

1 Su questo principio, a quanto mi risulta, le culture formidabilmente concordano, pure nella diversità delle loro scelte e sottolineature. I gesti d’amore, quasi ripetendoli, si radicano sui gesti dell’accudimento, così che la relazione d’amore, riprendendo la relazione d’accudimento, rifonda la storia dei due amanti, la strutturazione dei loro imprinting più decisivi. È come se il loro amarsi fosse genitore dei due amanti, quasi a renderli fratelli di quel comune rinascere, che è il loro amarsi in-amorato. Forse per questo il Cantico dei Cantici chiama i due amanti “fratello” e “sorella”. Lo si vedrà nel corso dei capitoli.

2 Per teoresi intendo l’esplicarsi della ricerca concettuale, al fine di vederci sempre più chiaramente: ragionando sui concetti, si può meglio contemplare la bella verità degli eventi e del loro accadere ed esserci.

3 Quando guardo all’essere umano e alla tenerezza dell’eros, il mio animo gioisce di stupore. Vedo in ogni essere umano il bambino, come stava nel pancione di sua mamma, davanti a lei sul fasciatoio o, più radicalmente ancora, dentro all’amore che l’ha concepito. Non riesco a non vedere nel muoversi dell’oggi il convergere prodigioso delle danze che, di amore in amore, hanno portato al concepimento di quella creatura, fino ad avviarla a sua volta all’esperienza d’amore. So che ogni persona, nella più profonda e fedele verità del suo Sé, è il suo concepimento (vedi il Capitolo Quarto).

4 A meno che, naturalmente, non intervenga una adeguata azione terapeutica, l’unica capace di portare al cambiamento, qualora le modalità relazionali apprese siano disfunzionali o patogene.

5 Simbolo è letteralmente una delle parti della tessera dell’ospitalità (o dell’amicizia): due persone unite dal vincolo dell’ospitalità (o dell’amicizia), al momento del congedo rompevano in due parti l’óstrakon, cioè il pezzo d’argilla, che rappresentava il loro incontro, e ciascuna teneva con sé il proprio pezzo (poteva trattarsi anche di una moneta o di un anello rotto a metà). Quando poi essi o i loro discendenti si ritrovavano, le due parti venivano di nuovo messe insieme (il verbo sym-ballein, ‘gettare insieme’, indicava questa azione di ri-com-posizione), per ri-conoscersi e testimoniare la ritrovata unità. Se nell’incontro ci si era conosciuti, ora, grazie al simbolo, ci si ri-conosceva: in tal modo si ri-trovava non soltanto l’unità della tessera ospitale (o amicale), ma anche della propria storia e della propria conoscenza. Che senso ha la conoscenza se non è possibilità di ri-conoscenza e di ri-conoscimento di sé e dell’altro da sé? L’unità era dunque ripresa e riaffermata nel successivo incontro. Ma anche nel distacco e nella lontananza, i due pezzi d’argilla rinviavano sia all’incontro già vissuto sia al futuro re-incontrarsi, erano cioè affermazione di continuità e di mai perduta unità. A questo significato di simbolo si rifà Platone, quando nel Simposio (189 d – 193 d) dice il maschile e il femminile uno simbolo dell’altro (“Ognuno di noi è dunque la metà [σύμβολον] di un uomo resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà”; trad. di PieroPucci da PLATONE, Opere complete, vol. 3, Laterza, Bari, 1971, p. 175). A questo significato di rinvio, di ripresa di unità, di richiamo di senso, mi rifaccio anch’io quando uso la parola simbolo.

Simbolo è dunque rinvio da una realtà a un’altra, oggetto che riprende un altro oggetto, evento che riprende un altro evento. È soprattutto – in questo libro – relazione che riprende un’altra relazione. Ciò che è ripreso è reso presente intenzionalmente in tutta la pregnanza dei suoi significati, che nella ripresa non vanno perduti, ma allargati, aperti. Ciò permette di in-tendere in continuità e unità la ri-conoscenza e il ri-conoscimento di sé, dell’altro da sé e dell’essere.

6 In questo senso, penso, la storia e l’esistenza sono perdono nel senso letterale di per-dono: per esse, attraverso di esse, l’amore può dirsi come dono, cioè come quel dare senza del quale non è possibile alcun ricevere.

stanotte alle 3,52 dell’11 agosto 2009

è nata Matilde,

creatura stupenda di Dio,

figlia di Daniele e Monica

e nipote di Rosi e Gigi.

Grazie alla Madonnina di Lourdes,

a S. Monica e S. Chiara,

ai bisnonni Ginetta, Sandro ed Emilio.

Grazie per la vicinanza e l’affetto

a Claudia e Alessandra.

Oggi 11 agosto 2009 le visite al blog

hanno raggiunto quota 100.000 !!!!

amo la sera bere mezzo bicchiere

di vino buono e tosto

con qualche bel boccone di pane

di quello fatto in casa e con la crosta

 

faceva questo rito mia madre

dopo una giornata di lavoro e di utopia

con me accanto che guardavo

 

mio padre era lontano e andava

a vender vino agli altri per commercio

 

l’anima rossa di mia madre

è ancora lì

dentro a quel vino che carezzo

con l’ultimo boccone di pane

 

 

 

Psicologia del Natale, sesso e angoscia di morte: il solstizio di inverno interroga anche l’uomo d’oggi

Con l’arrivo del solstizio di inverno aumentano sia le richieste di nuove terapie sia il ripresentarsi o il riacutizzarsi di situazioni già in trattamento, soprattutto quelle riguardanti eventi depressivi profondi (non necessariamente coincidenti con comportamenti depressi; lungi dal coincidere con l’evento depressivo, il comportamento depresso è presenza non necessaria e non comunque presente nelle strutture depressive anche gravi) e/o riguardanti storie di abbandoni o rifiuti subiti (non necessariamente consci, quali per esempio quelli subiti al concepimenti, durante la gravidanza o dopo il parto). L’essere umano è legato alla natura molto più di quanto si pensi, soprattutto all’allungarsi del giorno rispetto alla notte o della notte rispetto al giorno. Il solstizio di inverno è difatti il giorno in cui la durata della notte è maggiore. La presenza della luce gioca in misura rilevante e decisiva sulla fisiologia, sulla patologia e su tutte le dinamiche della psiche, soprattutto in quelle in cui si confronta con l’angoscia.

In tutte le culture di ogni tempo i due solstizi sono sempre stati celebrati con le feste più importanti, spesso accompagnate dal convergere della comunità umana nei luoghi più sacri. I monoliti di Stonehenge, per esempio, erano, a quanto pare, il luogo nel quale al solstizio d’estate convergevano anche da distanze enormi tutte le popolazioni del tempo.

La vicenda della luce, il suo prolungarsi o il suo perdersi, sono stati da sempre eventi capaci di interrogare le radici dell’angoscia, sia quelle individuali che quelle collettive. Toccano i livelli profondi della memoria: quelli dell’individuo che, nascendo passa dalla notte uterina alla luce della nascita; quelli collettivi che fanno riemergere lo stupirsi dei primi gruppi umani, quando, prima ancora che si scoprisse la possibilità di gestire e mantenere il fuoco, il gruppo con giorni sempre più bui e freddi doveva affrontare sempre più lunghi periodi di minaccia di fronte al possibile attacco degli animali predatori.

Agli occhi dei primissimi gruppi umani il prolungarsi del buio notturno e l’estinguersi progressivo della luce diurna potevano rappresentare il definitivo morire della luce e del calore, il perdersi assoluto della vita, della fecondità vivificante della natura. L’angoscia di morte aumentava in modo estremo, parossistico, terribile, incontenibile. Per questo richiedeva la rassicurazione della vicinanza collettiva nella festa e il contenimento individuale e sociale nel rito.

Come tutte le angosce e gli imprinting più arcaici, tutto ciò, anche se non ci pensiamo, vive ancora nella profondità della carne e dell’anima di ciascuno di noi e di ogni società umana. Nella estrema profondità della carne e dell’anima – non in quella della mente – sta la memoria più vera, decisiva, efficace. Alla ragione e alla mente tocca solo ammetterne la rilevanza e l’azione.

Per questa angosciante memoria del buio progressivo dei giorni e della paura che da esso derivava, le feste dei solstizi sono caratterizzate da un lato dalla presenza del fuoco e della luce, dall’altro – nel convergere collettivo – dai riti di fecondità e dalle cerimonie di iniziazione che, al di là di ogni angoscia, fondavano la speranza degli individui e del gruppo di continuarsi e mantenersi nelle nuove crescenti generazioni.

Il cristianesimo fece proprie le precedenti feste dei solstizi. Il solstizio d’estate trovò la sua nuova consacrazione in particolare nella festa di san Giovanni Battista (24 giugno) e dei santi Pietro e Paolo (29 giugno); il solstizio di inverno coincise con la celebrazione della nascita stessa di Gesù (25 dicembre). Anche nella versione cristiana la presenza del fuoco è centrale; basti pensare ai fuochi delle feste di san Giovanni (soprattutto nei paesi del centro-nord Europa) o alle luci del Natale e alla centralità data alla stella cometa (quale convergere è più ecumenico di quello dei Magi, al seguito della stella?). Così pure, risulta centrale l’elemento della nascita o della rinascita: a Natale nasce Gesù, il bambino destinato a salvare la storia dal buio della morte fisica (con la Risurrezione) e spirituale (con la salvezza della vecchia storia umana); Giovanni il Battista è colui che con il battesimo fa nascere alla nuova vita dello spirito e alla appartenenza all’evento della salvezza; Pietro e Paolo sono i genitori della Chiesa, che per il cristiano mantiene e garantisce la storia della salvezza e costituisce la più formidabile delle con-vergenze (non a caso il termine chiesa, che deriva dal greco, significa letteralmente “il richiamo a partire da ogni luogo”).

Le stesse prostitute che mi è capitato di avere in terapia mi hanno confermato l’aumento della richiesta di sesso in corrispondenza dei solstizi, proprio come avveniva in occasione delle feste della fecondità bacchiche e dionisiache o durante gli ancora più antichi riti della fecondità. Il sesso – con il suo messaggio di possibile vitalità fecondante – è forse la prima risposta che i gruppi umani hanno potuto o saputo dare all’angoscia di morte tanto emergente in occasione dei solstizi. Prima di ostacolare ferocemente la prostituzione, forse occorrerebbe interrogarsi più a fondo sulle radici antropologiche del “bisogno” di sesso presente nelle radici dell’essere umano. La prostituzione sacra, che non a caso trovava proprio nelle feste dei solstizi l’esercizio della massima espressione, è stata per millenni una risposta anche a questo “bisogno”, un modo di riconoscerlo, significarlo, orientarlo, strutturarlo, non certo – come si tende oggi a fare – di negarlo. Del resto la sessualità è strettamente e profondamente legata alla angoscia di morte: la fissazione spesso ossessiva sulla sessualità genitale è frequente inconscia strategia di evitamento e di contenimento dell’angoscia di morte, come rivelano molte patologie riguardanti l’area psicotica o quella borderline tipica dei disturbi di personalità

In particolare, da noi (cioè in una cultura che sta sempre più riducendo il sociale al familiare), le festività natalizie sono, come per molte altre culture e società, il tempo della con-vergenza familiare (“Natale con i tuoi”). Se non c’è chiarezza sulla forte presenza dell’angoscia in questo periodo, la sistole familiare propria del Natale rischia di trasformarsi in ancora più abissale angoscia e di segnare ulteriore aggravamento delle disfunzioni relazionali familiari e delle patologie da esse prodotte. Non a caso nel periodo natalizio aumentano sia in generale le crisi familiari, sia in particolare gli episodi di incesto e di abuso sessuale a opera di familiari.

 

Prostituzione sacra, riti di possessione, donna d’oggi e uomo bestia

 

In moltissime culture, soprattutto in quelle del passato e in quelle che noi ci ostiniamo a chiamare “primitive”, la prostituta dipendeva e dipende non dalla autorità statale, ma da quella religiosa. In queste culture la prostituta difatti era ed è figura della dea femminile della fecondità e dell’amore, ne è la sacerdotessa, ne incarna la presenza, così che l’incontro con lei ha una formidabile valenza rituale e/o iniziatica.

Per queste culture, rapportarsi con la prostituta significava e significa attingere al potere stesso della dea madre, celebrarne la vivificante forza partecipandone, in una sorta di comunione erotica e sessuale. Per questo il rapporto con la prostituta avveniva ed avviene soprattutto in occasione di alcuni momenti dell’anno, in particolare nei due solstizi, e/o in coincidenza con importanti momenti della vita dei campi o della cacciagione.

Per questo il rapporto con la prostituta molto spesso era ed è uno degli eventi centrali del rito iniziatico del maschio. In questo contesto di festa religiosa e sociale, il ragazzo incontrava e incontra – nella prostituta – tutta la valenza sacra e potente del femminile: questo gli permette di accedere alla pienezza della identità virile adulta. Era ed è come se il ragazzo incontrasse nella prostituta la dea e nella dea la pienezza del genere femminile. Avendo così posseduto sessualmente il genere in tutta la sua sacra pienezza, il ragazzo diveniva e diviene maschio adulto, in grado di coniugarsi a pieno titolo con l’individualità femminile o fidanzandosi o sposandosi. Era ed è un passaggio cultuale di grande rilevanza sociale e psicologica: unitamente alle altre prove iniziatiche, dava identità al ragazzo, lo confermava a pieno titolo come adulto agli occhi sia della comunità sia di sé stesso, strutturandone in modo non irrilevante il Sé di genere, il Sé sociale e, dunque, l’autostima.

L’equivalente iniziatico femminile consisteva e consiste nella esperienza della cosiddetta esposizione al tempio o prostituzione sacra. La ragazza appena mestruata veniva e viene posta in un’area sacra, di pertinenza della dea e, dunque, della autorità religiosa; lì attende il giungere dello straniero e con lui si accoppia. Lo straniero è figura del dio maschile, così che la ragazza vive il rapporto sessuale come se fosse posseduta dal divino e da tutto il suo travolgente e fecondante potere. In tal modo la fanciulla struttura e conferma il proprio Sé di genere e, quindi, la propria autostima a partire da un messaggio formidabile e imperdibile: il mio potere femminile è tanto forte che dio stesso è venuto in me.

Da noi, oggi, questi eventi antropologici così rilevanti e capaci di agire in modo tanto formidabile sulla strutturazione e sulla conferma del Sé sono stati rimossi e/o negati. Qualcosa, qua è là, affiora, senza che ne sia riconosciuta la profondità di rinvio e di significato. Per esempio, la ragazzina che, come una posseduta, urla all’apparire del “divo” (o, come si chiama attualmente, della star), non esprime, in certo qual modo, quel bisogno di possessione totale e “divina”, al quale le culture sopraccitate rispondono con l’istituto della esposizione al tempio e della prostituzione sacra? La smania di potere sull’uomo adulto della Lolita di Nabokov e Kubrick non nasconde forse in sé quel bisogno di possessione divina a cui la nostra società e la nostra cultura non sanno più dare risposta? Molte delle ragazze, che provenienti dalla povertà, vengono a vendersi nelle periferie delle nostre città, non hanno forse in sé il bisogno di fare venire e di succhiare la divina ricchezza e il divino benessere dello straniero occidentale, così da esserne possedute?

Solo a partire dal tema antropologico della possessione e della prostituzione sacra, si può, a mio avviso, cominciare ad affrontare il tema della prostituzione. Che lo si voglia ammettere o meno, ogni fenomeno di prostituzione trattiene in sé un po’ di questi significati, fosse pure per negarli o per capovolgerli o per dissacrarli. Penso addirittura che ogni evento della sessualità debba fare i conti con quanto qui si è accennato. Se l’esperienza clinica non mi inganna, c’è per esempio nelle nostre donne un inappagato bisogno di possessione sessuale, che confuso e pervasivo emerge a mano a mano che la donna, avvicinandosi alla menopausa (grosso modo dai 35 in su), fa – più o meno inconsciamente – il bilancio della propria vita sessuale feconda. In molte di queste donne, peraltro madri e mogli adeguate, affiora il bisogno di essere possedute da maschi “bestia” (loro stesse usano questo temine), con il desiderio e/o la pratica di modalità d’attuazione, che non possono non ricordare i momenti più sfrenati dei riti di possessione o dei misteri dionisiaci (non a caso, Dioniso è un bestial caprone).

Da parte loro i maschi stanno al gioco. L’esperienza dell’incontro con la prostituta e/o con la donna in cerca di possessione li afferma in una identità di genere assai gratificante per individui, che, sempre meno in grado di affrontare e superare l’Edipo (cioè sempre meno in grado di lasciare la madre e di uscire dal territorio paterno), hanno bisogno di sentirsi maschi e adulti, almeno per dieci o, come suggeriva Paulo Coelho nel suo omonimo romanzo, per undici minuti.

Quanto è erotico parlare di prostituzione! E quanto è utile continuare a farlo!

 

Sia prima che dopo l’entrata in vigore della Legge Merlin (1958), che aboliva le “case di tolleranza” gestite dallo Stato, la discussione sulla prostituzione è uno degli argomenti che fanno più audience. E puntualmente il grande polverone produce il topolino di qualche provvedimento confuso, discutibile, mai del tutto definitivo. È come se, più che trovare risposte precise, interessasse la discussione in sé, il polverone appunto. Poi, guarda caso, puntualmente la discussione riemerge in coincidenza con momenti di grossa difficoltà politica e/o economica, quasi che non solo ai politici, ma anche e soprattutto ai cittadini facesse gioco dirottare l’attenzione altrui o propria su questo collaudatissimo binario morto.

A detta di alcuni giornali, il numero dei “clienti” delle prostitute e dei prostituti è di 9 milioni. Come facciano a fare tali censimenti non è chiaro, ma senz’altro il numero di chi si appassiona a discuterci sopra è molto, ma molto maggiore. Da un punto di vista psicologico mi pare essere questo il primo grosso fatto su cui riflettere. La non capacità e, più ancora, la non volontà di dare al problema della prostituzione una soluzione paiono direttamente proporzionali al bisogno di mantenere in vita la discussione sul problema, come se fosse questa il vero obiettivo da perseguire e raggiungere, il vero scopo da garantire. Si vede che per molti parlare di prostitute e prostituti è più interessante ancora di quanto l’andarci lo possa essere per i “clienti”. Sicuramente per molti la discussione è parecchio più erotica della pratica. In certa misura la sostituisce, magari sublimandone il desiderio represso o spostandolo su altri versanti, per esempio quello della “tutela dal degrado delle periferie” o quello “della liberazione dalla schiavitù e dal racket” (l’oggettività di questi problemi è indiscutibile, meno lo è la soggettività dell’interesse per essi, interesse suscitato e sollecitato solo o prevalentemente dal loro legame con la prostituzione).

Come ben sa chi mastica un po’ di psicologia, le sublimazioni e gli spostamenti sono dinamiche difensive nei confronti di ciò che sotto sotto si desidera, ma del quale non si sa e non si può fare esperienza se non, appunto, sublimando e spostando. Per molti discutere su come “salvare” o arrestare le prostitute è psicologicamente più facile e praticabile del frequentarle, come magari, più o meno inconsciamente, vorrebbero fare senza saperlo o poterlo (psicologicamente) fare. Per molti dichiarare con più o meno assoluta certezza che le prostitute (dei prostituti raramente si sente in proposito dire altrettanto) sono “schiave”, stimola l’eccitazione morale molto più e molto meglio che chiedersi come mai per molte persone prostituirsi o andare a prostitute e prostituti sia un bisogno (si vada per esempio a rivedere quel grande capolavoro che è Bella di giorno). Forse, più o meno inconsciamente, si teme che una analisi meno eccitata possa da un lato togliere l’eros – certo, garantito e protetto – della discussione, dall’altro rischiare di svelare qualcosa di sé che si preferisce lasciare nascosto, rimosso o negato.

Un mio aforisma di Frattaglie diceva: “la definizione e la fruizione della sessualità competono alla stato come le mutande competono agli scarafaggi”. Volevo dire che interrogarsi sulla sessualità solo in quanto cittadini (noi, in quanto cittadini, siamo lo stato) è assurdo: lo stato non deve né gestire case di tolleranza, né di fatto decidere che un poveraccio, che abbia una sessualità solo abbozzata e che non possa permettersi la prostituzione d’appartamento, sia condannato a regredire alla masturbazione. Non sto parlando di poveracci solo in termini di portafoglio; esistono poveracci di tutti i ceti e di tutte le classi.

Prima che cittadini noi siamo persone, prima di essere stato siamo società, gruppo sociale, coppia, famiglia. È qui che va posto e affrontato davvero il problema. Tutto il resto sta a valle. Nelle nostre famiglie troppo spesso la sessualità è tabù o, al contrario, è abuso o incesto. Nella nostre coppie di frequente la sessualità è mero sfogo, assenza e paura della intimità, a volte stupro legalizzato, a volte indifferenza data o subita, routine senza anima. Nei nostri gruppi sociali la sessualità è sempre più silenzio della comunicazione vera, eclissi dell’anima, paurosa pratica nascosta, doppia morale, moralismo ipocrita, performance da esibire, ossessione da subire, violenza sul bambino e sull’adolescente, azione che espropria. Nelle nostre società non di rado e tacitamente si accetta di usare la sessualità per ottenere (o sfruttare) posti di lavoro, successo, visibilità, potere: Allora, se le cose stanno così, limitarsi a discutere su che cosa devono fare parlamenti, ministri, consigli comunali, sindaci, carabinieri, poliziotti o vigili urbani è davvero una fuga, è davvero la risposta al bisogno di non vedere, di non crescere, di non amare, di non essere umani.

Dinamica incestuosa della madre e matricidio del figlio: a Bitetto (Bari) un uomo di 44 anni soffoca la madre

 

Dovrebbe durare nove mesi. Invece per certe madri il parto non avviene mai e la gravidanza dura decenni, perfino tutta la vita. Parlo naturalmente della gravidanza psicologica, tipica di donne che non vogliono o non sanno partorire il figlio. Se lo tengono in pancia per tutta la vita.

La vittima di tali gravidanze è soprattutto il primogenito maschio.

Su di lui queste madri si buttano con tutta l’invadenza delle loro proiezioni e delle loro frustrazioni. Non lo lasciano andare. Non lo danno mai né al mondo né al padre.

Non a caso, quando, soprattutto finito l’accudimento o all’inizio dell’adolescenza (sono queste le due fasi più rilevanti, e tra di esse tutta la fase della cosiddetta latenza), il figlio dovrebbe psicologicamente essere “dato al padre”, queste madri lasciano il padre del bambino. Non necessariamente ciò coincide con una separazione legale. Spesso è soltanto una separazione di fatto, magari condivisa e dovuta o attribuita a ragioni di lavoro o di tradimento o – in non rari casi – legata alla morte precoce dell’uomo o all’inizio di una sua invalidità fisica (di frequente la causa è un incidente dovuto a comportamenti oggettivamente a rischio: alta velocità, lavoro non protetto, eccessivo affaticamento ecc.) o psichica (per esempio a seguito di una dipendenza). Comunque sia, in gioco c’è una netta e decisa separazione emotiva e affettiva della donna nei confronti dell’uomo che l’ha resa madre, come se, una volta terminato il suo ruolo di fecondatore, questi non le servisse, non le importasse o non le interessasse più.

A loro volta questi padri, più o meno inconsciamente e in modo più o meno conflittuale, lasciano accadere tutto ciò o permettono che tutto ciò accada. Anche a loro, in certo modo, fa gioco da un lato non assumersi la responsabilità della paternità, dall’altro non confrontarsi con la complessità del femminile per giunta arricchito dall’esperienza della maternità. Sono maschi in certa quale misura predisposti all’assunzione di questo gioco relazionale: a loro volta, sono stati o sono tuttora coinvolti in dinamiche analoghe, oppure – al contrario –  da piccoli non sono stati adeguatamente accuditi, a volte hanno subito da parte della madre abbandoni o rifiuti o svalutazioni (magari a confronto con un fratello prediletto). In ogni caso, proprio per la storia che hanno alle spalle, questi padri – quasi sempre – non sono in grado né di vedere né, meno che meno, di prevedere e di evitare il gioco nel quale sono invischiati, così che finiscono inesorabilmente con il subirlo.

Quanto al figlio, per lui non si aprono molte possibilità: o subisce la madre e le sue proiezioni o si ribella in vario modo, cercando di sfuggirle.

Nel primo caso diventerà il bravo e gratificante esecutore delle aspettative materne, realizzando il progetto della madre ed esprimendone i valori più underground: per esempio, se la madre desidera la ricchezza e l’affermazione sociali non importa a quale prezzo, il figlio diventerà uno spregiudicato uomo d’affari o un politico ambizioso e senza scrupoli né di verità né di morale. Il prezzo di ciò sarà una vita senza vera sostanza, solo di facciata, sempre più bisognosa di conferme sociali, quasi la protesi esistenziale della vita della madre. Quanti potenti e potentelli escono da storie di questo tipo!

Nel secondo caso il figlio diventerà “il cruccio” o la “spina” della vita della madre, la fonte colpevole di ogni sua tristezza, la causa di ogni suo male, l’occasione di ogni sua lamentela più o meno esibita (e troverà sempre chi le dà ragione); ogni tentativo di svincolo o di allontanamento del figlio dovrà fare i conti con pesanti dinamiche di colpevolizzazione o di svalutazione materne;purtroppo la conseguenza non rara di tali dinamiche è il disturbo psichico (più o meno grave, a seconda di quanto nel gioco patogeno intervenga o meno il padre, con ulteriori svalutazioni del figlio, che non sostenuto neppure dal padre, sarà di fatto ributtato nei tentacoli della madre e nella regressione) e/o l’accadere di incidenti più o meno inconsciamente suicidari. Non è del resto rarissimo l’evento del suicidio vero e proprio. Più frequenti sono gli eventi depressivi o – al contrario – l’affermarsi sempre più pervasivo di disturbi della personalità narcisistici e/o antisociali (bullismo, violenza sociale gratuita ecc.). In alcuni casi il tasso di violenza accumulato da questi figli contro l’invischiante risucchio materno non imploderà nella negazione di sé (come nella depressione o nel suicidio) né esploderà contro i valori, le cose o le persone, ma potrà dirigersi contro la stessa madre, picchiandola o forse uccidendola, come sciaguratamente dimostra il matricidio confessato due giorni or sono, il 13 settembre, a Bitetto in provincia di Bari, dove il 10 agosto un uomo di 44 anni (primogenito maschio, prima di lui una sorella) ha ucciso la madre di 75, con la quale abitava e con la quale da tutta una vita configgeva; con l’omicidio ha cercato probabilmente l’impossibile fuga dal suo potere.

Non penso che casi come questo resteranno isolati. Ogni giorno di più le nostre famiglie e – di conseguenza – le maternità stanno diventando uova dal guscio sempre più duro, dal quale inutilmente i pulcini cercano di uscire. L’uomo di Bitetto ha soffocato la madre, ha fatto fisicamente con lei quello che psicologicamente si è sentito fare da lei per tutta la vita: “Non ce la facevo più, mi rimproverava”, «Non ce la facevo più, era l´unico modo per liberarmi di lei, per salvare la mia vita. Mi ossessionava, mi stava sempre addosso, un rimprovero continuo».

Ma, proprio istigandone il matricidio, la madre di Bitetto continuerà anche da morta a trattenere il figlio e a rovinarne la vita. Come già si è detto parlando del delitto di Salsomaggiore l’omicidio tiene per sempre uniti in un insuperabile possesso la vittima e il suo assassino.

 

Perché muoiono tanti giovani sulla strada

 

È stato liquidato troppo in fretta come “strage del sabato sera”. Il fenomeno è ben più grave. Non si tratta solo dello sfogo inconsulto dopo una settimana di “duro lavoro”. Molti di questi giovani non lavorano, tanto meno lavorano “duro”. Né si tratta di feste esagerate: quasi tutti loro non sanno che cosa sia festa, riso, gioia. Non lo sanno perché non hanno mai vissuto la festa. La festa sta alla fine di un cammino, di un’impresa, di una conquista. Loro il cammino non l’hanno neppure cominciato; le imprese e le conquiste sono un geroglifico da Ufo; nessuno gliele ha mai né prospettate né permesse né testimoniate. Loro abitano in casa con i genitori, spesso solo con la mamma. Le uniche conquiste e imprese di cui abbiano notizia sono solo quelle di un padre in disarmo, frustrato e impotente; hanno sempre il solito castrante incipit: “io alla tua età ero già … facevo già … andavo già … guadagnavo già”. “Già”, drammatico e squallido “già”: quanti figli incagliati, irretiti, castrati da quel” già” paterno! E pensare che il padre, più che dirlo al figlio lo dice a sé stesso, alla propria vita altrimenti senza echi, alle proprie orecchie che non ascoltano più, alla propria anima che non si è mai davvero innamorata, davvero sposata, davvero emozionata. Lo dice al figlio, perché non ha altre ombre o altri fantasmi cui rivolgersi. È lui il padre ad avere bisogno di quel figlio che non lavora o “lavoricchia soltanto”, che non ha ragazze o le ha “più scombinate di lui”, che non ha amici “veri come li avevo io”. È lui il padre ad avere bisogno di quel figlio sfigato. Non solo non lo sa, ma addirittura pensa che sia il figlio ad avere bisogno di lui: “se non ci fossi io a mantenerti, a raccomandarti, a spingerti, a tenerti in casa, a vestirti …”.

E la madre zitta. Tace. Non c’è: è fuori, “in parrocchia ad aiutare”, oppure a fare le scale del condominio “per arrotondare, la pensione è così poca”. E, se c’è, è come non ci fosse. Magari è depressa da anni. Da epoche è sotto Tavor o Lexotan: “è solo un calmante, non fa nulla”; “mi basta ascoltare Radio Maria e prendere qualche goccia, così non penso a niente e il tempo passa di più”. Quando parla, parla con la sorella o con la vicina: si sfogano del marito che urla o beve o non si lava, del figlio che non lavora e non ha la morosa; raccontano di “quella che se ne è andata di casa”: “non c’è più sentimento”, “sono tutte svergognate”, “però lui è bello e alto”, “chissà cosa fanno insieme”, “non c’è più religione”.

E la coppia? Chissà da quanto non fanno l’amore. Forse non l’hanno mai fatto. Forse qualche volta hanno creduto di farlo. Forse erano solo sfoghi, masturbazioni a due, silenzio dell’anima. Lui ormai lo fa solo qualche volta, con la puttana della tangenziale: “l’uomo è uomo”, “poi le negre costano meno, e lei non si accorge nemmeno”.

Che succederebbe se quel figlio se ne andasse? Che farebbero loro, se lui si innamorasse davvero, si sposasse, mettesse su casa davvero, lontano da loro? La madre a chi stirerebbe i vestiti “con tanto amore”, tra un Tavor e l’altro? A chi preparerebbe da mangiare, di chi si preoccuperebbe, per chi andrebbe in ansia, per chi soffrirebbe “così tanto”? E, senza quel figlio che di notte “chissà dove va”, come giustificherebbe le proprie insonnie, come occuperebbe le proprie interminabili notti di vedova bianca e di frigida inconsolabile?

Intanto lui, il padre, dorme. La negretta è più efficace del Tavor e più rapida del Lexotan. E poi, se il figlio torna tardi, meglio; domani potrà ancora di più criticarlo, ancora di più potrà dire alla moglie: “è colpa tua se è così”, “l’hai sempre difeso”, “non vedi che è come te?”, “se non ci fossi io in questa casa …”, “io alla sua età ero già …”.

Nessuno ha mai detto bravo a quel figlio. Nessuno l’ha mai abbracciato veramente, quando lui ne aveva bisogno e voglia. I rarissimi “bravo” erano sempre seguiti da violenti, rapaci, esproprianti “ma”, “però io”. Gli abbracci più che dare prendevano; erano l’alternativa al Lexotan che la madre, dandoglieli, si concedeva. Lo abbracciava per sentirsi brava lei come madre, per potere lei abbracciare qualcuno, quando ne sentiva lei il bisogno, quel bisogno mascherato d’amore materno.

Poi l’incidente. Di notte. Ad alta velocità. Con la birra in mano, la pasticca nel sangue, gli amici accanto.

Adesso lei, quando capita, prende Tavor e Lexotan insieme. Oltre a Radio Maria ora ascolta anche chi comunica con i morti e ne sente la voce. In parrocchia la ascoltano ancora di più; la sorella e la vicina la compatiscono meglio, come non mai: “se non mi mancasse lui, non starei poi così male”. Per andare al cimitero, due uscite al giorno ora le fa; va dal fiorista; per uscire, si toglie la solita tuta, si veste, si pettina, mette anche un filo di cipria.

Adesso “è lui che sta poco bene”, “è un depresso”. “gli ho dato il mio Tavor, ma non gli fa niente”, “dopo l’incidente è più noioso, non si stacca mai, non esce più di casa”, “non ne posso più”.

Quella notte lui, il figlio, abitava una strada. Le strade sono grigie di giorno, nere di notte, proprio come la vita di un figlio sfigato. Le uniche cose bianche sono le righe: segni, cifre, regole che come tanti “già” segnano sentieri mai davvero tracciati, percorsi senza mete, fatiche senza sudori né orizzonti, disperazioni sorde e senza confini.

La macchina gliela aveva prestata il padre dopo le solite insistenze e mediazioni della madre. Veloce come la “bottarella con una di quelle”, con il tagliando e il meccanico “già” sistemati, con la benzina “già” fatta, era lì sotto il piede dell’acceleratore. Vai, vai almeno tu che lo puoi. Fuggi, macchina, portami con te. Quando si fugge, non importa la meta, importa solo la velocità. Solo se si è veloci, non si pensa. Solo se si è veloci, ci si illude che nessuno ci tenga, che nessuno ci usi, che nessuno dica di pensare a noi senza mai, mai, mai averci amato.

“Come sedurre uomini”. Donne alla ricerca dell’uomo Peluche

 

Le statistiche interne al mio blog segnalano che molte lettrici (presumo siano donne) giungono a questo sito cercando su Google “come sedurre uomini”. Mi pare un fatto degno di nota, su cui è utile soffermarsi un attimo.

Non cercano “come sedurre il mio uomo”, né “come sedurre un uomo”, neppure “come sedurre gli uomini”. Cercano – ancora più sbrigativamente, “come sedurre uomini”, senza nemmeno usare l’articolo determinativo . Contano solo il genere e la quantità.

Potrebbe a prima vita sembrare la trasposizione al femminile della stessa becera logica che caratterizzava il maschilismo di don Giovanni. Ma non è così, a mio avviso.

A muovere don Giovanni è il bisogno di conquistare tante donne, il più possibile, per potersene poi vantare con l’amico-servitore Leporello, suo vero e proprio alter ego. È dunque un bisogno esibizionistico, tipicamente adolescenziale, giocato tutto sulla paura di non essere potente abbastanza: don Giovanni deve fare vedere quanto è bravo e deve  farlo vedere all’amico-servitore: è l’esibizione non del fallo, ma della sua funzione efficace e seriale, ossessiva e impotente insieme. L’interlocutore emotivo non è la donna con cui fa l’amore, ma l’amico-servitore con cui si fa bello. Se da un punto di vista comportamentale don Giovanni è eterosessuale, da un punto di vista emotivo e relazionale è omosessuale, perché la sua relazione emotivamente non tocca il femminile, non comunica con la donna, ma con l’amico. Mentre sta facendo l’amore con la donna, la sua intenzione è già al “dopo”, quando racconterà il tutto a Leporello.

A muovere le donne che digitano “come sedurre uomini”, è la paura infantile della solitudine. Me lo suggeriscono i riscontri quotidiani della mia esperienza clinica. Non cercano l’uomo complice, l’uomo compagno, l’uomo interessante, l’uomo interlocutore. Cercano semplicemente l’uomo peluche, l’orsacchiotto di gommapiuma da stringere tra le braccia o da tenere lì vicino. È un bisogno non adolescenziale, ma tragicamente infantile. Anche se nella ricerca del target appaiono eterosessuali, in realtà il loro bisogno è pre-sessuale. Non a caso, spesso, hanno un senso fragilissimo, perfino assente, della loro corporeità. Non la valutano e neppure la svalutano; semplicemente non la conoscono, non sanno che cosa sia. Non la sentono veramente. Non si sentono davvero. Più che sfociare in emozioni vere e profonde, il loro piacere sessuale tocca al massimo qualche leggero solletico epidermico, che, poverette, loro scambiano per chissà quale travolgente passione. Hanno bisogno di convincere non Leporello, ma il proprio Sé, un Sé solo abbozzato, da bambina che la mamma non ha mai davvero amato e identificato, non ha mai accarezzato e guardato, dando con la propria carezza e con il proprio sguardo pelle, corpo, senso di sé.

Il peluche è, per dirla con parola tecnica, un oggetto transizionale, qualcosa cioè che sostituisce la mamma quando la mamma se ne va. Su di lui la bambina proietta e agisce quel bisogno di accoglienza e di abbraccio morbido che amerebbe tanto ricevere o avere ricevuto dalla mamma. Se poi la mamma non torna più o, magari (più drammaticamente, ma anche più realisticamente), non c’è mai davvero stata, il peluche è solo l’illusione di una presenza o, peggio, è la fissazione di una assenza. Il peluche nell’evoluzione emotiva e psicologica della bambina sta molto, ma molto prima della bambola, psicologicamente sta anni luce lontano da essa.

Di rado però queste donne trovano davvero uomini peluche. Quasi sempre trovano narcisisti profondamente sadici e superficiali, che le usano e gettano, manipolandone l’ingenuità infantile. Se poi, metti caso, trovano davvero l’uomo peluche, finiscono con il doverselo tirare dietro a vita, proprio come uno smidollato e spelacchiato orsacchiotto di gommapiuma.

 

 

 

 

 

28 luglio 2008 

Lettera dopo una psicoterapia

Risposta al commento di Giancarlo e Michela del 27 luglio 2008

(vedi nella pagina “Le vostre lettere”) 

Grazie a voi. Michela ha sempre un posto privilegiato nel mio animo. Perché una terapia riesca, è necessario – io penso – che, per quanto gli compete, il terapeuta faccia propria la sofferenza del suo paziente, la faccia diventare la propria sofferenza, così da essere vicino al paziente, essergli casa o campo base, e da potere poi con lui affrontare la sofferenza, superarla e fin dove è possibile elaborarla, per farla diventare preziosa risorsa di esperienza. Per questo, quando penso a te, Michela, so di avere avuto il privilegio di camminare accanto a una persona straordinaria e intelligente, dalla forza incrollabile e dalla voglia di vivere stupenda. Sei uscita da abissi che i medici pensavano insuperabili; oggi sei la donna impareggiabile di un uomo impareggiabile e siete genitori di due capolavori di creature. Anch’io ringrazio te: camminarti accanto mi ha fatto crescere, mi ha obbligato a scavare risorse formidabili, a respirare profondissimo, a vivere di più. Sarebbe bello che un giorno tu scrivessi la tua storia. Non dimenticare, se puoi, la forza dei tuoi genitori, la loro capacità di mettersi in discussione e di cambiare per quanto potevano e fino a dove potevano. Senza il loro sforzo faticoso e forte, probabilmente né la tua voglia di vivere, né il mio aiuto sarebbero stati sufficienti. Salutameli e abbracciali per me e con me.

Mi fa piacere essere diventato una scatola di cioccolatini. Mi fa sentire dolce, colorato di mille colori, vestito di morbida sfavillante stagnola. Che volere di più dalla vita?

Ricambio l’abbraccio da stritolo e il bacio con lo schiocco. Bacioni ai bimbi e un abbraccio a Giancarlo.

25 luglio 2008

Quando una coppia di genitori può produrre il disturbo psicotico del figlio

L’esperienza clinica mi conferma ogni giorno di più la validità di una delle affermazioni base del metodo sistemico: quando la relazione della coppia genitoriale è “in stallo”, il figlio è a forte rischio di disturbo psicotico, quale l’anoressia, la bulimia, la psicosi, la schizofrenia.

Che vuole dire relazione “in stallo”? Significa, in parole povere, che la coppia caratterizzata da tale tipo di relazione, non è in grado né di sposarsi veramente né di lasciarsi veramente.  Parlo naturalmente di “sposarsi” e “lasciarsi” in senso psicologico e relazionale (gli aspetti legali, anagrafici, religiosi riguardano la mia competenza solo in quanto interrogano o coinvolgono gli aspetti psicologici e terapeutici in gioco).

Non riescono a sposarsi davvero, perché, per esempio,  ciascuno dei due – più o meno inconsciamente – trova la propria vera identificazione non nella relazione di coppia, ma, per esempio, nel legame eccessivo con la famiglia d’origine, o con il lavoro, o con la propria funzione di genitore, o con il gruppo di amici o con l’amica del cuore. Spesso questi legami eccessivi si configurano come vere e proprie dipendenze e si radicano su strutturazioni psichiche altamente problematiche o già più o meno gravemente disturbate.

Non riescono a lasciarsi davvero, perché ciascuno dei due trova nell’altro l’unico oggetto praticabile, sul quale orientare o proiettare per esempio la propria rabbia, il proprio bisogno di sfogare o di frustrare la sessualità, il proprio bisogno di controllare o di essere controllato, di dominare o di essere dominato, di prevaricare o di subire. Sono bisogni non affrontati né elaborati, quindi bloccati, quasi che in essi e con essi il tempo si fermasse.

Identificare lo “stallo” di coppia permette di prevedere con molti anni di anticipo l’esordio del disturbo psicotico del figlio (che solitamente coincide con l’adolescenza o con la prima giovinezza). È uno degli aspetti straordinari permessi dall’ottica sistemica: per produrre una prognosi di psicosi, ci si base non sulla insorgenza o sulla presenza del sintomo psicotico (come sono ancora costrette a fare la psichiatria o la psicoterapia tradizionali), bensì sull’analisi del gioco relazionale e della capacità del sistema di attuare un cambiamento. E, quando la prognosi è così lungimirante, la terapia può attivarsi molto precocemente, configurandosi come prevenzione terapeutica.

27 luglio 2008 

La disponibilità al cambiamento è condizione della terapia – Essere madre e essere coppia

Risposta al commento di Diana del 27 luglio 2008

(vedi nella pagina “Le vostre lettere”) 

Grazie del commento. Sono felice che abbia vinto il timore di chiedere. Avere e porsi tante domande è segno di vitalità, soprattutto se alle domande si accompagna la disponibilità a cambiare. Non basta chiedere, occorre volere cambiare. Solo chi è disposto a cambiare, può crescere, stare meglio lui e fare stare meglio chi gli sta vicino. Di solito le domande sul rapporto madre-figlio non trovano risposta efficace, se prima non ci si pone domande e non si è disposti al cambiamento riguardo al rapporto padre-madre e al rapporto tra l’essere genitori e l’essere coppia.

Comunque ogni caso è un caso a sé; nessun discorso teorico può sostituirsi al rapporto terapeutico, che – è fondamentale sottolinearlo – può costituirsi solo se, nei pazienti, ci sono il desiderio e la voglia di cambiare. Chiedere e capire non serve a nulla, se non si è disposti a cambiare: sarebbe come se una persona con una colica renale in corso, anziché volere guarire e non avere più dolore, si limitasse a chiedere al medico del Pronto Soccorso: “caro dottore, ho mille domande da farle; mi spieghi come, perché e quando vengono le coliche renali e come, perché e quando fanno soffrire così tanto”.

1 agosto 2008

Le condizioni di una psicoterapia

Perché una psicoterapia abbia inizio o prosegua, è necessaria la presenza di determinate condizioni terapeutiche, Il codice deontologico che vincola l’esercizio della professione sia di psicologo che di psicoterapeuta dice per esempio che soltanto uno psicoterapeuta può fare psicoterapia, per cui un semplice psicologo non ha le condizioni per poterla fare. Sempre il codice deontologico – altro esempio – stabilisce che lo psicoterapeuta non possa fare terapia con persone a lui vicine, che gli siano parenti o amici o che siano legate a lui da rapporti affettivi o sessuali. In questo il nostro codice deontologico mi pare più corretto ancora di quello dei medici – e quindi degli psichiatri o degli psicoterapeuti medici – che non pone divieti in tale senso, con evidente apertura di possibili gravi situazioni di conflitto emotivo, affettivo, sessuale.

Le stesse metodologie applicate pongono di fatto dei precisi vincoli e delle ben determinate condizioni. Per esempio un metodo che si rivolga a patologie di area nevrotica non permette la presa in carico di patologie di area psicotica (anoressie, bulimie, psicosi, schizofrenie, disturbi deliranti o dissociativi in genere) o di area borderline (i cosiddetti disturbi di personalità). Non a caso la metodologia sistemica, che è il mio metodo di riferimento principale, pone come condizione della terapia che il sistema delle relazioni familiari in gioco offra una sia pur minima capacità di cambiamento: se si verifica che lo “stallo” di coppia (vedi il post del 25 luglio in questa stessa pagina) o la rigidità del sistema o la debolezza delle relazioni in gioco sono troppo forti, non ci sono le condizioni per proseguire la terapia.

Mi parrebbe poi utilissimo porre come condizione di una presa in carico la presenza di un’unica azione terapeutica. Se, mentre uno guida, un altro mette le mani sul volante, l’auto finisce fuori strada. Certo, ci può essere la convergenza di più azioni terapeutiche, ma a condizioni che 1) lo si sappia, 2) le diverse azioni siano tra loro compatibili e, quindi, coordinabili e coordinate, 3) il coordinamento e la decisione ultima competano alla responsabilità di un unico e ben definito soggetto (o individuale o collegiale). Per esempio, ritengo, che la psicoterapia psicofarmacologica e quella sistemica – siano tra loro incompatibili nel loro più profondo fondamento epistemologico (la prima parte da ipotesi scientifiche organicistiche, la seconda da ipotesi scientifiche relazionali), antropologico (alla loro base hanno due concezioni di uomo profondamente diverse tra loro) e clinico (l’una interviene sui sintomi e li combatte, l’altra intervenendo sulle cause ascolta i sintomi, li legge e li interpreta).

Ci sono poi condizioni terapeutiche legate alle caratteristiche e alla situazione dello psicoterapeuta e del suo studio. La prima è quella della disponibilità di tempo e di energie: un’agenda già colma non permette ulteriori prese in carico; una patologia troppo grave o troppo lontana dalla competenza abituale del terapeuta può costituire una sovrapposizione di impegno non praticabile in quel momento. La presenza poi di altre terapie in corso non permette la presa in carico di terapie che potrebbero interferire con le prime o sovrapporsi a esse.

26 luglio 2008

Perché i figli dicono bugie

Spesso la bugia è l’unica possibilità rimasta al bambino, per non farsi invadere troppo dall’ingerenza soprattutto materna.  Se un bambino, tanto più se è piccolo, dice bugie, significa che il rapporto dei genitori con lui non è adeguato: o non rispetta la verità, o non rispetta il bambino, o no rispetta la dignità stessa del genitore. Per questo le bugie di un bambino sono il segnale preziosissimo di una disagio relazionale che va ascoltato e che chiede un sano cambiamento di rapporto.

10 luglio 2008 

Sistema familiare, coppia genitoriale e disturbo alimentare. Perché i genitori non “vedono” il problema

Risposta al commento di Susan del 9 luglio 2008 (vedi in calce a questa pagina) 

Da un lato la letteratura scientifica propria della psicologia sistemica e dall’altro la mia esperienza clinica quotidiana, mi dicono che il quadro psicotico proprio dei disturbi della alimentazione quali la bulimia nervosa o l’anoressia nervosa non può essere adeguatamente affrontato e superato senza la presa in carico terapeutica dell’intero sistema familiare e, in particolare, della coppia genitoriale.

Che il sistema familiare non veda il problema o ne svaluti la rilevanza (dato purtroppo molto frequente), costituisce uno dei punti più gravi nella definizione di una prognosi negativa. Questa cecità e questa svalutazione possono essere dovuti – in modo più o meno conscio o confuso – a molti fattori:

1)   l’ignoranza o il pregiudizio culturale nei confronti del disturbo mentale in generale e in particolare di quello bulimico (“basta che non si abbuffi e non vomiti più”) o anoressico (“basta che mangi”);

2)   l’ignoranza o il pregiudizio culturale nei confronti della psicologia in generale e in particolare della psicoterapia;

3)   la paura del giudizio sociale qualora si ammetta di avere in casa un problema di disturbo mentale;

4)   il bisogno per lo più inconscio di evitare di doversi mettere in discussione (sia come individui che come coppia) entrando in contatto con il mondo della psicoterapia, sordamente avvertito come minaccioso e inquietante (cfr. punto 2) e non come una risorsa cui attingere; né si dimentichi quanto problematici siano di solito questi genitori, quasi sempre a loro insaputa e spesso dietro l’apparenza di “bravi genitori” e “brave persone” (e sotto molti aspetti sono davvero molto bravi);

5)   il bisogno per lo più inconscio di non dovere ammettere la propria inadeguatezza genitoriale. A fronte di questo bisogno risulta molto più rassicurante pensare che il problema o non esista o, se esiste, sia dovuto a debolezze fisiche o psichiche del/la ragazzo/a o a contingenze legate a difficoltà ambientali, amicali, scolastiche, amorose, che “con il tempo e con un po’ di buona volontà sicuramente spariranno”;

6)   il tragico bisogno per lo più inconscio di mantenere problematico il figlio. Non sempre l’affermazione conscia di volere aiutare un figlio problematico è altrettanto vera a livello profondo. Mantenere problematico un figlio assicura paradossalmente molti “vantaggi”:

a)   non ci si deve impegnare ad aiutarlo e a guarirlo;

b)   si può restare genitori a tempo indefinito, evitando così di diventare ed essere davvero marito e moglie;

c)   grazie al problema del figlio si è legittimati a farsi compatire e aiutare dalle famiglie d’origine, dalle istituzioni, dai vicini ecc.;

d)   un figlio problematico “protegge” e “garantisce” la “normalità” di un altro figlio. È il caso tipico di figli poco desiderati e voluti o concepiti solo per dovere o necessità (per esempio, “per dare un fratellino al primogenito”);

e)   un figlio problematico non se ne va e resterà sempre della mamma e del papà. È il caso tipico del maschio primogenito, tutto della mamma (con papà consenziente e felice di non dovere fare coppia con la moglie) o della prima figlia femmina tutta del papà (con mamma consenziente e felice di scaricare il marito sulla figlia, evitando il confronto relazionale con lui).

30 giugno 2008

Pensando alla “Legge Basaglia” 

L’anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, la 180, vede riproporsi la discussione sulla origine del disturbo mentale psicotico o, come ancora qualcuno lo chiama, della “malattia mentale”.

Chi, come me, conosce e pratica la psicoterapia sistemico relazionale, ogni giorno trova la conferma di come la causa del disturbo mentale psicotico stia nella disfunzione delle relazioni familiari da almeno tre generazioni. Prima dell’individuo, è il sistema relazionale familiare a essere psicotico. Se prima non si cura questo, è illusorio pensare di potere curare e, meno che meno, guarire, l’individuo. Accettare sic et simpliciter come paziente colui o colei che la famiglia designa come tale e, in quanto tale, porta dallo specialista perché questi lo curi, significa diventare complici del gioco psicotico del sistema familiare, legittimarlo, sancirlo, rafforzarlo; significa affidarsi allo psicofarmaco o persino, come qualcuno ancora oggi vorrebbe, allo elettroshock; significa aumentare ancora di più la convinzione che la prima causa della psicosi sia biologica e organica; e soprattutto significa non potere più guarire davvero, impedendo la possibilità di essere sé stessi e di vivere con piena dignità e fedeltà a sé stessi non soltanto alla persona “malata”, ma anche a tutti i suoi familiari. Cambiando il gioco delle relazioni familiari, è possibile non soltanto superare e la guarire la psicosi, ma, ancora di più, migliorare la vita della intera famiglia. “Dottore, sa che forse, senza quella che allora ci appariva una tragedia, oggi non saremmo felici?”: è questa la frase che mi sento spesso dire alla fine della terapia.

Basaglia ha avuto il merito di allargare il problema della “malattia mentale” oltre i confini del biologismo e dell’organicismo, di riportare al centro la persona e le sue relazioni. Rispetto a lui, occorre fare almeno due altri passi: 1) riconoscere come elemento patogeno della psicosi la disfunzione delle relazioni familiari; 2) curare prima di tutto questa disfunzione.

Sono contento delle occasioni di riflessione offerte dall’anniversario della entrata in vigore della “Legge Basaglia”. Mi spiace tantissimo notare come, tre anni fa,  sia stato ignorato il trentesimo anniversario della pubblicazione di Paradosso e controparadosso, che Mara Selvini Palazzoli scrisse con i suoi collaboratori di allora e pubblicò nel 1975 da Feltrinelli. Questo libro segnò di fatto l’arrivo della psicoterapia sistemica in Italia. Già allora sarebbe stato possibile essere già oltre. 

5 agosto 2008

Asilo nido sì, asilo nido no?

Richiamo qui la domanda di Giancarlo e Michela (vedi Le vostre lettere): “Vorrei chiederti un parere sull’impatto emotivo (…) che concerne l’ingresso del bambino all’asilo nido, dai 3 mesi ai 3 anni d’età, con durata giornaliera o parziale”.

Ogni esperienza del bambino dal concepimento fino ai due anni e mezzo – tre anni va inscritta nella modalità relazionale che da un lato lega tra loro il padre e la madre e d’altro lato lega tra loro la mamma a il bambino. Il problema, quindi, prima che riguardare la diade madre- figlio (o figlia), riguarda la triade padre-madre-figlio, all’interno della quale sempre e comunque inscritta la relazione diadica. È la triade a dare il clima complessivo della famiglia, il tempo e l’atmosfera emotiva e relazionale a tutto il resto, soprattutto al rapporto che la madre ha con il figlio. Se la donna è prima di tutto moglie o compagna felice dell’uomo con cui ha concepito il figlio, se dalla relazione con quest’uomo lei vive la conferma e la tranquilla sicurezza della propria identità, allora anche il rapporto di maternità sarà caldo e, soprattutto, transitivo, cioè capace di dare il bambino al mondo e al padre. Altrimenti la madre non lascerà andare il bambino, tenterà di trattenerlo, di impedire ogni suo distacco da lei; diverrà sempre più insicura, timorosa di non avergli dato a sufficienza; si sentirà colpevole di ogni difficoltà del bambino.

Quando facevo aggiornamento alle insegnanti di asilo nido o di scuola materna, la domanda più frequente che mi veniva posta era: “come facciamo quando il bambino piange e urla perché non vuole staccarsi dalla mamma?”. Al che puntualmente dicevo di intervenire non sul bambino, ma sulla madre, rassicurandola confermandola, dicendole che era una buona madre e che aveva fatto tutto quanto le competeva. A quanto mi dicevano poi le maestre, il consiglio funzionava. Il bambino, quanto più e piccolo, tanto più fa da cassa di risonanza e da interfaccia della madre. Se la madre non sa staccarsi dal bambino, il bambino piangerà.

Detto questo, aggiungo però che fino ai due anni e mezzo – tre anni sarebbe consigliabile che il rapporto madre-figlio fosse il più possibile soddisfacente non soltanto in termini qualitativi, ma anche in termini quantitativi. Sarebbe auspicabile, secondo me, che la situazione familiare prima e, poi, quella sociale garantissero il più possibile la permanenza della mamma con il suo bambino, in un clima di serena e confermante gratificazione. Credo che questo finirebbe con il pesare anche economicamente molto meno sulla società di quanto pesano la costruzione e la gestione degli asili nido.

Ci sarebbero meno madri stressate, ci sarebbero accudimenti meno affrettati e colpevolizzati, ci sarebbero meno nodi depressivi nelle nuove generazione. Certo, per arrivare a ciò, occorre un notevole cambiamento di mentalità e una nuova concezione del lavoro, tale da non penalizzare la donna che, per anni, dovesse stare a casa ad accudire il figlio.

Si pensi per esempio alla rilevanza del rito del fasciatoio (ne ho parlato a lungo nel libro La tenerezza dell’eros, che uscirà fra poco). Sarebbe a mio avviso consigliabile che qiesto rito del fasciatoio fosse solo di competenza della madre, non del padre; meno peggio in questo senso che esso sia svolto all’asilo nido da una figura femminile.

Psicosi e integralismo

 

L’ottica sistemica, oltre a permettere la lettura e la terapia dei disturbi psichici prodotti dalla disfunzione delle relazioni familiari, offre la possibilità di leggere in modo nuovo e più ricco anche i grandi fatti politici, sociali e culturali. Come le famiglie, infatti anche le culture, le società, gli stati sono sistemi di relazioni che uniscono tra loro gli individui in gioco.

Il primo principio, su cui si fonda ogni sistema non importa di che tipo, si chiama omeostasi: è quella forza che ogni sistema attiva per conservare sé stesso, evitando la propria trasformazione più radicale, quella che segna la morte del vecchio sistema e che fa nascere il nuovo: consente ogni altra trasformazione, purché non metta in gioco la sopravvivenza del vecchio sistema (in questo caso è un po’ quello che Tomasi di Lampedusa diceva ne Il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla).

Di fronte allo svincolo del figlio, un sistema familiare incapace di trasformarsi davvero risponde mettendo in atto dinamiche che, senza che i protagonisti se ne accorgano, finiscono con il trattenere il figlio nel suo ruolo: o mantenendone la dipendenza dai genitori (da un punto di vista economico, abitativo, lavorativo ecc.); o – più radicalmente ancora – favorendo l’insorgere di un disturbo psichico (di solito di area psicotica) che “obblighi” i genitori a restare tali per sempre. In tale modo da un lato i genitori possono evitare di tornare coppia come prima che nascessero i figli, d’altro lato il figlio non se ne va e non costituisce una vera nuova famiglia; per altro, anche gli altri figli sono in tale modo “obbligati” a restare o a rientrare nel vecchio sistema familiare (“poveri genitori, come fanno senza di noi a occuparsi della follia di nostro fratello?”).

Parimenti, di fronte al rischio di perdersi in tante piccole nuove realtà culturali, sociali e politiche, un sistema culturale fortemente radicato risponde mettendo in atto dinamiche che, senza che i protagonisti se ne accorgano, ricompattano il sistema, garantendogli la sopravvivenza. In questo senso, nulla più degli integralismi agisce in funzione omeostatica. Soprattutto l’integralismo religioso risulta efficace. Assolutizzando un tale importante elemento di identità e al tempo stesso di identificazione, impedisce ogni vero e profondo confronto con l’alterità – in questa caso religiosa – delle altre culture; di conseguenza crea i presupposti della intolleranza e, quindi, del conflitto. In nome poi dell’emergenza legata al sorgere del conflitto richiama all’unità gli individui, obbligandoli a restare o a rientrare nei vecchi canoni di identità e nelle vecchie modalità di identificazione, assolutizzandone le forme e le espressioni.

Possiamo dunque dire che l’integralismo, in particolare quello religioso, sta a una cultura come la psicosi sta a una famiglia: agendo in chiave radicalmente omeostatica.

Il mondo islamico sta vivendo da almeno mezzo secolo un grande processo di differenziazione interna. Diversi elementi e fattori contribuiscono alla urgenza e alla accelerazione di tale processo. La globalizzazione non solo economica, ma anche mediale spinge verso forme linguistiche e verso modelli comportamentali e relazionali completamente nuovi, che poco hanno a che fare con i vecchi. Da un punto di vista linguistico si sta attivando un processo simile a quello che portò il latino a morire, facendo nascere le lingue nazionali neolatine; ormai i magrebini, i mediorientali, i sauditi o gli indonesiani parlano lingue molto diverse tra loro, destinate a ulteriori differenziazioni. Lo stesso dicasi per i costumi, i comportamenti, i modelli familiari e sociali, il modo stesso di vestire di vestirsi.

Quanto all’unità politica degli stati islamici: l’OPEC ormai non può più garantire alcuna parvenza di unità al mondo della mezza luna. Del resto gran parte del potere compattante dell’OPEC era legato alla situazione di paralisi politica prodotta dalla guerra fredda e dalla divisione tra mondo sovietico e mondo occidentale.

Oggi l’azione omeostatica è garantita in modo formidabile dal terrorismo. Nulla più del terrorismo mantiene unite tra loro le tanto diverse realtà del mondo islamico. In questa ottica mi pare che vada invertito il rapporto di causa effetto tra problema palestinese e terrorismo: più che essere la causa del terrorismo il problema palestinese ne è la conseguenza e l’alibi; non è tanto il terrorismo a “servire” alla causa palestinese, quanto la causa palestinese a “servire” al terrorismo; probabilmente, se non ci fosse quel problema (che pure c’è ed è enorme), se ne troverebbe un altro.

D’altra parte l’antiterrorismo diviene sempre di più l’azione omeostatica propria del mondo occidentale, speculare e simmetrica all’azione terroristica contro la quale si attiva e agisce (quindi anche al mondo occidentale “serve” che la causa palestinese rimanga quello che è). Terrorismo e antiterrorismo ormai non possono più fare a mano l’uno dell’altro; sotto l’apparenza del loro insanabile conflitto cercano di garantire il blocco omeostatico e psicotico del mondo intero.

23 luglio 2008

Anoressia e Bulimia

L’anoressia e la bulimia sono quel processo attraverso il quale una persona tende – in modo sempre più riduttivo ed esclusivo – a identificarsi con quel buco d’angoscia che caratterizza il suo Sé. Soprattutto nei momenti o nelle situazioni in cui più riaffiora la presenza di questo vuoto, la persona da un lato si illude di poterlo o colmare con il cibo (ingoiato o divorato non per nutrirsi, ma, appunto, per riempirsi) o buttare fuori proprio attraverso il cibo vomitato; d’altro lato si illude di poterlo controllare proprio attraverso il controllo del cibo. In entrambi i casi si proietta e si sposta sul rapporto conflittuale e/o dipendente con il cibo la relazione problematica, che il Sé ha con l’introietto genitoriale, a partire da quello materno (per introietto si intende la presenza non adeguatamente elaborata e interiorizzata della relazione con le figure genitoriali). Essendoci in gioco dinamiche di proiezione e di spostamento, il processo non può che essere psicotico, perché tende sempre più a limitare all’evento bulimico o anoressico l’esperienza e il fluire del Sé, isolandolo dal vero confronto con gli altri e con la realtà.

L’anoressia e la bulimia sono, dunque, non uno stato, ma un processo, che può sia evolvere nel vortice del disturbo psichico, sia rientrare nel corretto fluire del Sé. Questa seconda eventualità accade soltanto grazie a un adeguato intervento psicoterapeutico; senza di questo la remissione dei sintomi, lungi dal rappresentare la “guarigione”, coincide spesso con il loro spostamento in altre modalità o in altre aree sintomatiche. Sulla base di quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, non esito a dire che dall’anoressia e dalla bulimia si può davvero “guarire” solo attraverso una adeguata psicoterapia sistemica.

29 luglio 2008 

Gesù “buonista”, Gesù del Vangelo e terapia

Ancora in risposta alle lettere di Giancarlo e Michela del 27 luglio 2008

(vedi nella pagina “Le vostre lettere”) 

Non mi pare che abbia molto a che fare con il Gesù del Vangelo un Gesù, come dice Giancarlo, “buonista”, che serve soltanto a certi genitori per fare sentire in colpa i figli quando cercano di affermare la loro autonomia, in nome di un presunto amore evangelico che ignora ogni motivo di conflitto, come se i problemi non ci fossero. I conflitti non si risolvono ignorandoli, bensì affrontandoli e rendendoli preziosa occasione di confronto, di identificazione reciproca, di crescita l’uno attraverso l’altro. Questo vale soprattutto per il rapporto di coppia tra uomo e donna, poi per quello tra padre e madre e, successivamente ancora, per il rapporto tra genitori e figli.

Di solito i genitori che si appellano all’indeterminato irenismo del Gesù “buonista” sono – come mi suggerisce l’esperienza clinica – genitori incapaci, immaturi, tendenzialmente depressi, in particolare, madri troppo appiccicose e impiccione. Alcuni di loro presentano anche nodi psicotici, che li portano ad avere una visione chiusa e difensiva della vita e a chiudere nell’ambito familiare la loro vita sociale e l’espressione della loro affettività e della loro vita emozionale, anche negando la presenza – all’interno della famiglia e della coppia – di ogni motivo di confronto di conflitto (“tra noi va tutto bene, non litighiamo mai, non abbiamo neppure bisogno di parlarci e di guardarci, perché tanto ci capiamo in tutto”, dicono con evidente misconoscimento della realtà). Sono genitori che di fatto usano ideologicamente Gesù e la religione, per trattenere il figlio, per produrre nel figlio una dipendenza che gli impedisca di andarsene e di fare la sua vita. Spesso, più o meno consciamente, usano l’arma del ricatto affettivo e psicologico, per colpevolizzare e impedire ogni tentativo di svincolo e di autonomia; e non di rado lo fanno proprio nel nome di valori che, secondo loro, sono cristiani, nel nome di quello che Giancarlo efficacemente chiama il “Gesù buonista”. Sono genitori che, consciamente o meno, hanno loro bisogno del figlio e del permanere della loro genitorialità, perché non sanno tornare coppia, non sanno essere coppia se non facendo i genitori. Senza i figli non saprebbero che fare e come vivere. Sono genitori che limitano e danneggiano spesso molto gravemente il figlio, la sua vita affettiva, sessuale, amorosa, familiare, genitoriale. Troppo di frequente l’azione di questi genitori trova appoggio in persone e istituzioni che avallano l’uso ideologico della religione e del Gesù “buonista” e che, in tale modo, sono complici del danno prodotto da questi genitori. Potrei purtroppo, in proposito, citare significativi episodi.

21 agosto 2008

Strage familiare a Salsomaggiore

 

“Strage a Salsomaggiore: uccide moglie e figlia e poi si spara”. Quando leggo o sento di questi tragici fatti familiari mi stupisco di due cose:

1.   che ne succedano tutto sommato così pochi;

2.   che la stampa scritta o televisiva li presenti quasi sempre come frutto di “raptus improvvisi” o “imprevedibili”.

 

Quanto al punto 1., l’esperienza clinica mi dice che sono tantissimi i casi di questo tipo. Senza una psicoterapia adeguata o con una terapia solo farmacologia non possono che peggiorare e, prima o poi, esplodere. La psicoterapia sistemica o come si usa dire, “familiare” è – a mio avviso – l’unica che possa non soltanto guarire situazioni di questo tipo, ma individuarne con anticipo di anni le dinamiche e il potenziale esplosivo. Quindi non solo i fatti non sono imprevedibili; ma sono possibili con larghissimo margine, ripeto, di anni sia la prognosi relazionale, sia la prevenzione, sia la cura.

 

Un evento depressivo, come quello che è alla base di quanto è successo a Salsomaggiore, non può né deve – a mio avviso – essere curato come problema solo dell’individuo; se prima non si affronta il gioco familiare da cui la depressione esce e sulla quale si afferma e costruisce poi il proprio decorso, non si ottengono risultati veri. Al limite si attenuano temporaneamente i sintomi, senza sfiorarne le cause. Senza intervenire sul sistema familiare con una adeguata terapia, la cura psico-farmacologica oggi di solito praticata (basata cioè su antidepressivi cosiddetti “serotoninici”, in particolare quelli aventi come principio attivo la fluoxetina)  risulta non solo inutile, ma rischia di essere fattore scatenante: rendendo molto più alte le vette maniacali del flusso dell’umore e molto più basse quelle depressive, rischia di produrre gravissimi scompensi, che possono portare da un lato a esplosioni omicide e dall’altro a implosioni suicide. Difatti, senza un intervento terapeutico sul sistema familiare, ogni altro intervento e in particolare quello psico-farmacologico non può non essere percepito come minaccioso dal sistema e dalle sua dinamiche patogene, il che non può non esasperarle, trasformando il lamento in urlo omicida o in sordità suicida.

 

Quanto al punto 2., ritengo grave l’ignoranza con la quale i giornalisti affrontano fatti di questo genere. Rarissimo che la stampa parli di psicoterapia, in particolare di quella sistemica o familiare, Mi chiedo che idea paleolitica abbiano i giornalisti del disturbo mentale e delle figure a esso preposte dalla legge italiana. Da parte loro, i direttori e i caporedattori chi inviano per la cronaca e con quale criterio affidano il commento di questi fatti? Che poi – di regola – ci si limiti a ricorrere all’intervista di qualche dotto specialista di nome, troppo spesso nasconde, in chi intervista, il buio assoluto della conoscenza di ciò di cui si dà notizia. L’intervista non è quasi mai una vera interrogazione del problema e dei responsabili, ma di solito è un passivo pendere dalla labbra più o meno sapienti e famose dell’intervistato; pare proprio che  l’unica volontà sia quella di chiudere lì la cosa, senza darle quel seguito di indagine e di ricerca della verità, che dovrebbe invece essere l’anima e il motore del buon giornalismo. Né i lettori paiono chiedere di più, visto che i giornali continuano a vendere (o a non vendere) come prima.

Ogni giorno nel Canale di Sicilia e nel Mediterraneo muoiono uomini, donne, bambini

 

Migliaia muoiono. Decine o centinaia ogni giorno. Di molti non si sa neppure la morte. Uomini, donne, bambini, madri incinte.

Eppure i “servizi” su questi fatti ormai non fanno più grande notizia. Nei giornali e nei telegiornali difficilmente trovano precedenza su altre notizie, come se quelle morti in fondo non importassero più di tanto o non facessero più audience. Sono morti annunciate, previste, prevedibili. A tratti pare che il direttore o il giornalista le metta in scaletta solo perché deve metterle, più annoiato che convinto. Se non rischiasse la critica, forse neppure le metterebbe.

Molti politici poi quelle morti le usano: prima, durante e dopo le elezioni. Pensano a reprimere, non a costruire. Se qualche politico pensa a costruire, lo trattano da cretino e lo fanno fuori.

Lettori ed elettori permettono tutto ciò, lo causano, lo lasciano accadere. Qualcuno addirittura pensa: meglio morti che qui a creare problemi.

Non c’è la pietà.

Nessuno pensa a quei corpi devastati, a quelle anime perdute, a quelle umanità che non parleranno più, che non guarderanno più, che non si innamoreranno più, che non si stupiranno più di fronte alla albe e ai tramonti, che non costruiranno più mondi e progetti, che non arricchiranno più la storia e la vita.

Quando si pensa a difendersi, prima o poi l’uomo non conta nulla. Quando la morte viene lasciata accadere, l’umanità finisce.

Non c’è la pietà.

Si pensa a nuove guerre e non si seppelliscono i morti di nessuna guerra.

A me quelle umanità mancano. Mi sento depredato di vita, espropriato di speranza, scippato di felicità, dilaniato di gioia negata. Ognuna di queste morti è anche la mia morte. Vi abbraccio, fratelli sconosciuti. Vi abbraccio dal di dentro, morendo in voi.

Badanti e anziani:

quanta violenza!

 

Nessuno, che io sappia, dice di una grave violenza in atto: moltissime tra le badanti che accudiscono i nostri anziani sono per lo più donne che lasciano in Bolivia o in Ucraina mariti e figli anche molto piccoli. Chiedo quanto sia giusto che i diritti dei matrimoni e delle maternità di queste donne vengano ignorati e che l’intero tessuto sociale dei loro paesi di provenienza subisca la devastazione di coppie che per anni non si potranno vedere, di madri espropriate della loro maternità, di figli che di fatto non conosceranno le loro madri o non le avranno vicine in età tanto fondamentali. È corretto che il diritto all’assistenza dei nostri vecchi prevalga a tale punto?

Come cristiano, mi fa male anche pensare che molte di queste badanti, soprattutto quelle sudamericane, arrivino qui più o meno direttamente aiutate dalla chiesa, che in tale modo si fa complice del disastro in atto.

Non sarebbe più giusto e corretto da un lato favorire lo sviluppo di quei paesi, in modo tale che mogli e madri restino e vivano nelle loro famiglie?

Molta della emigrazione italiana a cavallo tra ottocento e metà novecento riguardò prevalentemente i maschi: ancora oggi, a distanza di due, tre o più generazioni – lo vedo nel mio lavoro terapeutico -  ci sono ferite aperte, squilibri non recuperati, sofferenze ancora attive, tutte dovute alla assenza per mesi e mesi dei padri di una o più generazioni. Ebbene, mi chiedo, che cosa può portare allora l’assenza per anni della madri, che per molti aspetti, soprattutto quando i figli sono piccoli, hanno ancora più importanza dei padri?

Tra l’altro, dal punto di vista nostro e dei nostri vecchi, mi domando quanto sia corretta una assistenza di questo tipo. Il vecchio resta sì nella sua casa, ma di fatto vive isolato, spesso ha l’unica sua relazione sociale significativa proprio con la badante, che è di una cultura e di un mondo lontano da quello del vecchio, che ha il cuore e la mente lontani, che, ben di rado, ha interessi che possono coniugarsi con quelli dell’anziano, così da potere intrattenere con lui un dialogo davvero significativo. D’accordo alcune situazioni non sono tanto negative, ma la logica stessa delle cose ha in sé le conseguenze che ho indicato.

A sostegno della scelta della badante, viene indicato il fatto che le nostre case di riposo sono uno squallido terminal, soltanto un luogo dove si va a morire, quindi qualcosa da evitare in tutti i modi, pena terribili sensi di colpa che prenderebbero figli e parenti all’idea che il loro vecchio stia in queste “orribili” strutture. So di strutture bene pensate e bene attuate, dove la vita dell’anziano è stimolata, interessante, ricca di occasioni, sorretta da personale competente, preparato e ben motivato; ma, pure ammettendo che siano tutte strutture insufficienti, mi chiedo fino a che punto tale insufficienza non sia a sua volta la conseguenza di un mancato impegno sociale e istituzionale a che esse funzionino al meglio: se ciascuno pensa unicamente alla badante del proprio anziano, come si potrà strutturare una risposta sociale davvero significativa e adeguata alle esigenze del problema? Siamo poi così sicuri che le badanti siano davvero così brave e premurose come si vuole a tutti i costi volere credere? Noi, al loro posto, potremmo dare a un anziano sconosciuto quella attenzione, quella premura e quell’affetto che non possiamo dare a nostro marito e ai nostri figli? Potremmo, curandolo, dimenticare quanto è dilaniato il nostro animo, proprio a causa di questo lavoro che ci separa dal nostro mondo e dai nostri amori

la tristezza di un figlio

è un suo diritto inviolabile

 

Molti genitori sono così invadenti, da farsi carico della tristezza dei loro figli, come se questa fosse un problema proprio. La tristezza è forse il sentimento più privato di una persona; come tale va rispettato. Soprattutto nella adolescenza la tristezza è fisiologica: prepara l’approdo a mondi nuovi, esigendo l’abbandono del mondo vecchio, delle sue sicurezze, delle sue logiche. Perciò, in questa età, l’invasione di campo da parte del genitore (soprattutto delle madri, ma certo non mancano padri pedanti e invasivi) è ancora più deleteria: perché a invadere è proprio chi dovrebbe essere lasciato.

Molti genitori si dimenticano che hanno generato creature umane, che, come tali, trovano nella tristezza una delle dimensioni del loro esistere. Un figlio triste è semplicemente un figlio umano, non è il fallimento del genitore.

Anche la gioia è un diritto inviolabile del figlio. Ma, se noi genitori invadiamo la loro tristezza, difficilmente vedremo i nostri figli nella gioia. E difficilmente io potrò parlarne in questa mia rubrica.

la mancata elaborazione di un danno

ripete il danno e lo amplifica

 

Mi capitano di frequente pazienti (soprattutto donne, ma non mancano di certo gli uomini) che da bambini o da ragazzi hanno subito molestia o abuso sessuale.

Se, come quasi sempre accade, l’abuso non è stato affrontato ed elaborato, la personalità della persona abusata avrà una vita affettiva, sessuale, coniugale, genitoriale e sociale fortemente problematica, segnata da molta sofferenza sia subita che causata. Difatti chi ha subito un danno senza affrontarlo né elaborarlo, non solo soffre lui in misura crescente, ma – sempre in misura crescente – produce lui stesso danno. Non a caso nella storia di molti abusanti ci sono abusi subiti; non a caso molte madri e molti padri di bambini o bambine abusati hanno alle spalle episodi di abusi non affrontati né elaborati, che li rendono madri e padri incapaci di adeguata attenzione e di corretto contenimento, per cui il loro figlio o la loro figlia diverranno la facile preda di un abusante.

Il senso di sé e del proprio corpo viene fortemente danneggiato dall’abuso, diventa una ferita aperta, che, se non viene curata, si allarga sempre più, incrinando in modo crescente l’autostima, l’identità individuale e di genere, la percezione del proprio corpo. Si può giungere alla frattura radicale, che all’estremo può anche portare la psiche a dissociarsi e a cercare di ritrovarsi soltanto attraverso dinamiche proiettive (la pedofilia e la pederastia nascono spesso da una dinamica di questo tipo, segnata da abusi sessuali e psicologici prolungati nel tempo).

Per questo è necessario affrontare il più in fretta possibile l’abuso. Per questo va denunciato l’abuso: deve risultare subito chiaro al bambino o alla bambina che loro non hanno alcuna colpa o responsabilità e che sono soltanto vittime di un danno. Difatti, il loro enorme bisogno di attenzione e di affetto, se da un lato li rende vulnerabili alle accattivanti strategie di approccio dell’abusante, dall’altro li fa poi sentire complici e colpevoli.

Purtroppo i primi veri complici dell’abusante sono troppo spesso i genitori. Se il bambino o la bambina non si confidano con la mamma e con il papà significa che il rapporto di genitorialità è gravemente carente; significa che il genitore non è vissuto come interlocutore affidabile, comprensivo, interessato; significa che il rapporto genitore-figlio è già pregiudicato. E questo rende il genitore il primo vero complice dell’abusante.

Ricordo la tragica reazione di un padre e di una madre di fronte alla scoperta che la loro figlioletta era stata abusata dal nonno paterno. Al mio invito a denunciare al più presto l’accaduto, il padre disse: “un figlio non può denunciare il proprio padre”; la madre soggiunge: “in fondo, poi, che cosa è successo di così grave? Allora chissà quante denunce si dovrebbero fare!”

se i figli fossero amati e voluti totalmente

le gravidanze non avrebbero né vomiti né nausee

 

Nel linguaggio del corpo la nausea e il vomito sono segni di rigetto, come se il corpo dicesse: non voglio tenere dentro di me ciò che io non sono, né riesco a rendere mio, assimilandolo a me. A modo suo, attraverso la nausea e il vomito il corpo afferma dunque l’alterità del concepito, il suo essere sé stesso, un Sé  inassimilabile  e non prevaricabile dal Sé della madre. Al tempo stesso la nausea e il vomito, sfatando un mito ricorrente, dicono che nessun figlio è voluto al 100%, neppure quelli che a livello conscio sono vissuti come “desiderati tantissimo”. Che la madre non desideri totalmente un figlio, a modo suo è positivo: permetterà dapprima la dinamica di orientamento del figlio verso il padre e poi quella dello svincolo e della autoaffermazione sociale.  Certo, il non essere del tutto desiderato deve pur sempre rimanere entro certi limiti; altrimenti l’autostima del bambino sarà in-segnata (cioè segnata dentro) da vissuti di rifiuto tali da condizionare più o meno profondamente l’adeguatezza della autostima.

Mi ha sempre stupito notare come molte madri di figli poi psicotici o schizofrenici riportassero il dato di gravidanze prive del tutto di nausee e di vomiti. Con questo non posso né voglio assolutamente affermare che una gravidanza senza la minima nausea sia segno di futura psicosi. Voglio solo notare come in molte (sempre più numerose) madri la gravidanza sia non tanto l’incontro con la alterità di un bambino che chiede di essere accolto, contenuto e amato, quanto l’accadere di un bisogno di autoaffermazione della madre. Quando la gravidanza è solo questo, significa che la coppia non costituisce quella relazione di riferimento primario che, più di ogni altra, dovrebbe identificare il Sé sia della madre che del padre. Ogni figlio, prima di essere figlio della mamma o del papà, dovrebbe essere figlio del “tra” che unisce la coppia come coppia d’amore prima che di genitorialità.  Prima che evento della madre e nella madre, la gravidanza – nausee e vomiti compresi – dovrebbe essere evento della coppia e nella coppia, che, incontrando l’alterità del figlio, vive l’incontro con sé stessa e con la propria stessa alterità di Noi rispetto a un .Io e a un Tu.